Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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Allarmanti riflessioni sulle recenti “alluvioni” Stampa E-mail
Scritto da Mimmo Filippi   
Allarmanti riflessioni sulle recenti “alluvioni”(da notiziario Anpi)
“Le montagne destinate a finire in mare
Il desolante paesaggio delle nostre colline e corsi d’acqua tombinati a fondovalle
L’uomo faccia un passo indietro, il dramma di costruire sulla spiaggia e mareggiate
 L'autore dell'articolo Mimmo Filippi

Ripetutamente la crosta terrestre, nel corso della sua storia, ha subito le conseguenze dei fenomeni orogenetici (formazione di montagne), cioè della grandiosa dinamica della “tettonica a zolle”; per almeno quattro volte (orogenesi huroniana, caledoniana, ercinica, alpina) e per periodi di decine di milioni di anni essa è stata sconvolta dalle abnormi forze messe in gioco dalla collisione delle “zolle” in cui si articolava.

 L’orogenesi alpina, iniziata 60 milioni di anni fa è ancora in corso, seppure oggi con manifestazioni poco apprezzabili dall’uomo. Rocce profonde sono giunte in superficie, migliaia di metri di sedimenti marini sono emersi dai fondali, le masse sono state sollevate, fratturate, ripiegate, dislocate per decine o centinaia di chilometri, spesso completamente disarticolate.

E si sono formate le grandi catene di montagne. Ma, sia nel corso dei lenti sollevamenti, sia successivamente, su tali masse, già fortemente predisposte ad essere ulteriormente alterate e sfatte, hanno lavorato gli “agenti modellatori del rilievo”: le escursioni termiche, le piogge, i fiumi, i ghiacciai, i venti, i mari.

Grandi quantità di esse sono state asportate e trasferite altrove, per lo più nei mari, a formare nuovi sedimenti pronti a dare origine a nuove formazioni rocciose che l’orogenesi successiva avrebbe portato ancora allo scoperto. Catene di montagne che erano all’origine alte migliaia di metri sono oggi modestissime colline. Tali fenomeni sono tuttora in corso, i continenti (così come i fondali oceanici) sono in evoluzione; non

sono casuali i grandi manti detritici lungo i versanti, le frane, le erosioni e il trasporto solido operati dai crolli delle falesie sotto l’urto delle onde, i terremoti, i fenomeni vulcanici, le variazioni della linea di costa: sono soltanto il segnale di una condizione non statica della crosta e di modificazioni sempre in atto.

Su di essa, buon ultimo, è giunto l’uomo il quale, soprattutto nel corso degli ultimi due secoli, si è stabilito in vastissime località delle terre emerse, ha utilizzato a suo piacimento il territorio, ha colpevolmente ignorato

la costante evoluzione della crosta, ha preteso che i fenomeni, endogeni ed esogeni, si arrestassero e non lo disturbassero, ha considerato il pianeta come un qualcosa di immutabile ed inerte, destinato a lasciarsi colonizzare senza reazione alcuna.

E, continuamente, quando qualche fenomeno naturale si verifica con un’intensità minimamente superiore a quella che l’uomo è disposto ad accettare, ecco nascere la geremiade dell’ “evento eccezionale”, del fatto anomalo, dell’episodio imprevedibile. Nulla è, in natura, imprevedibile, neppure i terremoti o le eruzioni, in quanto di essi si conoscono almeno le fasce di superficie terrestre in cui possono manifestarsi ed almeno gli indizi di una possibile manifestazione. Ma la prevedibilità va vista nell’ottica dei fenomeni naturali e non in quella della disponibilità dell’uomo a sopportarne le conseguenze. La loro dinamica ed i loro effetti vanno considerati sulla base dell’energia messa effettivamente in gioco, non sulla base del maggiore o minor disagio che provocano all’uomo. La loro possibilità di verificarsi va considerata su una base statistica temporale sufficientemente estesa e, insieme, in relazione sia alle condizioni naturali sia alle alterazioni (queste sì anomale) che l’uomo ha indotto su di esse.

Le piogge intense che si sono recentemente verificate non sono state un fenomeno particolarmente diverso da quelli che nei millenni, nei milioni di anni, si sono verificati sulla superficie del pianeta. Le portate dei corsi d’acqua non sono state nulla di eccezionale rispetto ad altre ben più imponenti che si sono verificate nel tempo.

Ma mentre una volta i torrenti ed i fiumi correvano liberamente, divagavano nei fondovalle, costruivano piane (la piana ai lati del Letimbro, tra la collina di Mongrifone e quella dei Cappuccini è stata costruita dal Letimbro stesso), trasportavano a valle materiali, modellavano i versanti, oggi questi stessi corsi d’acqua sono costretti in spazi ristretti, perché l’uomo ha loro sottratto tutto “l’alveo”, che è la vera “casa” del fiume, e li ha confinati nel “greto” che è solo la zona di deflusso in periodi di morbida o di stanca.

Oggi il reticolo idrografico minore, quello che per primo va in crisi nel caso di piogge critiche, è completamente ostruito, intersecato da strade che lo scavalcano su canalizzazioni assolutamente inadeguate; esso è carico dei materiali che precedenti episodi di piena vi hanno accumulato (vedasi l’alta valle del Letimbro); ed è abbandonato a se stesso.

Oggi i tempi di corrivazione sono diminuiti moltissimo per impermeabilizzazioni, deviazioni di acque, indotta incapacità del terreno di assorbire e fare da volano per i deflussi. E le acque giungono a valle in tempi estremamente brevi: si pensi al desolante paesaggio delle colline di Taggia, Sanremo, Bordighera, dove al terreno sono state sostituite le superfici impermeabili e levigate delle serre.

Tanti, troppi corsi d’acqua sono, in fondovalle, costretti in tombinamenti del tutto inadeguati, nella stragrande maggioranza dei casi assolutamente incapaci di smaltire le portate di piena. Oltretutto la copertura dei corsi d’acqua è sempre un’operazione idraulicamente azzardata e urbanisticamente infelice.

Gli episodi di Monterosso, di Genova e di altre località non sono “alluvioni” perché il corso d’acqua è uscito dai territori di sua competenza ed ha invaso le terre dell’uomo: è l’uomo che “ha alluvionato” il fiume, perché ne ha occupato gli spazi vitali. Ma l’acqua, da qualche parte deve pur passare … e questo sia detto con tutto il rispetto per i danneggiati ed il cordoglio per le vittime. Lo stesso dicasi per gli effetti delle mareggiate che contemporaneamente si sono verificate: la dinamica costiera, l’andamento della linea di costa, l’evoluzione delle spiagge sono fortemente collegati alle direzioni dei treni d’onda, al trasporto solido al largo e sotto costa.

Ma la spiaggia, quella vera, quella che mare e fiumi hanno nei millenni costruito, è completamente occupata dall’uomo; la fascia di territorio su cui a Savona corrono la vecchia linea ferroviaria e la Via Aurelia, nonché la striscia che, a mare dell’Aurelia (vedi Via Nizza), è occupata da palazzoni di 8-10 piani, quella era la vera spiaggia, ma oggi non esiste più come tale. Rimane la fascia più esterna, quella che oscilla in base alle ondazioni di Scirocco o di Libeccio, quella che può costantemente variare. L’uomo però si è impadronito anche di essa e vi ha costruito sopra manufatti rigidi, addirittura case, come ad Alassio, come a Varazze. Allora, è il mare che è malvagio, è la Natura che è maligna, è un evento anomalo ed eccezionale se una normalissima mareggiata sposta sedimenti lungo la costa e, ineluttabilmente, danneggia le opere umane che vi insistono, o non è forse l’uomo che arbitrariamente, colpevolmente, stupidamente ha occupato spazi non suoi ed ora pretende che il mare stia fermo e che la sabbia non migri? Massimo Quaini, nel suo studio “Per la storia del paesaggio agrario in Liguria”, racconta di come la casa con torre, chiamata “La Spagnola”, presente all’inizio, lato mare, di Corso Svizzera, fosse una villa costruita nel ‘600 da un nobile genovese, per uno dei primi tentativi di “recupero agricolo della spiaggia”; la vecchia casa posta in sommità a Corso Svizzera, sempre lato mare, oggi di proprietà Gavotti, era la residenza del fattore. Questo significa che, in quella zona, la vera spiaggia inizia ai piedi delle colline di Legino. Oggi tuttavia essa è occupata dal complesso del civico macello, da innumerevoli binari ferroviari, da edifici di abitazione, dalla Via Aurelia e da qualche altro manufatto ancora, prima che si giunga alla striscia di sabbia ove prendere il sole e bagnarsi in mare.

L’uomo deve fare un passo indietro, l’uomo deve prendere una buona volta coscienza di essere su un territorio che ha le sue fragilità e le sue leggi e che egli deve collocarsi su di esso non in contrapposizione, ma in armonia con quelle leggi. Non può aver la pretesa di determinare o imbrigliare i fenomeni naturali, costringere i fenomeni meteorologici, ignorare la gravità; può tuttavia cercare di non accentuarne gli effetti. Le precipitazioni che si sono recentemente avute non sono che la conseguenza dell’enorme quantità di energia accumulatasi negli oceani a seguito dell’effetto serra: quante centrali termoelettriche e quanti inceneritori costruiremo ancora, quante emissioni di gas-serra siamo ancora disposti a generare, prima di accorgerci che la Natura, seguendo, fortunatamente, le sue rigide ed immutabili leggi, ritrova sempre nuovi equilibri e che talvolta questi processi si rivoltano contro di noi?

Mimmo Filippi

Geologo -  già Assessore Provinciale all’Ambiente. 

 

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