Settimanale Anno XVII
Numero 731 del 29 novembre 2020
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Filosofia Stampa E-mail
Scritto da Fulvio Sguerso   

APPUNTI DI PRATICA FILOSOFICA (III)

“Attualmente le imprese si stanno orientando rapidamente verso modelli organizzativi di tipo reticolare, caratterizzati da nuove modalità di pensiero, sempre più collettive e “gruppali”, che richiedono buone capacità di ascolto, di dialogo e di pensiero critico. In questo la filosofia può essere un ottimo strumento di lavoro, motivo per il quale molte aziende anglosassoni e nordeuropee si sono già avvalse dell'utilizzo delle Pratiche filosofiche.

Esse infatti aiutano gli individui a cambiare il proprio modo di comportarsi e di relazionarsi con i colleghi e, più in generale, con tutti gli stakeholder interni ed esterni. Attraverso gli strumenti che la filosofia mette a disposizione, tra cui l'argomentazione, la logica, il pensiero critico; e particolari regole metodologiche, quali la sospensione del giudizio, il riferimento all'esperienza, il pensiero inclusivo, messa in gioco di sé, ecc, ecc., è possibile attivare un'occasione di riflessione e di dibattito condivisa e controllata, indispensabile per raggiungere gli obiettivi prefissati. “ (Dal sito: http://www.pratichefilosofiche.com/).

La “filosofia pratica” è già messa in pratica nell'attività e nel comportamento di ciascuno, sia sul e nel lavoro sia nel “tempo libero”. Il discorso verte sul grado di consapevolezza di ciascuno su quale filosofia viene messa in pratica. L'ideale, a me pare, sarebbe riconoscere la propria filosofia in quello che si fa, e quello che si fa nella propria filosofia, in una specie di circolo ermeneutico teorico-pratico , esistenziale e personale, non nel senso di un pragmatismo utilitaristico e miope, ma nel senso di amare o, almeno, interpretare al meglio la nostra parte e, in tal modo, realizzare le nostre possibilità. Ora, dato per acquisito che così il nostro pensare come il nostro agire (ma il pensare è già un agire) avviene sempre in un contesto storico, sociale, culturale ed economico ben preciso, si tratta di riconoscere i condizionamenti e i limiti della nostra autonomia di pensiero e d'azione; in altri termini, fino a che punto le nostre scelte sono effettivamente libere oppure pre-determinate da fattori o da agenti esterni.
Prendiamo, ad esempio, l'uso del tempo, o meglio, del “nostro” tempo. Già la distinzione tra un tempo “per noi” e uno “per gli altri”, di un tempo regolato dall'orario di lavoro e un tempo “libero”, di un tempo impiegato per produrre merci e danaro, e un tempo invece senza uno scopo definito, dedicato all'ozio e quindi considerato inutile, se non dannoso (l'ozio come padre dei vizi), ci fa subito comprendere che l'esistenza di un tempo oggettivo e uguale per tutti è una pura illusione, una delle tante credenze che accettiamo per una sorta di patto non dichiarato o di convenzione non scritta, perché “così fan tutti”, o quasi, altrimenti sarebbe il caos.

Quello che è oggettivo non è il tempo in sé ma il sistema di misura adottato, e non è detto che il nostro orologio interno sie regolato su quelli esterni, anzi, tutti facciamo continuamente esperienza della variabilità della durata, poniamo, di un'ora, a seconda della situazione in cui ci troviamo. La percezione che abbiamo della velocità o della lentezza dello scorrere del tempo è dunque soggettiva e relativa alle circostanze e non coincide mai con quella di chi ci sta accanto; inoltre il nostro tempo è da tempo caratterizzato dalla frenesia del produrre: “Produrre per consumare, consumare per produrre. Di qui molto spesso un consumo senza gioia, costretto com'è nei ritmi obbligati della produzione.” (Salvatore Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli); e questa frenesia tutto può essere meno che salutare, così per il corpo che per l'anima. In tale contesto, qual è la funzione della cosiddetta filo-sofia aziendale? Il buon funzionamento e il successo dell'azienda medesima, che cosa se no? Ora un impiegato o un operaio può certamente introiettare la “filo-sofia” della ditta per cui lavora; ma dal momento che il fine è la produzione e il profitto, si tratta di un fine utile e persino necessario al mantenimento e al miglioramento del posto e delle condizioni di lavoro, ma che non può certo definirsi “universale”: un' azienda non ha come ragione sociale il bene ma la produzione di beni, cioè di merci da mettere o da piazzare sul mercato, dove, se vuole sopravvivere, deve battere la concorrenza di altre aziende che, a loro volta vogliono sopravvivere piazzando i loro prodotti, e così via. Questo non toglie che convenga lavorare in un ambiente sereno e accogliente piuttosto che in un ambiente stressante e conflittuale, a rischio di mobbing, ecc. E, in ogni caso, migliorare la capacità di ascolto e di comprensione delle motivazioni e delle esigenze altrui non può far altro che bene; purché non si confondano i mezzi con i fini, i particolari con l'insieme e il relativo con l'assoluto: si lavora per vivere, non si vive per lavorare.

Fulvio Sguerso

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