SETTIMANALE anno XVII
n° 748 del 18 aprile 2021
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Mal d’Africa e il fardello dell’uomo bianco Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
MAL D’AFRICA E
IL FARDELLO DELL’UOMO BIANCO

 L’espressione “mal d’Africa”, propriamente parlando, indica quella particolare nostalgia che prende chi sia stato qualche tempo in Africa e sogna di ritornarci. In epoca fascista si riferiva all’impresa militare ed economica dell’avventura coloniale italiana. La stessa espressione è stata usata, sull’esempio del “mal francese” per la sifilide, anche per l’AIDS, alludendo alla sua origine africana.  Mal d’Africa è anche il titolo di un romanzo-reportage dei primi anni Quaranta di Riccardo Bacchelli e il titolo di una canzone di Franco Battiato nella quale di africano c’è solo il gran caldo meridiano di una non meglio specificata città o paese dell’Italia meridionale.

 


 

Chi ha sicuramente sofferto di mal d’Africa è lo scrittore Alberto Moravia, innamorato dei paesaggi ancora primordiali del Continente Nero, della sua fauna, della sua flora e dei suoi abitanti che lui non vedeva come diversi dai bianchi ma come l’altra faccia degli europei, solo più sincera, allegra e più vicina alla natura; non per niente amava citare Rimbaud: “Les blancs débarquent! Le canon! Il faut se soumettre au baptème…”. Ha sofferto di mal d’Africa la scrittrice danese Karen Blixen, autrice del romanzo autobiografico La mia Africa  del 1937, da cui è stato tratto nel 1985 il film di Sydney Pollack, concepito come un inno a quella meravigliosa terra innocente e perduta. Fin qui l’Africa, fascismo a parte, è vista con gli occhi di chi la ama o l’ha amata di un amore disinteressato, ma non possiamo dimenticare le feroci  guerre che si combattono in quel continente per lo sfruttamento del suo sottosuolo ricco di materie prime e di metalli preziosi. Per esempio nel Congo dove da tempo si è passati dal commercio dell’avorio sistematicamente sottratto dagli europei ai loro legittimi proprietari africani  (di cui tratta ampiamente Joseph Conrad in Cuore di tenebra) a quello delle materie prime necessarie al funzionamento dei tanti strumenti che ormai fanno parte della nostra quotidianità, come il coltan, usato per i nostri cellulari, per le telecamere, i microchip, gli smartphone e per alcune apparecchiature mediche, per non parlare dei diamanti, dell’oro e del cobalto.

 


 

Molte di queste miniere sono controllate da bande armate rivali di ribelli o da ranger dell’esercito congolese. Si può quindi facilmente immaginare in quale clima di instabilità, di terrore e di guerra permanente viva la popolazione civile. E’ in questo contesto esplosivo che sono caduti l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo che si trovavano là in missione di pace per conto dell’Onu. Il loro assassinio è la prova più evidente del fallimento delle missioni di pace messe in opera dalle Nazioni Unite da ventun anni a questa parte. Su questo punto è sacrosanta l’esigenza di un riassetto e di un aggiornamento della struttura e del funzionamento stesso dell’Onu, che, evidentemente, così come è oggi, non riesce a svolgere il suo ruolo di mediazione e di stabilizzazione nelle aree di crisi dove,  molto spesso,  invece di risolvere il problema diventa esso medesimo parte del problema a causa del comportamento inqualificabile dei caschi blu. Per quanto riguarda l’agguato al convoglio del nostro ambasciatore, al suo assassinio e a quello del carabiniere di scorta e dell’autista africano, il segretario dell’Onu, Antonio Guterres garantisce che “Condurremo un’analisi approfondita della sicurezza, sulla missione in cui sono stati uccisi Attanasio, Iacovacci e Milambo. Lavoreremo  fianco a fianco con le autorità congolesi e italiane mentre conducono le indagini penali” (La Stampa del primo di marzo 2021).

 

 

Bene. Giudicheremo dai risultati. Trovo invece inaccettabile l’atteggiamento di chi si basa su questi crimini atroci per contrapporre la civiltà dei bianchi alla barbarie dei negri, i quali sarebbero sanguinari, violentatori e feroci per natura: “In Africa la guerra è un gioco, un divertimento esaltante, un modo per sentirsi forti e per soddisfare le proprie pulsioni, una faccenda priva di regole, di razionalità, uno sfogo e un’alternativa al lavoro. Il gusto di riunirsi in bande, bruciare le capanne di un villaggio indifeso, tagliare qualche testa e stuprare le donne è anteriore a qualsiasi rivalità tribale, all’odio dei musulmani verso cattolici e animisti, anteriore all’Isis e al califfato e non si parli di povertà. In una società basata sulla sopraffazione, sulla violenza, sulla sottomissione della donna, completamente ignara dell’etica del lavoro, i criteri di valutazione occidentali sono completamente fuorvianti” (Pier Franco Lisorini, su “Trucioli savonesi” ,28 febbraio 2021). Quando sento simili discorsi mi viene in mente la famosa poesia di Rudyard Kipling “Il fardello dell’uomo bianco”  scritta nel 1899 e divenuta ben presto una specie di manifesto del colonialismo europeo: “Raccogli il fardello dell’ Uomo Bianco / Disperdi il fiore della loro progenie / Obbliga i tuoi figli all’esilio / Per assolvere le necessità dei tuoi prigionieri, / Per vegliare pesantemente bardati / Su gente inquieta e selvaggia / Popoli da poco sottomessi e riottosi, / Metà demoni e metà bambini…”

 


 

Questa la “missione” civilizzatrice dell’Uomo Bianco basata sull’ideologia, oggi del tutto screditata  e proprio dal punto di vista antropologico e genetico, (salvo che per i razzisti e i suprematisti bianchi per i quali la razza superiore ha il diritto e il dovere di dominare su tutte le altre) del cosiddetto darwinismo sociale di Herbert Spencer, pretesa giustificazione scientifica della superiorità della razza bianca sulle altre razze. E allora non possiamo non ricordare di che lagrime grondi e di che sangue l’invasione, questa sì che è tale,  dell’ Africa da parte degli uomini bianchi nell’ Ottocento e nella prima metà del Novecento e la brutale spartizione di quei territori tra le potenze europee in concorrenza tra di loro, tra le quali, buon ultima, l’Italia. A proposito della quale il tacer sarebbe bello se non fosse che c’è ancora qualcuno che rimpiange gli anni Trenta e l’Impero tornato, per breve tempo, a riaffacciarsi sui colli fatali di Roma.  Chi volesse documentarsi sui disastri economici, politici, militari e umanitari provocati dalle ambizioni coloniali italiane e, in particolare, fasciste si legga, per esempio, il bel saggio di Nicola Labanca Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, il Mulino, 2007, che ricapitola le vicende politiche e militari che permisero agli italiani di insediarsi prima in Eritrea, poi in Somalia, poi in Libia e, infine, a carissimo prezzo, in Etiopia.

 

 

 

Questo saggio mette in evidenza come all’espansione coloniale italiana abbia contribuito, oltre alla politica e all’azione militare, il battage della propaganda espansionista e colonialista che mobilitò tanti giovani italiani al ritmo della canzone guerresca “Tripoli, bel suol d’amore, / Sarai italiana al rombo del cannon…”. L’autore mette anche in luce la modestia dei vantaggi economici che derivarono all’Italia dalle sue instabili colonie africane con l’aggravante dei tratti marcatamente  razzisti della società coloniale d’oltremare. Per quanto concerne l’Etiopia, fondamentali sono i saggi di Angelo Del Boca, il primo storico italiano  a documentare e a denunciare i crimini di guerra e di pace perpetrati da italiani in Africa Orientale: uso massiccio di gas venefici e di armi chimiche, creazione di veri e propri campi di concentramento, deportazioni, torture  ed esecuzioni indiscriminate di massa; si legga il saggio  La guerra di Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo, Longanesi, 2010. Malgrado il telegramma trionfalistico del maresciallo Badoglio a Mussolini del 5 maggio 1936 (“Oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba”) la guerra era tutt’altro che finita. Meno di un quarto del territorio etiopico era stato occupato. Centomila soldati circa dell’esercito di Hailé Selassié restavano in armi.

 


 

Così da quel giorno vittorioso che avrebbe dovuto, secondo Pietro Badoglio,  segnare la fine delle ostilità, cominciò una guerra nascosta, senza comunicati, nella quale cadde un numero di combattenti dieci volte superiore a quello dei morti nella guerra ufficiale. Dunque quell’entrata vittoriosa in Addis Abeba che segnò  il punto più alto del consenso al Duce, segnò anche l’inizio di una guerriglia di resistenza contro gli occupanti italiani che durò fino al 1941, l’anno in cui gli inglesi attaccarono e invasero la colonia scrivendo la parola fine al sogno imperialista del fascismo.  Durante l’occupazione italiana dell’Etiopia  tuttavia si consumarono alcune efferatezze che vanno molto oltre la necessità di colpire il nemico e di difendersi da esso, mi riferisco alla cosiddetta strage di Addis Abeba, del 1937 e alla battaglia-assedio (se così si può chiamare) dell’Amba Aradam avvenuta nel 1939. La cosiddetta strage di Addis Abeba consiste in un insieme di atti di rappresaglia  indiscriminata perpetrati tra il 19 e il 21 febbraio del 1937, da parte di civili italiani, di militari del Regio Esercito e da squadre di camicie nere contro civili etiopi. La feroce repressione fu causata dal fallito attentato contro il viceré di Etiopia Rodolfo Graziani. L’attentato provocò la morte di sette persine e il ferimento di circa cinquanta presenti alla cerimonia tra cui lo stesso Graziani.

 


 

La repressione da parte dei militari e dei civili italiani (brava gente vero?) provocò un massacro durato per due giorni in cui furono uccisi migliaia, sottolineo migliaia, di civili etiopici e  migliaia di misere abitazioni furono distrutte (a proposito dei negri che si divertono a bruciare le capanne delle tribù nemiche). Potrei continuare ma per ora mi pare che basti. D’altronde è tutto scritto e documentato su Internet, basta andare a leggere su Wikipedia. Quanto alla battaglia di Amba Aradam fu vinta dal Regio Esercito Italiano grazie all’impiego del gas iprite rilasciato a bassa quota dalla Regia Aviazione. Sul terreno i militari sparano proiettili all’arsina e al fosgene. Si è trattato di una evidente, ma negata per decenni, violazione della Convenzione di Ginevra del 1928. Qualcuno ha parlato di prove di genocidio, come nell’aprile del 1939 quando vengono chiuse la vie di fuga dalle grotte dell’Amba Aradam, all’interno delle quali vengono localizzati alcuni resistenti etiopici lì rifugiatisi con le loro famiglie. Ma la loro resistenza viene meno per il gas delle bombe all’iprite lanciate nelle grotte dove muoiono fra atroci sofferenze partigiani e civili, donne e bambini. Chi sopravvive all’iprite verrà arso vivo dai lanciafiamme. Anche questo è accaduto e documentato. Non sarà che l’Uomo Bianco porti nascosto in sé un cuore di tenebra? 

  FULVIO SGUERSO 

 7 marzo 2021 

 

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