SETTIMANALE anno XVII
n° 741 del 28 febbraio 2021
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U.N.P. 7 Stampa E-mail
Scritto da Massimo Bianco   
U.N.P. 7 (penultimo)
 “L’ORIZZONTE DEGLI EVENTI”

Realtà virtuale: un branco di dinosauri bipedi bloccava Moreno Piacenza dentro un capanno al centro di una radura. I rettili ricordavano i velociraptor resi famosi dal film Jurassic Park, ma al biondo insegnante di scienze, che di dinosauri se ne intendeva, parevano troppo grandi per appartenere a quella specie. Li riteneva piuttosto esemplari di deinonychus, i feroci dromeosauridi loro parenti. Animali in grado di toccare i quattro metri di lunghezza e i centottanta cm di statura, avevano un cervello estremamente sviluppato e caratteristiche fisiche rivoluzionarie.

 Erano ritenuti predatori intelligenti e astuti, capaci di complesse strategie di caccia e di grande mobilità e velocità di corsa. Se i Deinonychus erano stati riprodotti con tutte le caratteristiche scoperte dai paleontologi, Moreno non sarebbe mai uscito vivo dal capanno. Affrontare sei avversari armati – perché gli smisurati artigli a falcetto presenti nelle loro zampe anteriori erano da considerare una vera e propria arma bianca – intelligenti, rapidi e feroci, gli pareva senza speranza. Aveva perciò deciso di barricarsi. Ignorava però se esistevano possibilità di ricevere soccorsi.

La testa di un carnivoro apparve da dietro le inferriate della finestra. La belva l’osservò per lunghi istanti, con quei suoi occhi fissi, privi di palpebre. Moreno ne ricambiò lo sguardo finché non uscì dal suo campo visivo. Il cuore gli batteva all’impazzata o almeno così gli sembrava. Per alcuni istanti non accadde più nulla, poi sentì raspare dietro l’uscio, mentre qualcosa cercava, vanamente, di abbassare la maniglia. Quindi il primo colpo si abbatté con forza sulla porta, facendola tremare…

 Un po’ prima il geologo Ezio Torregiani stava correndo nella radura diretto allo stesso capanno, quando era stato raggiunto dai predatori e sbudellato a colpi di falcetto. Ora si trovava, indenne ma sempre più stressato, in un prato di campagna, con intorno campi coltivati a grano, filari di pioppi e una strada asfaltata che passava non lontano, oltre una siepe. Nei pressi sorgeva una fattoria. Sullo sfondo s’intuivano basse collinette, appena illuminate dalla luna quasi piena.

Dapprima a tali immagini si sovrapposero, fantasmatiche, quelle della vicenda precedente, che però sparirono quando l’aria vibrò e mulinò facendo apparire il suo amico Moreno, il volto distorto dalla paura, la bocca atteggiata in un urlo disperato, che solo in parte gli uscì dalla gola, per l’orrore e la sofferenza causati dai micidiali artigli e dai letali denti affilati.

 Ezio Torregiani e Moreno Piacenza stavano provando un nuovo innovativo programma di realtà virtuali, creato dal loro amico Aurelio Delfino, in grado di ricostruire trame di romanzi e racconti, quando un incidente gli aveva imprigionato le coscienze nei loro avatar, costringendoli a vivere in eterno i testi presenti in catalogo. Alcune storie gli erano ignote, come ad esempio una da incubo ambientata in una Lucca viva e assassina o una seconda piena di mestizia, collocata su una Terra in estinzione perché un morbo aveva ucciso la vegetazione, causando poi danni irreparabili alla fauna e all’uomo. Invece altre simulazioni appartenevano a romanzi famosi, tipo "il processo" di Kafka, dove si cadeva vittima d’un meccanismo tanto perverso quanto incomprensibile. Ciascuna (dis)avventura terminava con il naturale esaurimento della trama oppure con la “morte” dei due visitatori. Ora erano usciti da Jurassic Park, il libro, ma ignoravano in quale vicenda fossero entrati.

Moreno si lamentava sommessamente. Ezio invece si era già ripreso e si guardava attorno, gli occhi accesi d’interesse, senza prestare attenzione alle sue parole. In lontananza, in direzione del filare di alberi, ci fu un lieve stormir di fronde, poi si udì il verso di un gufo. Ancora una volta appariva tutto così vero, così credibile. Suo malgrado ne era affascinato. Si rivolse infine all’amico:

“Che ne dici se cerchiamo di farci un’idea più precisa di dove ci troviamo?”

“Eh? Ah sì, scusa. Ok e speriamo che stavolta ci vada meglio. Diamo un’occhiata a quella casa?”

“Là c’è una strada. Tentiamo piuttosto di ottenere un passaggio verso la città più vicina, se esiste.”

I due s’incamminarono oltrepassando un cancelletto al centro della siepe e giunsero al bordo della via. Poco dopo sentirono il rumore di un’auto e si voltarono a guardarla. Era una ford antidiluviana e piuttosto malridotta. Giunto a pochi metri da loro, il mezzo accostò e il contadino alla guida li invitò a montare. Di certo la sua presenza doveva essere prevista dalla trama.

Durante il viaggio scoprirono di trovarsi negli Stati Uniti, stato di New York, a venti chilometri da una cittadina chiamata Greenville. Intanto osservavano il paesaggio alla luce lunare. Tutto pareva piacevolmente bucolico, sereno e tranquillizzante: campi coltivati, filari d’alberi, rare case isolate, un trattore parcheggiato sul bordo della strada, infine i primi edifici di Greenville, palazzine in muratura di pochi piani. Moreno era ancora frastornato dai balzi repentini, ma andava riavendosi.

Quando giunsero nella piazza principale del paese – definirla città, come aveva fatto il contadino, pareva eccessivamente generoso – scesero e si guardarono intorno. Negozietti, auto d’epoca, pochi pedoni che si muovevano senza fretta, il municipio e l’ufficio dello sceriffo in fondo alla piazza.

“Occhio e croce sembra un comunissimo, tranquillo e sonnacchioso paese nordamericano di cinquanta o sessant’anni fa.” Commentò Ezio dopo che l’automobilista si fu allontanato.

“Che sicuramente ci riserverà qualche brutta sorpresa. Magari questo è un romanzo dell’orrore, dove un maniaco mascherato fa a pezzi la gente con un’ascia e ci sceglierà come prossime vittime.”

“Può darsi. Per ora sappiamo solo che probabilmente è il romanzo di uno scrittore americano.”

“Statunitense. Gli USA sono solo una delle tante nazioni del continente americano. Canadesi, brasiliani o venezuelani sono forse meno americani di loro? Eppure mai definiremmo americano un brasiliano: è brasiliano e basta o al più latino o sud americano. È la loro sempiterna arroganza a spingerli ad autodefinirsi americani come se fossero i cittadini per eccellenza di quel continente.”

“Va bene, che palle, ho capito, uno scrittore statunitense, allora, contento?”

Chiacchierando erano intanto giunti davanti a un locale, in una delle arterie centrali di Greenville. Stavano per entrarci, quando seppero di avere raggiunto l’orizzonte degli eventi e di essersi infilati nel buco nero della nuova avventura.

L’elemento incognito sbucò da dietro l’angolo, mentre loro attraversavano la strada, e si diresse verso il bar. Quando ne raggiunse la soglia la ostruì quasi del tutto. Era, infatti, un mostro enorme, alto sui due metri e venti e con il corpo ricoperto di vello e scaglie purpurei, privo di naso ma con i denti, tanti denti, tutti acuminati: l’ennesima trama paurosa, come volevasi dimostrare! 

***

Il reale: Aurelio Delfino col fratello Matteo, Marilena Rocca moglie di Ezio Torregiani, la madre Daniela, Rosanna Cremona fidanzata di Moreno Piacenza e i genitori di quest’ultimo erano riuniti in attesa di notizie. Un opprimente silenzio, interrotto da sporadici pianti sommessi, gravava nella saletta d’attesa dell’ospedale in cui erano stati ricoverati i loro congiunti dopo l’incidente. Solo l’alta e solida Rosanna, attraente pur nei suoi chiletti di troppo, ragazza forte di spirito e, un tempo, sempre col sorriso sulle labbra, si era sforzata di tirar su il morale agli altri. Aveva la parola giusta per tutti, perfino per i Delfino, colpevolizzati dagli inconsolabili genitori, eppure nessuno, forse, soffriva più di lei. Poi Aurelio vide un medico e gli andò incontro per chiedere notizie.

“Lei è un parente?” Domandò il dottore.

“No, sono un amico. I parenti sono quelli là, ma preferirei che dicesse a me. Poi andrò a riferire con la dovuta cautela.”

Il medico ci pensò su un attimo, poi annuì. “Dovete farvi coraggio, sono in coma irreversibile. Mi spiace davvero, ma non c’è più nulla da fare. Ne discuta con calma con i familiari, ma credo che dovremmo staccare le macchine che li tengono in vita finché gli organi sono utilizzabili.”

***

Ezio e Moreno erano intanto giunti alla stazione ferroviaria di New York. Tutto intorno una folla abnorme, spropositata anche per una stazione metropolitana. Sul lato opposto all’ingresso, dietro alla moltitudine di gente in piedi, c’erano decine di brande, per lo più occupate. In un angolo videro pure due mostri purpurei. Il tabellone degli orari era desolatamente vuoto, eppure in una megalopoli come New York sarebbero dovuti arrivare e partire treni ad ogni ora del giorno e della notte.

L’edicola della stazione riportava sulle locandine annunci strabilianti. La notizia principale riferiva di un attacco di tali “Arturiani” e di una colonia marziana distrutta. Eppure l’arretrata società in cui erano immersi non aveva certo l’aria di poter colonizzare i pianeti del sistema solare.

“Non so da quale romanzo sono tratti gli eventi, ma credo che questo mondo avrebbe potuto piacermi, dopo tutto, se fossi stato un comune visitatore.” Commentò Ezio guardandosi intorno.

Non avendo motivo di trattenersi ulteriormente in stazione, decisero di andarsene. Mentre stavano per superare l’ingresso, una delle guardie di piantone gli rivolse la parola, come al solito in italiano:

“Ehi, non vorrete di certo uscire, voi due.”

“Perché, non si può?”

“Non ci sono divieti, ma attraversare la città con la Total Nebbia è molto pericoloso.”

“Ma noi non possiamo restare qui, a casa ci aspettano.” S’inventò Moreno lì per lì.

“Oggi sembra che abbiate tutti una gran voglia di farvi ammazzare,” – intervenne il collega, – “due minuti fa se ne è andato un tizio e adesso voi. Immagino che sarete almeno armati.”

“Armati? No, veramente no.”

“Beh, sono affari vostri, naturalmente, ma io vi sconsiglio assolutamente di uscire, almeno se desiderate rivedere l’alba vivi.”

“La ringrazio agente, faremo molta attenzione. Vieni Ezio.”

“Ne sei proprio convinto? Qui saremmo al sicuro, credo.” Chiese Ezio, titubante.

“Ma fuori cosa abbiamo da perdere, in definitiva?” Insistette Moreno.

Un attimo dopo uscirono e si ritrovarono letteralmente nel nulla, mentre i poliziotti si affannavano a richiudere la porta dietro le loro spalle. Era come trovarsi nel vuoto siderale, sperduti a metà strada tra due ammassi di galassie. Bastarono pochi passi perché la luce della stazione non fosse più visibile e rimanessero completamente avvolti nell’oscurità. Il buio era inspiegabilmente assoluto, nulla poteva penetrarlo. Sembrava quasi dotato di spessore, corposità.

Per alcuni istanti ebbero l’agghiacciante impressione di essere diventati ciechi. Avanzarono lentamente, a tentoni, nervosissimi, tenendosi per mano per non rimanere separati. Perdere d’un colpo il rassicurante aiuto della vista era spaventoso. Oltretutto erano costretti a muoversi a caso, privi com’erano di punti di riferimento, non essendo mai stati prima a New York. Perfino i suoni risultavano ovattati. All’inizio discorrevano per sentirsi rassicurati dal suono familiare delle loro voci, ma ben presto non ne ebbero più la volontà. Poi udirono in lontananza uno spiacevole rumore stridente. Non furono in grado di identificarlo, ma ne rimasero turbati.

Procedettero avvolti in quel nero assoluto, che doveva essere la total nebbia citata dall’agente,  percependo solo il battito dei loro cuori, potenti come stantuffi e i respiri sempre più affannosi. Presto persero la cognizione del tempo. Strisciarono lungo i muri, sbattendo contro alcuni ostacoli, senza la minima idea di dove si trovassero o stessero andando e sentendosi sempre più sconvolti. Avessero almeno potuto tornare in stazione, ma ormai non sarebbero più riusciti a ritrovarla. 

“Ma in che razza di assurdo universo siamo capitati, stavolta?” Sbottò infine Ezio.

“Sst. Zitto, ascolta.” Lo interruppe Moreno.

Qualcosa di indefinito vibrava in lontananza. Contemporaneamente ebbero l’impressione di sentire voci molto lontane, di persone intente a parlare tra loro. S’incamminarono nella direzione da cui parevano provenire. Per un poco le sentirono farsi più vicine, ma presto non udirono più nulla. Tutto parve nuovamente assopirsi. Poi, continuando a brancolare alla cieca, immersi nelle tenebre, udirono di nuovo la vibrazione, che presto si definì in una serie di ticchettii, inizialmente appena percettibili, ma solo per aumentare d’intensità via via che si facevano più prossimi. I due si fermarono in attesa, incapaci di procedere, con la tensione alle stelle. I ticchettii parvero presto giungere da ogni direzione. All’improvviso da un punto indefinito arrivò un urlo disumano, come se qualcuno venisse scannato e, forse, era proprio così.

Allora il non poter vedere cosa succedeva li fece cadere in preda al panico. Si diedero a una fuga disordinata, ma l’ormai sempre più forte ticchettio era ovunque. Un vetro andò in frantumi, poi qualcosa colpì Ezio, che cadde a terra con un grido. Infine fu il turno di Moreno. 

 ***

Ricevute le necessarie autorizzazioni, il medico spense le macchine. Torregiani e Piacenza furono dichiarati ufficialmente morti. I funerali si sarebbero svolti il giorno dopo. Frattanto Aurelio, rientrato già da ore nel suo studio, dopo aver tentato in vari modi di ripristinare o interrompere il programma, staccò la spina del computer quantico. Eppure il programma continuò a procedere.  

 

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