Settimanale Anno XVIII
Numero 765 del 19 settembre 2021
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Chi è l'anima bella? Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
CHI E’ L’ANIMA BELLA?

 Oggi l’espressione “anima bella” non significa più un’anima virtuosa, generosa, idealista come avveniva ancora nell’Ottocento romantico, oggi vengono definite anime belle le persone ingenue, sprovvedute, sognatrici e anche un po’sempliciotte, spesso etichettate come “buoniste” da chi teme quella che i sovranisti chiamano  “l’invasione” degli immigrati soprattutto africani e che si riconoscono in leader politici come Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Donald Trump; insomma dire a qualcuno che è un’anima bella non è più un complimento ma un garbato (?) insulto. Come si è arrivati a tale stravolgimento di questo concetto caro a Platone che nel Simposio antepone la bellezza dell’anima a quella del corpo, pur considerata come il primo passo verso l’idea del bello in sé, e poi a Plotino,  che si chiede. “Che cosa fa apparire belli i corpi e fa sì che l’udito apprezzi i suoni per la loro bellezza?

  
Trump, Meloni  Salvini e Platone

E in che modo è bello tutto ciò che riguarda direttamente l’anima?” (Enneadi, I, 6). E’ da notare inoltre che per Plotino non tutte le anime sono belle ma soltanto quelle che si educano alla virtù, che ascendono al di sopra della sfera del sensibile e che, attraversando la sfera dell’intelletto (nous) e delle idee, si ricongiungono all’Uno da cui tutto discende. Nel Rinascimento, in particolare a Firenze, l’anima bella si materializzò nella bellissima Simonetta Cattaneo Vespucci, nobildonna genovese andata sposa sedicenne  al giovane  fiorentino Marco Vespucci, figlio di banchiere Pietro, banchiere  della cerchia dei Medici, morta di tisi ventitreenne e Immortalata , oltre che dai ritratti idealizzati del Botticelli,  insieme all’amante Giuliano de’ Medici, morto a venticinque anni assassinato in Santa Maria del Fiore il 26 aprile del 1478, nelle Stanze per la giostra di Angelo Poliziano e dallo stesso Lorenzo il Magnifico nel sonetto “O chiara stella, che coi raggi tuoi / togli alla tue vicine stelle il lume…”.

Simonetta Cattaneo Vespucci

La figura dell’anima bella riappare in Giulia o la nuova Eloisa (1761) di Jean Jacques  Rousseau, nell’ Epistolario di Allwill e Woldemar (1785) e nel saggio Sulla grazia e sulla dignità (1793) di Friedrich Schiller. Secondo il grande poeta e drammaturgo tedesco “Un’anima bella non ha altro merito che quello di esistere. Con facilità, come se l’istinto agisse per lei, esegue i doveri più penosi per l’umanità e il sacrificio più eroico, che essa strappa all’istinto naturale, appare come libero effetto di quel medesimo istinto”. L’anima bella, per Schiller,  è quella che supera l’antitesi kantiana fra l’inclinazione sensibile  e la legge morale e che è quindi  capace di perseguire il bene e il dovere naturalmente e spontaneamente,  persuasa  a ciò dall’elevazione alla bellezza e alla grazia. Da parte sua Goethe dedica all’anima bella il sesto libro  del romanzo di formazione (Bildungsroman)   Gli anni di apprendistato di Wilehelm Meister (1796) dove  fa dire a Wielhelm: “Io non mi ricordo di nessun comando, niente mi appare in figura di legge; è un impulso che mi conduce sempre nel giusto; io seguo liberamente le mie disposizioni e non conosco limitazioni  o pentimento”.

  

Ma sarà  la figura dialettica delineata da Hegel nel penultimo paragrafo della sezione dedicata allo Spirito, nella sua Fenomenologia dello spirito (1807) a connotare negativamente l’anima bella,  là dove parla della coscienza in sé e per  sé, la cui essenza  non è “un in-sé , ma è essa medesima; altrettanto poco la coscienza è provvista di essere determinato, perché l’oggettivo non arriva ad essere un negativo del Sé effettuale, così come il Sé non arriva all’effettualità. Gli manca la forza dell’alienazione, la forze di farsi cosa e di sopportare l’essere. La coscienza vive nell’ansia di macchiare con l’azione e con l’esserci la gloria del suo interno, e. per conservare la purezza del suo cuore, fugge il contatto dell’effettualità e s’impunta nella pervicace impotenza di rinunciare al proprio Sé affinato fino all’ultima astrazione e di darsi sostanzialità, ovvero di mutare il suo pensiero in essere e di affidarsi alla differenza assoluta. Quel vuoto oggetto ch’essa si produce la riempie ora dunque della consapevolezza della vuotaggine; il suo operare è l’anelare che non fa se non perdersi nel suo farsi oggetto privo di essenza, e che ricadendo, oltre questa perdita, in se stesso, si trova soltanto come perduto; - in questa lucida purezza dei suoi momenti, una infelice anima bella, come la si suol chiamare, arde consumandosi in se stessa e dilegua qual vana caligine che si dissolve nell’aria”. Più severa di così, vien fatto di pensare, la condanna hegeliana dell’anima bella non potrebbe essere: non è più un’anima armoniosa, orientata naturalmente al bello, al bene e al giusto, ma è figura di una soggettività vuota, incapace di agire nel mondo. Messa in questi termini la buona coscienza morale diventa in flatus vocis, un’astrazione senza contenuto, mera retorica e autentica ipocrisia. Ma è proprio questa l’ultima parola sull’anima bella?


Se fosse così non avrebbe senso il libro-reportage del giornalista americano Eyal Press Anime belle (Beautiful soul). Il coraggio e la coscienza di uomini comuni in tempi difficili (Einaudi) , 2015, tradotto da Maria Lorenza Chiesaro. Press riporta la storia di quattro persone comuni che hanno scelto senza esitazione di obbedire alla legge morale universale non scritta piuttosto che a leggi scritte ma ingiuste. La prima è la storia di un capitano della polizia svizzera che, nel 1938, si è rifiutato di applicare una legge che vietava l’ingresso nel suo paese di profughi ebrei in fuga dalla Germania nazista. La seconda è quella di un soldato serbo che, nel 1991, inganna i suoi superiori riuscendo a salvare la vita di molti croati. La terza è quella di un militare del corpo speciale israeliano che, al culmine della seconda intifada, informa i suoi superiore che non intende operare nei Territori Occupati. La quarta è quella di una dirigente d’azienda disposta a perdere il lavoro pur di non vendere ai clienti della sua finanziaria titoli “tossici”. Ora la domanda è: che cosa ha persuaso queste quattro persone comuni s disobbedire all’autorità e a ribellarsi ai superiori mettendo in gioco le posizioni raggiunte e, in certi casi estremi, la loro stessa vita? Evidentemente hanno messo la fedeltà ai loro principi morali al di sopra delle loro convenienze immediate e dei loro interessi personali. Può sembrare strano ai disincantati nichilisti che ironizzano sui buoni sentimenti e sulla ingenuità di chi crede, malgrado tutto, come Anne Frank, “all’intima bontà dell’uomo”. Se non di tutti, certamente delle poche anime belle che ci fanno sperare in un mondo migliore.

    FULVIO SGUERSO

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