SETTIMANALE anno XVII
n° 741 del 28 febbraio 2021
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IL LIBRO DEL MESE Stampa E-mail
Scritto da Massimo Bianco   

 IL LIBRO DEL MESE:

 LA GUERRA DELLE SALAMANDRE
Un misconosciuto classico della letteratura del fantastico che è una cupa metafora della civiltà.
 

Questo mese proponiamo un brillante e feroce apologo ricco di spirito e di ironia.

“Quando la situazione internazionale si presentava gravissima sul piano economico e ancor peggio sul piano politico, ebbi occasione di scrivere la seguente frase:

"Non pensate che l’evoluzione a cui è giunta la nostra vita sia la sola evoluzione possibile sul nostro pianeta". Era fatta. A questa frase risalgono tutte le colpe possibili: per questo ho scritto La guerra delle salamandre. È proprio così: non si può escludere che in altre circostanze favorevoli, un altro tipo di vita, supponiamo un’altra specie animale differente dall’uomo, sarebbe potuta divenire veicolo di evoluzione culturale.”

 Chi scrive così è Karel Capek, scrittore e giornalista ceco, nato nel 1890, morto prematuramente nel 1938 e oggi purtroppo noto per lo più soltanto per aver coniato, nel suo dramma intitolato “R.U.R. (Rossums Universal Robots)”, il vocabolo robot, lì inteso come androide e ben presto impostosi in tutto il mondo a indicare i ben noti automi metallici. E tale presentazione sembra quasi indicare un intento addirittura fantascientifico più che semplicemente fantastico. La guerra delle salamandre (Titolo originale Valka smloki, edizione italiana Utet), fu scritta nel 1936, quando già in Europa si cominciava a sentire odore di guerra imminente e da tali venti di guerra risulta chiaramente influenzata. “Ero e sono pieno di preoccupazioni davanti alle minacce che gravano sul mondo degli uomini.” Precisa, infatti, Capek in quell’anno di grazia 1936.

Tutto ha inizio quando uno strambo personaggio ceco che ama farsi passare per olandese, il capitano J. Van Toch, o per meglio dire Vantoch, durante uno dei suoi numerosi viaggi intrapresi alla ricerca di ostriche perlifere, giunge nei pressi di una sperduta isola del pacifico, rigorosamente tabù per gli indigeni locali che ne hanno autentico terrore, e s’imbatte in alcuni strani e grossi anfibi che camminano ergendosi sulle zampe posteriori e possono perfino imparare a parlare.

Continuò l’incalzante interrogatorio con non poca pazienza e giunse alla fine. Sì, ci sono i diavoli. Quanti? Migliaia e migliaia. Sono alti come un ragazzo di dieci anni, signore, e sembrano neri. Nell’acqua nuotano e in fondo al mare camminano con due gambe.

Karel Capek

Il lupo di mare li trova, gli si affeziona e li educa, insegnandoli tra l’altro a difendersi dagli squali, che ne avevano sempre fatto strage impedendogli di espandersi al di fuori della loro isoletta. Inoltre li trasferisce egli stesso in varie altre località del Pacifico, dove li utilizza per la raccolta delle perle, di cui pratica il commercio. Sfruttati in seguito da G. H. Bondy, il socio di Van Toch, come veri e propri schiavi, vengono utilizzati come manovalanza nelle attività di costruzione portuale, lavori per cui risultano straordinariamente portati, spingendo gli uomini a ogni tipo di eccesso nella smania di potenza espansionistica da cui sono animati, tanto da giungere a meditare il parziale prosciugamento dei mari.

 Gli ingegneri italiani, per esempio, progettarono la costruzione della Grande Italia, che avrebbe dovuto estendersi per tutto il mar Mediterraneo fino alla Tripolitania, le Baleari e il Dodecanneso.” Questi esseri, queste megasalamandre, finiranno però per moltiplicarsi smodatamente e a ritmi vertiginosi, sfuggendo incontrollabilmente di mano ai loro mentori, fino a rappresentare un pericolo per l’intera umanità, contro la quale scateneranno ben presto un’autentica apocalisse.

Romanzo di piacevole e facile lettura e ricco di trovate estrose e mirabolanti, La guerra delle salamandre è una chiara metafora dei rischi a cui va incontro l’umanità nel suo cieco correre incontro al progresso. Ma ecco cosa scrisse in proposito il recensore Rocco Carbone:

“A metà tra racconto fantastico (letteralmente gremito di spunti inventivi, digressioni divertenti, artifici tecnici atti a disorientare e stupire il lettore, coinvolto in tale girandola di eventi) e parabola ideologica, è verso quest’ultima che, alla fine, si orienta il romanzo, privilegiando il tono didattico in un clima di voluta profezia. In questo senso, la storia che vede protagoniste le sempre più metaforiche salamandre non è altro che la storia recente di un’umanità sempre più cinica e contraddittoria, sulla quale incombe, inevitabile, un destino di distruzione e autodistruzione.”

Concludiamo infine questa breve disamina tornando alla prefazione scritta da Karel Capek:

“Se una specie animale, diversa dall’uomo, poteva raggiungere qualcosa di nuovo simile a quanto noi chiamiamo civiltà, che ne pensate: avrebbe commesso le stesse assurdità del genere umano? Avrebbe conosciuto uguali sconvolgimenti storici? Avrebbe fatto le stesse guerre? Cosa ne penseranno dell’imperialismo dei sauri, del nazionalismo delle termiti, dell’espansionismo economico dei granchi o delle aringhe? Cosa diremmo se una specie animale diversa dall’uomo proclamasse che, visto il suo numero e la sua istruzione, essa sola ha il diritto di occupare il mondo intero e di dominare la natura? È stato il confronto con la storia passata dell’uomo e la storia attuale che mi ha dato la forza di sedermi al mio tavolo per scrivere La guerra delle salamandre. (…) Non è una speculazione del futuro bensì un riflesso di ciò che è, di ciò che ci circonda. Non ho scritto una fantasia (…) ho voluto invece parlare della realtà.”

Massimo Bianco

 

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