Settimanale Anno XVIII
Numero 765 del 19 settembre 2021
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Il mito del progresso Stampa E-mail
Scritto da PIERFRANCO LISORINI   

Il mito del progresso

 Sono trascorsi quattro secoli da quando Bacon vaticinava una radicale trasformazione del modo di essere dell’umanità liberata dai pregiudizi, dalla superstizione, dalle trappole del linguaggio e tutta protesa all’incremento della conoscenza e al controllo della natura. Le macchine volanti sognate dal filosofo inglese sono ora una realtà, la velocità ha cambiato radicalmente la percezione dello spazio e del tempo, l’organizzazione scientifica e la sua interazione con la tecnologia sono componenti essenziali della nostra cultura ma nessuna delle ricadute sul benessere, la felicità, la dignità della persona che si potevano immaginare si è verificata. La stessa scolarizzazione di massa e la liberalizzazione dell’accesso a tutti i livelli della conoscenza sono servite solo a prendere coscienza di disuguaglianze sempre più marcate e della inutilità degli sforzi per attenuarle, agli antichi pregiudizi se ne sono aggiunti di nuovi, i flagelli della guerra, dell’odio, dell’oppressione hanno ora a disposizione strumenti più raffinati che li hanno resi più micidiali.


Ma quello che più sgomenta e che Bacon non poteva certo prevedere è che la diffusione del sapere, la sua democratizzazione, ha prodotto un effetto paradossale: le posizioni di comando, in tutti gli ambiti, dalla politica all’economia e perfino alla scienza, non sono nelle mani della minoranza più capace, più dotata intellettivamente e più “virtuosa” ma al contrario sono di norma appannaggio di farabutti, arrivisti o semplicemente fortunati. Un completo rovesciamento delle leggi della natura e dei principi che governano il funzionamento dei sistemi. Cerco di essere più esplicito: comunque si guardi al passato, alle condizioni socio-politiche dell’antichità o del cosiddetto medio evo fino alle soglie del mondo contemporaneo le disuguaglianze, per quanto in sé contrarie all’idea e al valore della uguale dignità di tutti gli uomini, erano tuttavia in qualche modo funzionali alla tenuta della società. Ho buoni motivi per ritenere che se avessimo a disposizione dati sufficienti potremmo constatare che le curve della distribuzione del potere, dell’intelligenza, della cultura e della “civilitas” si sovrapponevano quasi perfettamente. Penso alla distanza abissale fra Seneca, l’uomo di potere, e i suoi contadini o fra la corte di Leone X e il popolino romano o fra Robespierre che organizzava la ghigliottina e le tricoteuses  che si godevano lo spettacolo. Il ceto senatorio romano, l’aristocrazia feudale o moderna, le élite a cui si riferiva Pareto, con tutto il loro egoismo di classe o di casta erano pur sempre una kalokagathia, piaccia o non piaccia, e la società che l’aveva espressa funzionava, e funzionava bene.

 

Oggi, come scrissi in un mio libello diversi anni orsono, siamo nelle mani di una “anoetocrazia”, il governo degli imbecilli. Oggi qualunque studente di biologia o un oscuro medico di provincia fanno le pulci a tutti, dico tutti, gli pseudo scienziati che da un anno e passa ci vengono imposti dalla televisione e dalla carta stampata, un bravo alunno delle scuole elementari parla più correttamente di giornalisti e politici di chiara fama; ai nostri politici chiediamo di essere quantomeno all’altezza del  nostro vicino di casa o della prima persona che incontriamo per strada e se capita che qualcuno di loro sostenga  quello che è semplicemente ovvio, banale, evidente tiriamo un sospiro di sollievo, è una ventata d‘aria fresca e pulita in un clima irrespirabile. Alle posizioni apicali della giustizia si trovano personaggi impresentabili, inquietanti anche per l’aspetto, e non ci sorprendiamo se un ragazzotto appena laureato in legge riesce dove il meglio dei costituzionalisti ha fallito. Non va meglio fra i capitani di industria o i prìncipi della finanza. Ovunque persone dappoco, gente che ha trovato percorsi privilegiati ed è passata indenne da tutti i filtri. Tutto ciò non è senza conseguenze: l’arte, la musica, la letteratura dal dopoguerra ad oggi non hanno prodotto niente di paragonabile al lascito dei secoli precedenti: hanno chiamato progresso la crescita esponenziale dei consumi e dei falsi bisogni, la devastazione del territorio, l’imbarbarimento nei rapporti sociali, l’impoverimento culturale, il ricorso sistematico alla manipolazione della pubblica opinione. L’eredità di sofferte conquiste valoriali è stata dilapidata e svilita: la democrazia, la libertà, la dignità della persona sono diventate parole vuote come la tutela dell’ambiente, come la pace, la giustizia, l’equità sociale, i diritti.

 

Parole vuote, obbiettivi screditati, fumo e retorica.  Pensiamo all’inquinamento: nessuno, almeno fra quelli che contano e hanno nelle loro mani il potere decisionale, confessa che la causa principale dell’inquinamento è la sovrappopolazione, che è anche all’origine della miseria, delle guerre e della pressione migratoria. Invece di promuovere una drastica politica di contenimento delle nascite in Asia, in Africa e nell’America latina si lamenta la scarsa natalità dell’Europa e in particolare dell’Italia. Si lagna perché la popolazione invecchia dimenticando che più aumenta il tasso di natalità più vecchi ci saranno in futuro e che l’unico modo per riequilibrare il rapporto fra generazioni è quello di mantenere al ribasso l’omeostasi del sistema demografico. La crescita, anche sotto questo aspetto, è un’idiozia. Destra e sinistra nostrane convergono nel condannare l’unica cosa buona del regime maoista: il controllo delle nascite, e si uniscono alla chiesa nella difesa a oltranza della procreazione sfrenata quando sarebbe necessario un piano mondiale per interrompere la dissennata natalità nei continenti extraeuropei a cominciare dall’Africa. L’altro tema sul quale si sbizzarrisce la politica - e intendo ovviamente la sinistra - è la parità di genere. La sinistra si è indebitamente appropriata dell’eredità femminista ed è approdata ad una “ideologia” dei generi che segna il punto più alto nello smarrimento del senso del ridicolo. Genere, diritti, discriminazioni e gusti sessuali.


Su questo terreno la pochezza culturale e intellettiva della politica, del giornalismo e degli “intellettuali” dà il peggio di sé quando confonde il genere con la struttura della personalità e, peggio, con le abitudini - e i vizi - sessuali. È perfino imbarazzante dover affermare l’ovvietà che il maschio che nei rapporti sessuali si comporta come una donna non per questo cessa di essere un maschio o che una donna che si sente maschio rimane una donna. La natura commette i suoi errori: come si formano feti con due teste o nascono femmine con tre mammelle e maschi con due peni o tre testicoli (quest’ultima è un’evenienza quasi normale), può esserci a livello cromosomico un’alterazione relativa alla connotazione di genere. Ma non è di questo che ci si preoccupa, non è questo che interessa nell’empireo della gauche mondiale, anche perché sono casi assolutamente eccezionali e di interesse squisitamente medico. Non sono le particolarità anatomo-fisiologiche quelle a cui guardano i tutori dei diritti ma non sono nemmeno le situazioni di effettivo disagio conseguenza di differenziazioni non ben definite dei caratteri secondari della sessualità maschile e femminile. Quello che li “intriga” sono i comportamenti erotici, tutto ciò che accade sotto le lenzuola, qualcosa di assolutamente privato che la chiesa e la morale borghese hanno voluto rendere pubblico e sottomettere a giudizi di valore o addirittura al codice penale.


E con la scusa di difendere presunti discriminati creano nuove barriere e nuove discriminazioni, alimentano tensioni, rompono equilibri faticosamente raggiunti, fanno riemergere antichi tabù. Il partito del peggiore conformismo, il partito della conservazione  - non della tradizione ma di privilegi usurpati -, l’alleato delle toghe, dei porporati, della grande finanza sposa una trasgressione di cartapesta, difende una diversità da carnevale, si intesta un patrimonio di civiltà al quale è completamente estraneo, finge di non sapere che le conquiste della civiltà non sono frutto della demagogia o di movimenti di massa ma della provocazione di pochi, del distacco dalla morale corrente pagato spesso a caro prezzo, dal non-conformismo di persone libere e non arruolabili, che non hanno nulla a che fare col finto anticonformismo chiassoso e di pura facciata che porta solo allo sbracamento etico e culturale. 

E questo sarebbe il Progresso, il Moloch dei progressisti, quelli di casa nostra e quelli della sinistra mondiale, gli adoratori della crescita all’infinito e dell’eterno sviluppo che ci riportano nel buio dell’ignoranza, della superstizione, dell’intolleranza.

  Pierfranco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 Il nuovo libro di Pierfranco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS


 

Netanyahu

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