Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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NON ENTRATE DENTRO IL BORGO (genere horror) Stampa E-mail
Scritto da Massimo Bianco   
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NON ENTRATE DENTRO IL BORGO

Enrico e Veronica Mecca passeggiavano affascinati per le vie selciate di Castelvecchio di Rocca Barbena, un piccolo e dimenticato borgo medioevale dell’entroterra ligure. Vi si erano appena trasferiti ed erano ancora eccitati per la novità. Dopo lunghe ricerche avevano trovato l’agognato rifugio in cui trascorrere sereni la terza età.

Milanesi doc ancora innamorati uno dell’altra, alti e asciutti entrambi, lui in pensione già da alcuni anni e lei finalmente giunta a sua volta al limite d’età, erano da tempo stufi della città. Avrebbero voluto trascorrere la vecchiaia in una quieta località di mare, ma la riviera, placida d’inverno, diventa un caos l’intera estate e in tanti altri fine settimana. In effetti li tentava sul serio solo Albenga, attiva cittadina costiera in provincia di Savona, nobilitata da una cattedrale dell’XI secolo con annesso battistero del V secolo, il più prezioso monumento antico ligure, dove è conservato l’unico mosaico bizantino presente nell’Italia peninsulare al di fuori di Ravenna. Tra torrioni alti e slanciati e vari edifici addossati, compatte case torri nobiliari medioevali o eleganti palazzi cinque e seicenteschi, pareva quasi di trovarsi a San Gimignano, senza però la fama internazionale di quest’ultima e di conseguenza il suo turismo di massa. Lì ci avrebbero abitato volentieri, però nel magnifico centro storico, non nella parte moderna, l’unica invece a offrire alloggi adatti.
 

Infine qualcuno gli aveva segnalato, nell’immediato entroterra di Albenga, la duecentesca Castelvecchio di Rocca Barbena, incastonata in cima a un colle della Val di Neva sulle Alpi Marittime. L’avevano visitata e ne erano rimasti ammaliati: gli stretti e contorti vicoli in saliscendi; le tenebrose arcate; le silenziose case in pietra, saldamente abbarbicate sulle pendici della collina; infine la scoscesa e alberata vetta rocciosa, in cima alla quale sorgeva, in parte diroccato eppure ancora possente, l’originario castello.

Trasferircisi gli era parso un buon compromesso. Si trattava d’un luogo tranquillo e ricco di fascino, situato nel bel mezzo della boscosa bassa montagna e col mare e la città a pochi chilometri di distanza. Così quello stesso giorno erano entrati in una agenzia immobiliare di Albenga. Erano stati quasi timorosi d’informarsi, al pensiero di sentirsi rispondere con un “desolato ma…” e invece avevano scoperto che nel paesino c’era parecchia disponibilità.

“Il borgo è disabitato, duecento abitanti a dir tanto e per giunta con ricambi continui.” – Aveva spiegato l’agente immobiliare – “La gente preferisce vivere nel nuovo, sa com’è, mentre lì ci sono vincoli della sovrintendenza che scoraggiano nuove costruzioni e ristrutturazioni e poi è isolato. Ogni tanto qualche famiglia si stufa, mette in vendita, fa le valigie e si trasferisce altrove.”

Tuttavia, aveva assicurato accattivante, nel borgo si poteva vivere assai bene, c’erano locande e un paio di negozietti che offrivano tutto il necessario ed era interamente telematizzato. Pace, antichità e modernità unite insieme. Non a caso ci viveva perfino una piccola comunità di svedesi, perfettamente integratasi.

Si erano dunque lasciati convincere e avevano acquistato a ottimo prezzo un’abitazione posta proprio ai piedi del castello, con l’intenzione di traslocarvi dopo Natale.

E in effetti il paese non li aveva delusi. Era semmai la dimora a lasciarli insoddisfatti. Sembrava, infatti, ancora troppo immersa nel medioevo, troppo identica a come doveva essere stata ottocento anni prima. I massicci muri esterni ricoperti di muschio; le umide pareti interne prive d’intonaco, grigie, incrostate di muffa e incombenti su di loro; i soffitti alti e incurvati; le finestre piccole che non lasciavano penetrare luce a sufficienza. A ogni passo poi l’intero edificio tremava e vibrava spiacevolmente. Appena arrivati gli avevano dato una bella rinfrescata, ripulendo e imbiancando con cura ogni ambiente, eppure in capo ad appena una settimana le tracce di vernice erano scomparse, mentre dal soffitto proveniva un continuo ma quasi impercettibile sgocciolio. Ovviamente ci avevano riprovato, ma il risultato era stato il medesimo e così avevano lasciato perdere.

Con i paesani veraci purtroppo non avevano relazioni. A parte i pochi e taciturni commercianti, parevano tutti assenti se non addirittura ostili. Le rare volte in cui s’incontravano, infatti, venivano ignorati, gli pareva, con malevolenza. Il castellano poi era un personaggio misterioso e ambiguo e li metteva a disagio. Ora è vero che i liguri purosangue sono gente scontrosa e introversa, che fatica a concedere la propria amicizia – anche se quando si lascia andare sa essere generosa – ma almeno chi vive in città o in riviera con gli estranei ci si rapporta!

In compenso avevano fatto amicizia coi vicini, una coppia di milanesi come loro, allegri e disponibili, i signori Sangalli. Una fortuna averli nei paraggi perché, va bene il desiderio di pace e tranquillità, ma a tutto c’è un limite, e in loro compagnia trascorrevano momenti davvero piacevoli.

I Sangalli, che erano dei gran chiacchieroni, si erano trasferiti a Castelvecchio da quasi un anno, eppure trovavano pochi spunti per i loro pettegolezzi. Gli indigeni erano inavvicinabili anche per loro, i biondi scandinavi facevano vita a sé e le famiglie lombarde o piemontesi presenti al loro arrivo erano andate già via tutte e sempre dall’oggi al domani, compreso i predecessori di Enrico e Veronica, una coppia di vecchi bresciani, invero un tantino falsi e arroganti. Un vero peccato, ripeteva sempre la solare Laura Sangalli, il luogo era molto bello, ma quella costante solitudine li opprimeva. In effetti era stato solo l’arrivo dei signori Mecca a convincerli a restare.  

Fattostà che un giorno, terminata la spesa, Veronica andò come ogni mattina a trovarli, ma non  rispose nessuno. Ciò le parve strano, perché a quell’ora erano sempre in casa e non avevano preannunciato impegni. Si accorse quindi che la porta d’ingresso era solo socchiusa e, preoccupata, l’aprì e si affacciò sulla soglia.

Laura?” – Chiamò. – “Ci sei? Ermanno?”

Nessuno rispose. L’appartamentino era vuoto ma tutto appariva come al solito, a parte la loro assenza. Veronica in effetti notò un'unica stranezza: un’indefinita sostanza appiccicosa sparsa sul pavimento, in parte nel bel mezzo della cucina e in parte sul pavimento di fianco al letto matrimoniale.

Castelvecchio di Rocca Barbena

 Purtroppo i Sangalli non tornarono più e qualche giorno dopo, con profondo rammarico dei coniugi Mecca, il cartello VENDESI apparve sulla porta d’ingresso.

Non seppero mai perché i vicini se ne fossero andati così all’improvviso, senza neppure salutarli, ma da quel giorno non si trovarono più bene a Castelvecchio. In quella località fuori dal tempo le settimane scorrevano inavvertite. I Mecca si accorgevano del mutare delle date sul calendario solo grazie al cambio di clima, ogni giorno più tiepido dopo i rigori invernali, ma il primo caldo non gli rendeva il paese più piacevole. Non facevano l’esistenza immaginata all’atto d’acquisto e meditavano seriamente di andarsene.

Poi, un tardo pomeriggio, rientrando da una passeggiata nei boschi, Enrico ebbe l’impressione di udire un urlo femminile provenire dalla cima del paese e accelerò il passo, in preda all’ansia. Poco dopo riconobbe in un secondo più forte grido la voce disperata della moglie e si precipitò a casa.

Appena messo piede nell’appartamento la pesante porta d’ingresso si richiuse alle sue spalle. Enrico si voltò perplesso, ma subito se ne disinteressò. Doveva essere stata una corrente d’aria.

“Veronica, cosa succede?” Chiamò, ma la donna non rispose.

Provava un profondo senso di oppressione. Avanzò con circospezione di qualche passo, quindi:

“Ehi, cazzo… Ma cosa diavolo… ehi ma, ma… aaaaaaaah.” 

I signori Re visitarono la vetusta abitazione ai piedi del castello, di cui avevano letto le informazioni sulla vetrina dell’agenzia immobiliare presente nel loro isolato, ad Albenga, in una bella mattina di primavera. Da quando erano stati sfrattati meditavano di comprare da qualche parte nell’entroterra a basso prezzo e quell’appartamento assai a buon mercato, ma dalle dimensioni perfette per loro e con vista mozzafiato, sembrava la manna dal cielo.

Per la verità su Castelvecchio di Rocca Barbena circolavano strane storie, tanto che qualcuno aveva perfino paura di visitarla, ma quando ne avevano parlato all’agente, per tutta risposta questi aveva riso di gusto.

“Le solite leggende metropolitane. Ne ho sentite tante nella mia vita che potrei scriverci un libro.” Aveva commentato poi.

L’idea invero li tentava. Il luogo era fascinoso, l’appartamento carino e accettabilmente in ordine e in effetti in genere nell’entroterra i prezzi erano assai più contenuti che in riviera, tuttavia…

“Come mai allora costa così poco?” Chiesero all’unisono, dubbiosi, all’incontro successivo. 

“È una semplice questione di offerta superiore alla domanda. La gente preferisce vivere nel nuovo e poi sapete bene che quando insorgono problemi di salute, come è accaduto ai precedenti proprietari, diventa assai più comodo vivere in città, con tutti i servizi a disposizione.”

Insomma, pur con qualche perplessità alla fine si lasciarono convincere e chiusero il contratto.

L’agente immobiliare tornò a casa inquieto. Salutò come al solito la moglie con un bacio e andò a sdraiarsi immusonito sul divano.

“Qualcosa non va, caro?” Chiese lei dopo un po’.

“No, anzi, ho appena venduto un’altro appartamento a Castelvecchio.”

“Ah, bene, quella è un’autentica miniera d’oro. Ma allora perché quel muso lungo?”

“Perché non so quanto potrà durare. Le voci si diffondono e i primi a farle girare sono i notai, che ogni volta sono costretti ad andare nel borgo a far firmare proprietari malati, muti e con uno strano aspetto. Presto nessuno sarà disposto a trasferirsi, vedrai.” Spiegò con tono fatalista.

“Eppure la gente del posto non viene mai disturbata e in cambio si fa i fatti suoi, no?”

“Sì, ma non basta più. I nuovi acquirenti conoscevano la storia che Castelvecchio di Rocca Barbena sarebbe abitata da presenze aliene. Mi hanno riferito perfino il mito del meteorite caduto nel passato e non sono i primi, purtroppo. È sempre più difficile convincere la gente.”

“Ma tu come hai reagito?”

“Con una bella risata, è chiaro. Gli accordi funzionano bene e non sono mai rimaste tracce.”

“E allora perché preoccuparcene? Dopo tutto la faccenda va avanti da ben prima della tua entrata in scena, no? Forse addirittura da secoli.”

“Sì, ma ora siamo nell’era della comunicazione globale. Non è mica facile come un tempo nascondere le notizie. Lo sai quante volte polizia o carabinieri sono venuti a indagare, perché gente scomparsa aveva indicato quel maledetto paese come ultima residenza?”

“Senza mai cavare un ragno dal buco, però.”

“Ma prima o poi le continue sparizioni ci manderanno nei casini. E poi, sai, finché si tratta di perfetti sconosciuti non m’importa, tutti i soldi che abbiamo fatto bastano e avanzano a tacitare la mia coscienza, ma con i Re scambiavamo due chiacchiere ogni mattina da anni, mi spiace condannare a morte dei conoscenti.”

Qualche giorno dopo i Re giunsero nell’appartamento e si guardarono intorno affascinati. Sarebbero stati curiosi di sapere che tipi fossero i precedenti proprietari. Dopo tutto calpestavano i pavimenti che fino a poche settimane prima anche loro avevano calpestato. Toccavano le pareti che pure loro avevano toccato. Nell’ingresso era rimasto un armadio a muro con specchiera. L’uomo guardò il proprio volto pallido e grassoccio. Chissà quante volte i vecchi proprietari ci si erano specchiati. E come loro forse anche inquilini ancora precedenti. Tutti ignoti, tutti dimenticati: né l’agente immobiliare né i pochi negozianti erano stati in grado di fornire notizie dettagliate.

Dalla loro abitazione vedevano il borgo distendersi nella verde vallata sottostante, mentre sul lato opposto il castello incombeva possente davanti alle montagne. Appena sistemati vollero fare un giro nel paese, il primo da residenti e non da semplici visitatori. Percorsero gli antichi e fascinosi carruggi e poi il perimetro del castello, abitato e quindi non visitabile se non in occasioni particolari.

Rientrati in casa lei andò a preparare la cena. Lui invece si sedette nella poltrona del soggiorno a leggere un buon libro e dopo un poco si addormentò.

Fu risvegliato da una goccia calda piovutagli sulla fronte. Ci passò sopra un dito e se l’umettò per sentirne il sapore. Era leggermente acido. Subito dopo provò un lieve senso di stordimento, quasi che la sostanza avesse proprietà anestetiche.

Poi si accorse che il volume era caduto a terra e nel raccoglierlo sfiorò con la mano il pavimento, trovandolo tiepido. Distese il palmo sulla superficie. In effetti era leggermente tiepida e gli parve che ci fosse pure qualcosa d’altro. Per sentire meglio si sdraiò sul pavimento, chiuse gli occhi e all’improvviso una folle visione lo impietrì. “Vide” uno sconosciuto entrare nella stanza e il pavimento sollevarsi formando una serie di onde, che lo travolsero facendolo cadere a terra. La figura umana allora si dibatté, ma sempre più debolmente, affondando con inesorabile lentezza nel pavimento, mentre un liquido colava dal soffitto, sciogliendone le membra come se si trattasse di un secreto salivale.  

Quando infine, con la morte dell’estraneo, la spaventosa scena si dileguò – lasciandogli l’assurda impressione di avere assistito a un reale evento passato – il suo orecchio era ancora poggiato al suolo e così Re si rese conto con angoscia di percepire una pulsazione regolare. Tum… tum… tum. Aveva paura di ammetterlo perfino con se stesso ma… si, sembrava proprio… un battito cardiaco.

19/7/11 Massimo Bianco

P.S. 1) Sono certo che gli abitanti di Castelvecchio di Rocca Barbena non me ne vorranno per aver giocato un po’ con loro e con il loro paese nel creare l’atmosfera. In fondo il mio raccontino horror voleva principalmente essere un omaggio ad Albenga e a Castelvecchio, entrambe splendide località, che amo.

 2) Grazie alla gentilezza del gestore di Trucioli, a cui va la mia riconoscenza, qui e sulla home page potete trovare, evidenziato in rosso, il link I RACCONTI DI MASSIMO BIANCO che permette di accedere direttamente al mio spazio personale su poesieracconti.it, dove si possono trovare numerosi altri miei racconti di ogni genere: noir, fantascienza, sentimentali, drammatici…

 

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