di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 687 del 1 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
IL complesso “Le officine” Stampa E-mail
Scritto da Milena Debenedetti   
C’è ben poco da festeggiare: Attenti ai fantasmi
Ritorno sul complesso “Le officine”, che sarà inaugurato a breve.
Ci ritorno dopo aver rimosso qualche remora.

Insomma, sembrava brutto approfittare del momento tragico per l’economia del Paese in cui avviene questa inaugurazione, così come pare brutto attaccare le crociere  proprio ora che è successo il fattaccio Concordia. Passare da sciacallo non è affatto simpatico.

 Eppure, a conti fatti e compiuto uno scrupoloso esame di coscienza, mi assolvo da tutto questo. Non avendo mai partecipato alla politica ed essendo fra coloro che in tempi non sospetti hanno cominciato a lanciare allarmi sui nostri modelli economici e  stili di vita sbagliati, e sull’inevitabile epilogo negativo, non ho responsabilità né passate né presenti, neppure quelle indirette di chi tace e acconsente,  nello scempio.

Quanto al dramma economico, lavorativo e di vita di tutti coloro che oggi si trovano in balia di queste scelte sbagliate, anche qui, non resta che dire, purtroppo: prima si ferma tutto questo, prima si arresta il meccanismo che ci trascina in basso e si ha una svolta coraggiosa, prima avremo qualche speranza di risalire. Se invece persistiamo nell’errore  la rovina sarà peggiore e più difficile da rimediare.

Chi ha avallato questo ennesimo spreco osceno di territorio, lo ha fatto, come aggravante, in tempi in cui già si percepivano i primi scricchiolii, e solo un folle poteva pensare che la crescita fosse eterna, sono uno scriteriato poteva tranquillamente progettare centri commerciali vicini e sovrabbondanti come un campo di prataioli.

O forse, semplicemente poteva pensarlo chi se ne fregava del domani, se ne fregava di ambiente vivibile, sviluppo consapevole, armonia del territorio, esigenze dei cittadini, lavoro, ma aveva solo fretta di partecipare al grande inarrestabile banchetto, quello che vede capitali e imprese impegnarsi in opere dove il vero, unico affare è la costruzione, con fondi pubblici da accaparrarsi avidamente  o capitale privato di varia origine, a seconda dei casi, in qualche caso anche dubbia origine.

La costruzione, non ciò che verrà dopo. E vale per l’edilizia, vale per TAV e le grandi opere e le piattaforme e le strade arrivate fuori tempo massimo e tutto quel finto progresso che con protervia degna non di eletti, ma di regnanti assoluti, vogliono imporci. 

Vale per i capannoni e i centri commerciali e questi nuovi spazi che si vorrebbero creare.

Mi sarei tenuta dentro tutta la mia amarezza da Cassandra, salvo le opportune sedi dove di tutto questo è bene discutere, salvo impegnarmi per il futuro, attraverso le associazioni e i comitati  e quella parte di politica attiva che vuol salvare il poco che resta del nostro territorio, ma altro che danno e beffe: ultimamente si sfiora l’oltraggio.

Allora ci tirano proprio per i capelli, noi cittadini disapprovanti,  ad attaccare.

La prima sgradevole notizia è la presenza del gigante del fast food,  campione della arrogante colonizzazione a-culturale, della diseducazione alimentare, dello sfruttamento di addetti USA e getta. Ampiamente denunciato e stigmatizzato ovunque.

Altrove, leggi Bolivia, se ne liberano costringendolo a far fagotto per mancanza di interesse. Sono più avanti di noi.  In qualche grande città sta già iniziando la parabola discendente, passata la moda.

Ma Savona, la provincialissima Savona, che si crede tanto all’avanguardia ma arriva sempre a scoprire tendenze con la lentezza di un bradipo sotto sedativi, è fiera di ospitare il fast food della grande emme, persino in versione automobilistica.

Il massimo della pigrizia, della cattiva abitudine, dell’orgia di fritti all’aroma di gas di scarico. Giustificabile, al limite, negli ampi spazi californiani, ma qui, in una piccola città in confusione, che la misura d’uomo la sta perdendo da un pezzo, solo patetica.

Proprio ora che la benzina va alle stelle, unico lato positivo dell’orribile momento che viviamo.

L’impressione del provinciale che si crede trendy, e arriva tiratissimo, in abito da sera pagato col mutuo, alla festa dove tutti sono in jeans, è accentuata da quelle enormi insegne, che cercano a tutti i costi di attirare borsellini sempre più vuoti e riluttanti.

Ma ancora, si taceva. Si taceva per carità di patria sul fatto che le imprese nella zona artigianale sono praticamente solo trasferimenti da altre zone. Si taceva sulle crisi degli altri centri e sugli esuberi da sistemare. Si stava zitti, o forse, si era stanchi di ripetere.

 Finché un’ultima notizia ha preso di mira nervi già scossi, suscitando incredulità da stropicciarsi gli occhi. E cioè, la toponomastica.

Ora, già il fatto di dover dare nomi a strade che si incrociano in quello che per definizione, come centro commerciale, è un “non luogo”, una struttura astratta, fredda, avulsa dal contesto cittadino, appare surreale.

Quanto meno ci si aspetterebbero indicazioni sobrie, non sopra le righe: che so, via dei pini, piazza amicizia, parcheggio dei delfini…

Infatti l’Ipercoop l’hanno chiamato Il Gabbiano,  mica centro Schopenauer.

Ma le scelte, le scelte….già pensavamo di aver visto il peggio col dedicare a De Andrè, il cantore degli ultimi, una piazza nel più lussuoso e inutile agglomerato di case da ricchi del porto.

Invece si persiste e peggiora. La bizzarra idea di una amministrazione “di sinistra”, è quella di recuperare e rivendicare le proprie origini battezzando proprio i luoghi simbolo del liberismo, del consumismo, insomma, della pessima fine che han fatto gli ideali di un tempo.

E solo con questo fatto, che so, rivendicare una sorta di continuità, di positività in un operato che non è stato altro che resa senza condizioni alla peggiore devastazione del territorio, alla perdita di dignità del lavoro, alla speculazione e ai grandi interessi.

E si pavoneggiano, pure. Che sia una latente invidia per la ricchezza, desiderio di ascesa sociale? C’è materia per la psicanalisi.

Ecco dunque che grandi e scomodi fantasmi si aggirano fra le nuove strutture.

I parcheggi Mammut e Metametron e la strada Le officine ci ricordano che qui si produceva. Magari impiegando operai con dignità, per loro e le famiglie, un minimo di sicurezza e stipendi decorosi. Anticaglie superate. Fantasmi in fila per timbrare.

La strada intitolata ai Caduti sul lavoro dovrebbe ricordarci che ne abbiamo sempre di più, e ancora di più ne avremo, un’ecatombe propiziata da lavoro nero, scarse misure di sicurezza, inesperienza a causa di ricambio eccessivo e bassa professionalità, ritmi insostenibili. Amen.

Perché non un vialetto dei Suicidi? Intendendo disoccupati disperati, umiliati e svuotati nella loro essenza umana, imprenditori avviliti che non riescono più a pagare né tasse né dipendenti, spesso anche a causa di crediti non riscossi dagli enti pubblici.

L’unico in carattere è Marco Biagi. Avrà modo di valutare gli effetti delle riforme da lui propiziate, il giuslavorista ucciso dalle Br, definito post-mortem da Scajola, probabilmente a sua stessa insaputa, un “rompicoglioni” (cosa per cui, pensate un po’, il ministro si era dovuto persino dimettere, salvo rientrare poco dopo con altro ministero ad hoc).

Si dice che Biagi fosse esperto e in buona fede, che tentasse di adeguare il Paese alle richieste di maggior flessibilità lavorativa con tutele adeguate. Solo che chi ha applicato il tutto si è scordato le tutele, e così ecco benedetto l’inizio del precariato selvaggio, quello che ci ha pian piano portato alla situazione attuale, con sempre meno garanzie, contratti capestro, turni faticosissimi, preferendo giovani e studenti che son carini reggono la fatica e non dan problemi, in particolare nella grande distribuzione e nei mega centri commerciali.

Qualche problema in più ad adeguarsi ce l’avrà il grande sindacalista Di Vittorio. Come sarà contento di sapere che l’esito delle sue coraggiose e ferme lotte è quello di vedere sindacati sempre più acquiescenti col padronato, sempre più disposti a trattare i lavoratori delle poche imprese “vecchio stile”, come pesi sul piatto di una bilancia, per concordare compensi al gettarli nella mancanza di prospettive, o per avallare investimenti devastanti, anziché per appoggiarli nella loro ricerca di un futuro lavorativo, nella difesa della loro fabbrica.

E poi abbiamo le donne, potevano mancare le donne? Scelte con criteri chiarissimi e omogenei.

Che c’azzecca Simone Weil? Me la vedo aggirarsi fluttante, chiedendo indicazioni per il  centro commerciale Schopenauer. Magari farà due chiacchiere con Fernanda Pivano, che da brava americanista si soffermerà a studiare i visi da  fast food, i tardi epigoni dei suoi  eroi letterari, colti nell’atto d’abiura a panissa e farinata.

Angiola Minella, insigne deputata e simbolo delle donne del dopoguerra, sarà contenta di vedere quanta strada abbiamo fatto, dalle conquiste sociali alla conquista dell’ipersconto.

Ma soprattutto Ilaria Alpi, la coraggiosa, sfortunata Ilaria,  che per aver scoperto traffici poco chiari, non ignoti, sembra, alle nostre autorità, pagò con la vita, non sarebbe stato meglio lasciarla in pace,

anziché infilarla nel tempio dei consumo che si nutre anche, esso stesso, di traffici e di eccessi?

I fantasmi non bisognerebbe evocarli a cuor leggero. Non certo per benedire un inutilmente sfavillante, protervo, ennesimo centro commerciale.

 

Milena Debenedetti, consigliere del  Movimento 5 Stelle Savona 

 

 

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