Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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Politica Stampa E-mail
Scritto da Franco Astengo   

UNA ANNOTAZIONE MARGINALE:
CIRCO BARNUM E IMMORALITA’ POLITICA

 

Una sola annotazione, esposta molto brevemente, circa il contenuto del “decreto interpretativo” varato dal Consiglio dei Ministri e già controfirmato dal Presidente della Repubblica, relativo alle modalità di presentazione delle liste elettorali.

Molti, infatti e giustamente, parlano di gravissimo sfregio alla democrazia: non  soltanto assistiamo ad un sostanziale cambio delle regole in corso d'opera, perché è proprio difficile pensare ad una dimensione meramente “interpretativa” di questo testo, e ad una gravissima ingiustizia verso quanti, nel passato anche recente, pur operando in buona fede e con perfetta regolarità si sono visti escluse le proprie liste per disguidi formali molto meno gravi di quelli riscontrati, ad esempio, per le liste PDL in Lombardia.

Ma si trattava di piccole formazioni politiche, per le quali evidentemente regole certe ed eguali per tutti non possono valere (un po' quel che succede nel campionato di calcio: del resto i due mondi, quello calcistico, e quello del circo Barnum elettorale si assomigliano sempre di più).

 Il varo del decreto “interpretativo” oltrepassa, però, questa stessa dimensione pure eccezionale, e tale da meritare la risposta più dura da parte delle opposizioni: una risposta in termini di mobilitazione di massa, di denuncia (anche in sede internazionale) delle irregolarità, magari chiedendo gli osservatori dell'Unione Europea per il controllo dell'intero procedimento elettorale (ai tempi, tanto bistrattati della proporzionale ante-'93 il procedimento elettorale italiano, pur con i suoi difetti, era certamente tra i più sicuri del mondo), di continua e forte presa di posizione.

Il decreto “interpretativo” si inserisce anche e per di più in quadro generale che sta dimostrando il permanere (ci rifiutiamo di scrivere il “tornare”) di zone oscure in vaste ed importanti parti dell'apparato dello Stato: questo decreto è un atto di vera e propria “immoralità” politica, al punto da mettere in discussione l'intera validità dell'insieme del procedimento amministrativo ed il rapporto tra pubblica amministrazione nel suo insieme ed i cittadini.

Non si tratta di bolli, firme, attestazioni di incarichi e luoghi dove questi incarichi sono esplicitati: a questo modo sono lesi diritti, si espongono – in ogni campo – i cittadini ad arbitrii ancora più gravi di quelli che già subiscono: tutto il rapporto con le varie amministrazioni pubbliche potrà essere sottoposto ai capricci di chi, dall'alto del potere, riterrà per se poco conveniente ciò che – in un determinato campo – sarà contingentemente accaduto, di volta in volta.

Con questo decreto è saltato uno dei capisaldi dello stato di diritto: e ciò è avvenuto perché il procedimento elettorale sta alla base, in eguale misura del dettato costituzionale, del patto di convivenza civile che tiene assieme l'Italia e rende lo stato italiano degno di sedere nei consessi internazionali.

Troppo preoccupati di ciò che avviene all'interno del Palazzo e dei suoi equilibri, quanti hanno concorso a questo insano provvedimento, hanno forse dimenticato questo dato, spezzando in maniera forse decisiva il patto che abbiamo appena descritto.

Come rimediare? Sarà  difficile farlo, anche se non è possibile rinchiudersi nell'Aventino disdegnando la competizione politica.

Eppure in questo momento è difficile lanciare una proposta politica definita, se non si supera l'incrostazione principale, quella legata alla  trasformazione del sistema politico secondo un illusorio  sistema bipolare, attraverso il quale si sono eliminate dal contesto parlamentare forze determinanti per un possibile sviluppo in positivo dello stesso sistema.

Un sistema bipolare artificioso, non rappresentativo della realtà perché costruito soltanto per garantire un meccanismo di alternanza finalizzato all'esaustività del “governo” quale fine dell'azione  politico, attorno al quale si sono intrecciati i meccanismi della personalizzazione della politica, della idea del “partito di proprietà” che ha fatto stragi anche a sinistra, della deprecabile “vocazione maggioritaria”.

Se non si aprirà un duro confronto politico su questi punti, non si comprenderà perché oggi appare impossibile una proposta unitaria di azione delle opposizioni, una ricerca di diversa soluzione di fronte alla crisi verticale delle istituzioni, di difesa delle fondamenta di una Costituzione Repubblicana disegnata attorno alla idea della centralità della rappresentanza.

All'interno di una campagna elettorale ormai sicuramente falsata va aperta una grande campagna politica che esami, analizzi, denunci l'avvenuto superamento del limite della legalità repubblicana.

Savona, 6 Marzo 2010                                                              Franco Astengo

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