TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 674 del 28 luglio  2019
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L'8 SETTEMBRE
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IL LIBRO DEL MESE Stampa E-mail
Scritto da Massimo Bianco   
IL LIBRO DEL MESE: I VENT’ANNI DI LUZ
Un romanzo sulla dittatura militare argentina e sul dramma dei desaparecidos
 

Viaggio in Argentina ricordando con rabbia. “Durante la dittatura ero una militante, non nella lotta armata, ma nello schieramento di sinistra certamente sì. Ricordo la paura, quasi paranoica, che provavamo. Per i militari noi studenti, in particolare quelli di lettere e filosofia, eravamo tutti dei potenziali criminali. Mi trovavo a "ripulire" la casa con l'incubo di una perquisizione in ogni momento. Qualsiasi cosa avessero trovato poteva essere elemento d'accusa. Una volta, mentre partivo per la Francia, fui bloccata all'aeroporto perché avevo nella borsa un libro di Tolstoj. Un autore russo costituiva di per sé motivo di grave allarme”

Elsa Osorio

Ecco a voi come la buona letteratura può affrontare nel modo migliore perfino una tema serio e drammatico come quello che vi presentiamo nel mese corrente e cioè gli orrori di una dittatura. “I vent’anni di Luz” di Elsa Osorio” (edizioni Tea) è ambientato nell’Argentina degli anni ’70 e ‘80 prima e dei ’90 poi. Tratta cioè l’epoca della dittatura militare destrorsa e dei desaparecidos e il successivo ritorno alla democrazia. Una stagione tragica che l’autrice, nata in Argentina nel 1953 e oggi residente in Spagna, conosce fin troppo bene, come si può evincere dal passo autografo sopra riportato e da noi rintracciato su internet.

Il libro, realistico ma di fantasia, racconta la vita di Luz, figlia di Liliana, un’argentina desaparecida e prigioniera, e di Carlos, un oppositore al regime salvatosi dall’arresto e dalla successiva soppressione grazie a una provvidenziale fuga a Madrid. La Osorio immagina che, giunta a 22 anni di età, Luz rintracci finalmente il padre naturale e gli racconti come sia stata la sua esistenza fino ad allora e come sia riuscita a trovarlo. Il romanzo è appunto costruito sotto forma di un dialogo tra padre e figlia, alternato a lunghi e approfonditi flashback sul passato di lei.

Dopo il prologo madrileno, esso inizia con la nascita fortunosa di Luz, avvenuta nel 1976 durante la detenzione materna. La sovversiva Liliana, benché di fatto già condannata a morte, viene provvisoriamente lasciata in vita ed è salvata anche dalle torture abitualmente praticate dal governo militare, all’unico scopo di preservare la nascitura. Quest’ultima, infatti, è destinata a essere affidata a Mariana, figlia del tenente colonnello Dufau, uno dei più truci repressori e torturatori del regime. Ciò perché Mariana, a sua volta incinta, per problemi di parto è caduta in coma, ha perso il figlio e di conseguenza non potrà più averne altri. Così Dufau idea il piano e lo mette in pratica, come sua consuetudine, senza alcun timore di calpestare chiunque per i propri interessi. Dell’intera operazione viene incaricato il Bestia, sergente violento e crudele, obbediente uomo di fiducia del tenente colonnello.

…Sarà vostra, qualche piccola pratica da sbrigare ed è bell’e pronta. La registri come se fosse nata qui, io ti fornisco i dati esatti: il peso, l’altezza e il resto. Il certificato sta già arrivando. Non dovremo che allungare qualche pesos a un’impiegatuccia della clinica…

E il gioco e fatto, con efficienza e cinismo. Dopo di ché ovviamente la madre naturale, Liliana, non servirà più e potrà in tutta tranquillità e assoluta freddezza essere soppressa, curandone naturalmente ogni particolare:

…Non sarebbe stato conveniente rischiare che la famiglia chiedesse la restituzione del cadavere e ordinasse un autopsia. Benché neppure questo avrebbe costituito un problema dal momento che i colpi le avevano spappolato la pancia e non si sarebbe mai scoperto che aveva appena partorito…

Tuttavia la futura madre adottiva è ancora in coma. Perciò, come viene spiegato fin da subito, dapprima Luz è provvisoriamente affidata a Miriam, l’originaria destinataria dell’adozione forzata ed ex prostituta fidanzata del Bestia. Miriam, per inciso, e lo s’intuisce fin dalle prime pagine, è personaggio destinato a interpretare una parte fondamentale nella vita della bambina.

Elsa Osorio

Quando poi Mariana riprende finalmente conoscenza, la neonata viene consegnata alla sua nuova famiglia. Un’azione odiosa che necessita di molte complicità e menzogne e per giunta del sopimento forzato dei sensi di colpa anche da parte di chi complice non avrebbe voluto essere. Vedasi ad esempio Eduardo, il debole genero di Dufau:

“…E accadde quello che sempre accade con le bugie, ne dici una e, per renderla verosimile, ne dici un’altra e poi un’altra ancora e così cadi in uno sciame di bugie da cui è difficile uscire. Ci sono persone che mentono tutta la vita e ce la fanno, ma Eduardo non era un bugiardo…

Dopo una prima infanzia serena, la situazione per la piccola Luz precipita nel 1983, quando Mariana, illusa dai genitori – e dal marito forzatamente consenziente – che la piccina fosse la sua figlia naturale, durante un litigio scopre la verità e viene colta da cieca rabbia nei confronti della figlia adottiva, per la quale ora non può fare a meno di provare disprezzo, benché magari pur sempre misto ad affetto.

Era una società, quella argentina, che in buona parte o ignorava o fingeva d’ignorare quanto accadeva al suo interno, perché i generali presentavano alla nazione e al mondo un’immagine di sé falsa ed edulcorata. Così vi si celebravano in pompa magna i campionati mondiali di calcio e di presso agli stadi dove i vari Causio, Tardelli, Kempes, Passarella e compagnia bella “pedatavano” sereni, probabilmente qualcuno veniva torturato e ucciso.

E mentre segue da vicino la crescita dell’ancora inconsapevole protagonista, il romanzo racconta la lenta presa di coscienza di Miriam, del padre adottivo Eduardo e più tardi di Luz stessa e insieme a loro di un intero paese, fino a giungere alla stagione dei processi pubblici conclusisi, forse inevitabilmente, con la riconciliazione nazionale attraverso la formula della cosiddetta “obbedienza dovuta”, approvata per legge.

E in proposito ne sappiamo qualcosa pure noi europei, vero? Ciò grazie ai processi a quei nazifascisti trinceratisi dietro la giustificazione (senza dubbio troppo comoda ma altrettanto indubbiamente anche drammaticamente autentica, per carità) che obbedivano a ordini superiori e se non li avessero eseguiti sarebbero stati a loro volta uccisi.

Il libro ci mostra così fino a dove può spingersi l’umana crudeltà e nello stesso tempo rende omaggio alle vite di tanti uomini e donne schiacciati per i loro ideali di giustizia e libertà. Infine esso si conclude, senza una sola frase di troppo, al momento più opportuno, cioè allorquando si torna al punto di partenza, il prologo madrileno, ciò che d’importante c’era da raccontare è stato ormai effettivamente scritto e tutto il resto può essere serenamente lasciato all’immaginazione del lettore.

Nonostante il tema prescelto sia assai impegnativo e finanche odioso, il romanzo in sé non risulta mai spiacevole. È, anzi, coinvolgente e mostra al lettore gli orrori del regime senza mai perdere di mordente, evitando descrizioni crude e dirette e mantenendo sempre un’esemplare chiarezza. È dunque un libro consigliatissimo a chi voglia gustare una buona storia senza annoiarsi ma nello stesso tempo desideri conoscere un’oscura pagina del recente passato. I vent’anni di Luz è, insomma, un gran bel romanzo. Sì, permetta il lettore l’uso di questo termine che può magari parere scontato: bello. Dopotutto qui non si sta scrivendo un saggio critico, non è necessario inventarsi chissà quali paroloni. Questo libro, pieno di dolore, livore e rabbia, è dunque molto bello e commuovente ed è a suo modo perfino ricco di suspense, pur non avendo nulla a che fare con il giallo. Esso, infatti, si fa leggere pagina dopo pagina per il desiderio di sapere come sono andate le cose e contemporaneamente fa anche pensare. E cosa si può chiedere di più a un testo del cosiddetto intrattenimento, com’è comunemente e banalmente intesa la narrativa?

Da leggere, anche per capire cosa davvero significa vivere in un regime.

Massimo Bianco

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