TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 669 del 23 giugno  2019
Tel. 346 8046218
Perché Fameli è mafioso Stampa E-mail
Scritto da Luciano Corrado   
ESCLUSIVO TRUCIOLI SAVONESI/
Il giudice Aschero: perché Fameli è mafioso
E lista inedita: gli invitati alla ‘comunione d’oro’
Chi erano i primi soci dell’agenzia Santa Rita di Borghetto

Loano, martedì il giorno del blitz, ordinato dalla Procura, sugli abusi edilizi a Villa Fameli

Loano- Il faccendiere, sofferente di cuore, trascorre le giornate nel carcere di Marassi in attesa di conoscere la sua sorte dal tribunale della Libertà di Genova (nel momento in cui scriviamo):  continuare la vita da recluso o tornare nella “sua” Loano, magari agli arresti domiciliari in un alloggio di corso Europa.

 

 Ma a tormentarlo c’è un’altra tegola di cui finora i media non hanno parlato. A 18 giorni dal blitz della squadra mobile di Savona richiesto dalla Procura della Repubblica e firmato dal Gip, Donatella Aschero, irrompe lo spettro di un alone devastante per il futuro di Antonio Fameli. Nel provvedimento che rigetta l’istanza di scarcerazione (o misure alternative) chieste dai difensori, Maurizio Frizzi di Genova e Gianmaria Gandolfo di Ceriale, il giudice terzo, al di sopra delle parti, scrive: “…Una sentenza di condanna di Fameli afferma esplicitamente che l’associazione non era di tipo ‘comune’, bensì di stampo mafioso; la mancanza d’appello da parte dell’ufficio del Pubblico Ministero sul punto non consentì però alla Corte di riqualificare i fatti sub 416 bis c.p. (stampo mafioso ndr) per cui venne confermata la sentenza di condanna per il solo 416 c.p (associazione a delinquere semplice ndr)”.

Un rompicapo per i cittadini comuni che non hanno dimestichezza con il codice, i codicilli. Non solo. La tesi complessiva del Gip, come vedremo oltre (…ci troviamo di fronte ad un personaggio di grande importanza nel panorama criminale del ponente ligure, in collegamento al boss Peppino Piromalli…), contrasterebbe apparentemente con il teorema della Procura della Repubblica stessa.

 Il cronista di giudiziaria de Il Secolo XIX-Savona, Giovanni Ciolina, una vita a palazzo di giustizia, ha scritto sabato 24 marzo 2012, a pagina 31: “…Non si tratta assolutamente di associazione di stampo mafioso – avrebbe chiarito il sostituto procuratore della Repubblica, Danilo Ceccarelli, davanti al collegio del riesame di Genova…”. Ha competenza sull’intera Liguria.

Non resta che attendere gli sviluppi, mentre dopo aver conosciuto gran parte dei dettagli dell’ordine di cattura è interessante approfondire tesi, addebiti, il castello accusatorio formulato dal giudice delle indagini preliminari di Savona.

Le sorprese, fino ad oggi inedite, non mancano per i comuni mortali. Il Gip ripercorre, con estrema efficacia, ad esempio, gli atti, le relazioni più recenti  della Commissione parlamentare  “Antimafia”.

Trucioli Savonesi, con la sua manciata di lettori e di volontari, aveva avuto modo di focalizzare quanto contenuto (e incomprensibili omissioni) nel libro ‘NDRANGHETA’,  stampato nel maggio 2008, scritto da Francesco Forgione, già presidente della Commissione parlamentare Antimafia. Fece tappa a Savona per illustrare la materia, esperienza e testimonianze. Il giornalista lo avvicinò per chiedere spiegazioni sul fatto che il testo non indicava, tra le altre cose, le località dove vivevano le asserite famiglie mafiose. Per quanto riguarda Antonio Fameli, il presidente giornalista Forgione rispose: “Abbiamo attinto le notizie da organi di polizia, finanza e carabinieri; per Fameli mi hanno detto (di recente) che è agli arresti domiciliari”. In realtà non era così; Fameli è libero cittadino da fine anni ’90.

Ha meno dubbi il Gip quando ricorda: “Nella relazione predisposta e approvata dalla Commissione della XIV Legislatura, in data 18 gennaio 2006, si afferma che in Liguria il fenomeno mafioso appare connotato da speciali note di concretezza con precipuo riguardo alla situazione nella provincia di Savona (ove operano le famiglie Fameli, Fazzari, Gullace e Fotia)…ma soprattutto le famiglie facenti parte di cosche o gruppi mafiosi o comunque ritenute a questi collegati sono 14. Tra di esse ricopre maggiore importanza nel panorama criminale del ponente ligure quella di Fameli Antonio e del genero Piave Ugo (da oltre un decennio riverito e dinamico presidente della Loanesi Calcio, con tanto di convenzione in scadenza con il Comune di Loano ndr), legati al boss Peppino Piromalli, entrambi con il compito di riciclare danaro in attività immobiliari lecite”.

Loano, martedì il giorno del blitz, ordinato dalla Procura, sugli abusi edilizi a Villa Fameli

Il giudice Aschero cita pure la relazione raccontata nel libro di Forgione edito dalla Baldini Castoldi Dalai, approvata dalla Commisione Antimafia della XV legislatura, il 19 febbraio 2008, con riferimento specifico alla ‘ndrangheta, nel capitolo sulla Liguria, “si ribadisce – viene rimarcato - …tra le presenze delle ‘ndrine si segnalano alcune tra le cosche  storiche calabresi…i Raso-Gullace-Albanese di Cittanova, i Fameli che sono collegati ai Piromalli…” di Gioia Tauro.

 

 A questo punto pare utile una breve ricostruzione storico-giudiziaria dalla visuale dello stesso Gip del tribunale. Si menziona la sentenza della Corte d’appello di Messina del 20 ottobre 1997, diventata definitiva il 23 marzo 1999, con cui Fameli è stato definitivamente condannato per associazione a delinquere semplice, ma l’originaria imputazione era per associazione mafiosa”.

E ancora: “…Il processo di fronte alla Corte d’Assise di Palmi, vedeva imputato Fameli Antonio con numerosi altri soggetti della nota ed assai pericolosa cosca dei Piromalli….tra cui Gullace Carmelo e terminò con sentenza di condanna per il 416 il 26 febbraio 1994”.

La narrazione va oltre. “La sentenza fu impugnata dagli imputati e la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, nel confermare la condanna,  affermò esplicitamente che l’associazione non era di tipo comune, bensì di stampo mafioso”. E’ l’aspetto clamoroso che non era apparentemente mai emerso prima d’ora, almeno sui massa media e tra i cosiddetti “cronisti esperti di mafia”.

Rende ancora noto il Gip: “La mancanza d’appello da parte dell’ufficio del Pubblico ministero (da chi era retto all’epoca? Ndr, ‘abbiamo il diritto di saperlo’ griderebbe il direttore Alessandro Sallusti, de Il Giornale della famiglia Berlusconi) sul punto non consentì però alla Corte di riqualificare i fatti  sul 416 bis (mafiosità) per cui venne confermata la sentenza di condanna per il solo 416….Confermata in Cassazione per tutti gli imputati ad eccezione di Fameli Antonio per il quale venne disposto l’annullamento con rinvio. Ma la Corte d’Assise d’Appello di Messina, in sede di rinvio, confermò la condanna per l’ipotesi associativa (semplice ndr) per Fameli, passata in giudicato il 23 marzo 1999 a seguito della dichiarazione di inammissibilità del ricorso da parte della Corte di Cassazione”.

Il Gip di Savona trae alcune conclusioni-considerazioni-giudizi: “…La lettura di tale ultima sentenza  è particolarmente importante perché fornisce un chiaro quadro dello spessore criminale di Fameli, afferma infatti la Corte di legittimità che ‘la sentenza del 21 ottobre 1997 – Corte d’Assise d’appello di Messina – ha ritenuto provato innanzi tutto l’esistenza del sodalizio criminoso in base alle dichiarazioni di molte persone, quindi l’inserimento del Fameli, persona molto apprezzata da don Peppino Piromalli, nella delinquenza organizzata (cosche Raso-Gullace-Albanese)”.

Viene fatto notare il contributo alle indagini di Pino Scriva (Fameli in un memoriale parlò di vendetta e di menzogne), dell’ingente patrimonio immobiliare, dei sicuri rapporti anche autorevoli per progettare un complesso immobiliare nel paese natio di San Ferdinando, di sicure manovre con la richiesta di intervento della ‘ndrangheta e dell’omicidio di Sabatino La Malfa,  capo mafia della zona, da cui Fameli era stato assolto in appello, dopo una condanna in primo grado.

Conclusione del Gip di Savona: “Il precedente penale a carico di Fameli per associazione a delinquere, pur formalmente qualificato come ‘associazione semplice’, è dunque in realtà, di fatto, un riconoscimento dell’appartenenza a un’organizzazione di stampo mafioso, che attesta il risalente e radicato legame del Fameli con la ‘ndrangheta calabrese”.

Un giudizio tranciante che farà sobbalzare dalla sedia più di una persona. Basterebbe sfogliare quanto hanno dichiarato negli anni, ai giornali, tv e radio, ufficiali dei carabinieri, questori, prefetti, qualche magistrato; anche non lontano nel tempo. Il senso era questo: “Non ci risultano soggetti mafiosi operanti in questa provinciadobbiamo però stare in guardia”. Come la mettiamo?

Non appartenendo alla stretta cerchia degli esperti della materia, non ci resta che attendere gli sviluppi. Sarebbe interessante, diciamo a caso, sapere cosa accadrebbe se un giudice, un tribunale, una corte d’appello, la Cassazione dovessero pronunciarsi, a seguito di una querela per diffamazione, verso chi, senza neppure fare uso del condizionale o attribuire la paternità a questo o quello, ha potuto dire in televisione (RAI 3 Liguria) o su qualche web : “Arrestato a Loano il boss mafioso Fameli collegato ai Piromalli….”.   

CHI C’ERA NELLA IMMOBILIARE SANTA RITA DI BORGHETTO

Loano, martedì il giorno del blitz, ordinato dalla Procura, sugli abusi edilizi a Villa Fameli

Nel nostro piccolo mondo informativo disponiamo di alcuni documenti mai resi pubblici prima d’ora nella loro forma originale. Si era fatto solo cenno. Poiché in passato, anche  alcuni illustri giornalisti non avevano esitato a definire “spazzatura diffamatoria…” il materiale contenuto in decine di cartoni…alla stregua di una colpa grave, forse è utile riprodurli in fotocopia web.

 Per la esclusiva utilità dei lettori. In quanto alla credibilità ognuno è libero di giudicare, verificare eventuali condanne per diffamazione in sede penale e civile.

Nel documento che ripropone la storia della mitica agenzia immobiliare Santa Rita, per anni agli onori della cronaca, da quando fu punto di riferimento per la “Comunione d’oro” di Rita Fameli, presenti e pagati profumatamente Mike Bongiorno, Iva Zanicchi, Alighiero Noschese, un'orchestra di Milano.  Risultano soci sottoscrittori della Santa Rita ( il 24 settembre 1976), il dr. Enzo Morchio che è stato  vice pretore onorario ad Albenga; gli avvocati Giovanni Folli e Enrico Gardini,  il costruttore edile Aldo Salvini, il costruttore geometra Giancarlo Poggi, l’ex comandante della PG di Albenga, Vincenzo Gambarelli, Clemente Dessi e Ferdinando Mucci.  (vedi….).

 I 400 INVITATI AL PRANZO AL G.H.GARDEN LIDO DI LOANO

Una questione di chiarezza una volta per tutte. Sono molte le persone che non erano neppure nate nel 1977. Ebbene possiamo rendere nota la lista degli invitati che peraltro avevamo già fornito, anni dopo, a fonti investigative disperatamente alla ricerca nell’ambito di questo o quel procedimento, soprattutto sul fronte disciplinare per quanto ci risultava. Infatti partecipare ad un pranzo di comunione non è logicamente un reato, semmai metteva qualcuno in imbarazzo per via del ruolo nelle istituzioni democratiche.

 Dall’elenco si può leggere un “no” accanto a chi non era presente. A completezza aggiungiamo che la lista fu scritta a macchina nell’agenzia Santa Rita e consegnata alla direzione dell’hotel dove abbiamo avuto accesso nella veste di “cameriere” (vedi…).

 CORAGGIOSI O INCOSCIENTI: A LOANO CARTA CANTA

A questo punto ci sia consentita un’incursione nel campo dell’ironia. Loano, è qui che abita il “boss” (?) Fameli, brulica  di ‘cittadini coraggiosi’. Non da oggi. Il buon esempio viene dall’alto, come vedremo oltre affrontando le recentissime paginate dei quotidiani su “Villa Fameli a caccia di abusi edilizi e da sgomberare per motivi di sicurezza”.  Se ne accorgono adesso?

Nessuno si è mai accorto di nulla. A pochi passi c’è la sede del Pd. Non lontano abita un ex assessore e la sua famiglia. E’ in centro città, sull’Aurelia. Tutti, diciamo, possono vedere tutto. Un interrogativo forse banale: la prevenzione a chi serve e quando deve iniziare? a chi è delegata? Loano ha i suoi sindaci “della legalità”, cosi appaiono sugli organi di informazione, anzi è la “capitale della politica in Liguria” per i suoi massimi rappresentanti a livello regionale, provinciale e locale.

Ebbene la sorte vuole che in tanti anni  soltanto due  residenti siano stati chiamati a testimoniare pubblicamente (non di nascosto) ad un processo a carico di Antonio Fameli, davanti al tribunale, con l’imputazione di calunnia aggravata. Si tratta di chi scrive queste righe e dell’ex comandante la stazione dei carabinieri di Loano e Borghetto, Remo Chiola, del figlio (ora latitante e ricercato) Serafino Fameli.  Testimoni citati dall’ufficio del pubblico ministero.  (vedi….). 

Il maresciallo Chiola era stata accusato e poi assolto dal giudice istruttore, Fiorenza Giorgi, il 22 dicembre 1998, perché imputato di corruzione per un atto d’ufficio. L’accusa: la promessa di ricevere 10 milioni di lire per scongiurare che, a seguito di un controllo degli stessi carabinieri, fossero revocati, a Fameli, gli arresti domiciliari ed il ripristino della custodia in carcere,. L’agente immobiliare venne sorpreso, nella villa, in compagnia di persone diverse dai famigliari conviventi.

 LA VILLA DEI MISTERI MA NON TROPPO 

C’è da ridere a crepapelle leggendo quanto ha scritto Stefano Pezzini, cronista di lungo corso, su La Stampa di  mercoledì 21 e giovedì 22 marzo 2012. Ricorda che si “favoleggiava” (sic) che nella villa –fortino ci fossero stati di guardia addirittura dei leoni. Nessuno ‘favoleggia’, ci sono le foto pubblicate sul Secolo XIX, gli articoli de La Stampa stessa ( a firma del compianto Bruno Balbo). Si parla, ora con sorpresa, ora si scrive di “ciò che tutti sapevano e non era un mistero” (sic) in merito agli abusi edilizi.  Persino 33 alloggi, alcuni senza finestra, occupati da extracomunitari. Alcuni venduti. Alcuni privi dei requisiti igienico sanitari? Di rischi gravi, causa bombole di gas, per l’incolumità delle persone?

Fa bene il giornalista Pezzini a porre ai lettori la più banale delle domande: possibile che a Loano nessuno (diciamo nessuno) abbia mai visto o sentito; tra gli organi dello Stato democratico e la polizia municipale ci si sia mai posta l’esigenza di un controllo, una verifica, un accertamento? Se non è stato fatto, come pare, chi merita l’applauso? Bisogna mettere tutto nella cartella “condoni” (forse), lavarsi mani e coscienza?

Quasi certamente Pezzini non sa che a Loano qualcuno può avere invece mille ostacoli a realizzare nel giardino di casa, non un box, ma un semplice gazebo per ombreggiare la vettura. L’ufficio tecnico comunale, con i suoi dirigenti alternatisi nel tempo, è tutto d’un pezzo. Se ne saranno accorti in Procura  in merito alla gestione del territorio in quel di Verzi, con le impunite  complicità (almeno fino ad oggi) nella costruzione di ville o case agricole. Non tutte, pare ovvio.

Qualche cittadino può altresì testimoniare il grande rigore che negli anni ha animato l’urbanistica, la commissione edilizia. Devi ristrutturare la casa e vuoi realizzare un terrazzino (non aumenta il volume)?  A Loano è stato a lungo vietato. Non a tutti, forse. Del resto ci sono voluti oltre 12 anni per ‘disturbare’ il commendator Fameli e chi lo difende e si pone interrogativi su certi aspetti, non merita il castigo di fiancheggiatore.

I lor signori che hanno permesso o tollerato quasi tutto, oggi restano serviti, riveriti, votati. Siamo a Loano, non in Calabria. E non sembra finita, siamo ancora agli inizi?

Luciano Corrado 

25 marzo 2012


 
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