SETTIMANALE anno XVII
n° 748 del 18 aprile 2021
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Darwinismo sociale = nazismo Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   

DARWINISMO SOCIALE = NAZISMO

Lavorare è un lusso, pàgalo

Piccolo imprenditore,

se non hai soldi tuoi

e aspetti i ristori,

puoi solo fallire

Governo Draghi


 I media, troppo impegnati a riempire le nostre giornate di bollettini su Covid e vaccini, non hanno neppure accennato ad un documento di estremo interesse: il resoconto ufficiale dell’incontro a porte chiuse avvenuto nel dicembre 2020 in località imprecisata tra 30 banchieri internazionali, tra i quali, in qualità di co-chairman della Steering Committee (Commissione Guida), il solito Mario Draghi, che, dall’epoca del Britannia, giugno 1992, non manca mai nei meeting che contano, tanto da influenzare, anzi coartare, le scelte dei governi. Che poi al governo ci sia o no, non cambia molto.

 


Economista “sul campo”, inveterato commercialista di PMI, Valerio Malvezzi commenta in TV [VEDI] il documento dei 30 banchieri di cui nessun mezzo d’informazione ha dato notizia, nonostante i suoi pesanti riflessi sul governo della nazione 

 

Tra i più proni all’obbedienza è senza dubbio quello italiano, con un capo dello Stato molto sensibile ai richiami dei piani alti della finanza e ai desideri della sinistra (che di fatto coincidono). Tant’è che è seguito a ruota l’insediamento di Draghi al vertice del governo, grazie al protratto diniego di Mattarella di lasciare che fosse il popolo col suo voto a decidere da chi farsi governare. Tuttavia, nonostante i disastri seriali provocati all’Italia da questo banchiere, che oggi ci affligge con ferree chiusure, l’indice di gradimento supera il 50%. Il che getta un'ombra inquietante su quale sarebbe il reale risultato del voto, ponendo in dubbio il proverbiale vox populi vox dei

Il documento è stato reso noto in TV sia da Valerio Malvezzi che da Francesco Amodeo, un giovane napoletano che ha capito da tempo come funziona la cosiddetta politica nel nostro squinternato Paese. Del resto, la finanza era già uscita rudemente allo scoperto con la lettera diktat al governo italiano nell’estate del 2008 (a firma, anche allora, di Draghi, congiunta a quella di Trichet, altro membro dei novelli 30 tiranni). Dopo di che, in ossequio ai loro comandi, il capo dello Stato di allora, Giorgio Napolitano, avallò la caduta di Berlusconi e il suo rimpiazzo con Mario Monti, fatto senatore subito. Certo i nostri presidenti della Repubblica non si smentiscono mai quanto al loro ruolo di zelanti custodi della Costituzione.

Per non dire del monito-attacco della coppia JP Morgan- Goldman Sachs (pure essi presenti tra i 30 coi loro CEO, ci mancherebbe) all’eccessivo sbilanciamento della nostra Costituzione a favore dei lavoratori e dello Stato sociale. Monito che non trovò orecchie sorde nel giovane premier rampante Matteo Renzi, che provvide gentilmente ad emanare il Jobs Act, padre dell’attuale diffuso precariato e dei conseguenti compensi da fame. Come si vede, tutte manovre “suggerite” dalla finanza e fatte proprie orgogliosamente da esponenti della sinistra, o meglio dai suoi rimasugli deviati.

 

Una pagina del documento che brilla per la sua bruta chiarezza. In pratica, afferma che spetta ai banchieri spronare i governi a intraprendere quei provvedimenti impopolari che, a causa dei regimi democratici e quindi della ricerca del consenso elettorale, non hanno sinora avuto il coraggio di attuare. Il Covid ha finalmente fornito loro l’occasione ideale per passare a vie di fatto senza troppi mugugni 

 

Ho citato questi due precedenti per sottolineare che non c’è ormai da stupirsi per la prevaricazione, latente o patente, della finanza nei confronti di una classe politica in ginocchio dinanzi alle nuove divinità che la tengono al guinzaglio col ricatto “o stai a cuccia e ti godi un’infinità di privilegi o fili nell’inferno che dilaga fuori del Parlamento, specie dopo la presa del potere da parte del Coronavirus”.

E veniamo al documento, che stila nero su bianco le “raccomandazioni” dei 30 banchieri. Il titolo del paragrafo clou è molto eloquente: Fare scelte dure e impopolari (Making hard and unpopular choices). Ecco quali sono, in sintesi: far mancare il supporto economico alle imprese “zombie” e trasferire i relativi fondi a quelle in difficoltà temporanea per il Covid-19, ma presumibilmente in grado di uscire salve dalla pandemia e riprendere il discorso interrotto. Inoltre, lancia un monito di sapore dantesco: lasciate ogni speranza di tornare ai tempi pre-Covid. (Inciso: questo è stato anche il mio incessante monito, ma per motivi ambientali e deve valere per tutti, non solo per le classi subalterne).

Il nocciolo del documento è tutto qui. Si tratta di uno spietato darwinismo sociale, in linea con le parole di Mario Monti quando disse che è grazie alle crisi che un sistema economico si rafforza, lasciando a terra i più deboli e facendo emergere i più forti, “i migliori”. Peccato che l’Italia si sia retta proprio sul lavoro delle piccole e medie imprese, in gran parte ad andamento famigliare. Mi chiedo che contributo abbiano mai dato al Paese i signori della finanza, che oggi pontificano ex cathedra all’indirizzo di chi li mantiene nel lusso sfrenato. 

 


 

Nel 2008 la rivista americana Vanity Fair propose al giornalista Christopher Hitchens di sperimentare il waterboarding: la tortura che sfiora l’annegamento. Se resisti sopravvivi, se no anneghi. Hitchens accettò e poi raccontò la sua tremenda esperienza in un articolo su VF. [VEDI e VEDI] Il governo italiano sta infliggendo un’analoga prova di resistenza (di oltre 1 anno, senza fine certa) ai piccoli imprenditori: gli toglie il lavoro e gli dà qualche tozzo di pane. Chi non ce la fa, è condannato a morire. Ma anche chi resiste, ne esce col sistema nervoso a pezzi

 

Eppure, per questi personaggi abituati a “pensare in grande” a nostre spese, i piccoli devono perire, per lasciar posto alle mega-imprese, così come avviene per le banche, in incessante processo di fusioni. I negozi devono chiudere, a favore dei centri commerciali o, meglio ancora, delle vendite online da strutture gigantesche e lontane, come Amazon, dotate di un immenso potere contrattuale, grazie al precariato e alla disoccupazione diffusa. Bar e ristoranti? Ce ne sono troppi, meglio sfoltirli e lasciare spazio alle catene tipo Mc Donald, Burger King e Star Buck, dimenticando che bar e ristoranti, oltre ad essere una peculiarità italiana, varia da regione a regione, quindi ben lungi dal livellamento dei big internazionali, sono attività che molti, in mancanza di lavoro dipendente, sono stati costretti a fare, perché non tutti sono adatti a diventare “start up”, oggi tanto di moda (e molto spesso effimeri fuochi di paglia). Comunque, bene o male, prima del Covid, il settore della ristorazione riusciva a campare e a dar da mangiare ad innumerevoli famiglie italiane. Non era un settore zombie: l’ha ridotto così la sciagurata politica del governo, Conte o Draghi che sia, impedendogli di lavorare e non dandogli un supporto adeguato perlomeno alla sopravvivenza. Talché oggi resiste solo chi aveva –e tuttora ha- soldi da parte, non certo in virtù dei ridicoli ristori. Tradotto: se vuoi il privilegio di svolgere un lavoro, pàgatelo!  

 

Inaugurazione nel centro di Milano di una caffetteria della catena mondiale Star Buck, “il tempio del caffè”. Le peculiarità nazionali/regionali vanno cancellate, in nome di marchi worldwide standardizzati

 


Fast food e hamburger. Questo l’obiettivo dei 30 banchieri: multinazionali della ristorazione e del caffè al posto della costellazione di bar e ristoranti tipici italiani. Un pugno in faccia alla nostra economia diffusa

 

Il punto è che migliaia di famiglie sono lasciate alla fame perché si teme che le loro piccole o micro aziende escano dalla bufera insolventi verso le banche. E questo non è sopportabile, diamine. Vadano al diavolo. Tanto, non riescono a coalizzarsi e a far paura al governo. Di esprimersi col voto non se ne parla. Di organizzarsi in stile Brigate Rosse o Nere (il cui obiettivo oggi sarebbe probabilmente Draghi), non ne hanno più l’indole e la capacità. Quindi, di che preoccuparsi? Moriranno nel silenzio generale. Ci saranno tanti accattoni in più per le strade e più violenza diffusa. Ma abbiamo un efficiente sistema repressivo: polizia, carabinieri, tribunali, patrie galere. Rafforzeremo il sistema “di sicurezza” e vivremo in pace, ignari di tante tragedie personali e famigliari.

Le anime belle della sinistra, che non fanno che parlare di fascismo alle porte, non si accorgono che non si tratta più di fascismo, bensì di nazismo in edizione capovolta; e non è alle porte, si è già stabilmente insediato in Italia da anni. Perché, vivaddio, cos’è se non nazismo la caduta indotta nell’incapienza degli italiani più fragili, mentre predica amore e solidarietà verso le razze afro-asiatiche, alle quali spalanca le frontiere? Di certo, è un razzismo al contrario che si sta costruendo in Italia, con la benedizione non solo del Pd e dei suoi gruppettari, ma anche del M5S, in flagrante tradimento dei suoi, ormai pentiti, elettori. 

 


Se qualcuno pensa che Hitler sia un caso storico isolato, si sbaglia. I suoi epigoni, quanto a idee e metodi per attuarle, esistono eccome, anche se preferiscono rimanere dietro le quinte delle presunte democrazie 

 

Il virus è stato provvidenziale per realizzare finalmente questa decantazione commerciale e di ceto: ha dato un colpo di acceleratore ad un processo in atto da decenni, col trionfo della libertà neoliberista, stile legge della giungla. Questo tipo di libertà per pochi e sudditanza dei tanti si è esplicata in un susseguirsi di scelte.

La promessa iniziale per irretire le folle era questa: tanta merce a poco prezzo e tanti soldi in tasca per comprarla. Verso questo traguardo la concorrenza nazionale non era sufficiente, vincolata com’era (e com’è) da rigide leggi, tasse esose, sanzioni, burocrazia: i prezzi non si potevano abbassare oltre, pena il fallimento.

 

Nonostante gli impianti lavorassero ad una frazione della capacità produttiva e ci fosse sovrapproduzione, i prezzi non potevano scendere oltre un limite minimo, anche per le leggi antinquinamento, che ne aumentavano i costi. Le aziende maggiori delocalizzarono in Paesi più permissivi, mentre venivano aboliti i dazi protettivi della residua produzione nazionale, mandando al tappeto l’economia italiana 

 

Soluzione: a) produrre all’estero, nei Paesi ad alto tasso di natalità, e quindi di disoccupazione, con salari da fame, e con attenzioni per l’ambiente nulle; b) eliminare i dazi protettivi, inaugurando la libera importazione. Le aziende che, con questi criteri, non riuscirono più a vendere in Italia, si trasferirono in quegli stessi Paesi neo-schiavisti, illudendosi così di sopravvivere. Questa mossa fece mancare in Italia altrettanti posti di lavoro, ingrassando a dismisura nazioni come la Cina e creando qui da noi nuova disoccupazione e meno soldi nelle tasche dei potenziali acquirenti. Insomma, si marciò compatti verso il deserto industriale ed economico. Nel frattempo, uno Stato famelico continuava implacabile con le ingiunzioni di pagamento di cartelle esattoriali e sanzioni per ogni minima infrazione, succhiando il sangue ad una popolazione ormai anemica. Risultato: un crescente esercito di poveri, una disuguaglianza distruttiva della coesione sociale, una dilagante guerra tra poveri e il crescente indebitamento da parte di chi tenta di non scivolare sul piano inclinato dei ranghi sociali. Fino all’insolvenza e al ritiro del credito bancario. A completare l’opera, un’esplosione dei problemi psichici, come è attestato dai consumi in salita di farmaci ansiolitici e antidepressivi e dai suicidi economici.

 


Uno dei tanti pletorici uffici dell’Agenzia delle Entrate (grasse vs magre uscite). Ad esse il compito di assestare il colpo finale alle PMI iscritte nella lista delle aziende da lasciar fallire

 

Il Covid è arrivato su una nazione già in questa infelice situazione e ha quindi trovato terreno ideale per irrompere con forza bruta, esaltata dal clima terroristico indotto dal tam tam dei media. 

Questo accanimento contro il naturale temperamento gioioso degli italiani appare ancor più evidente se solo guardiamo qualche film di anni neppur troppo remoti, in ispecie degli anni ’80, contraddistinti da un’irrefrenabile vivacità e spensieratezza. Ce l’hanno fatta pagare a caro prezzo.

 Marco Giacinto Pellifroni         4 aprile 2021 

 

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