SETTIMANALE anno XVII
n° 740 del 21 febbraio 2020
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Com’è nato il commissario Orengo... Stampa E-mail
Scritto da ACHILLE MACCAPANI   

Diario di scrittura

Ecco i retroscena sul:

"DELITTO AL FESTIVAL DI SANREMO.

La prima indagine del commissario Francesco Orengo"

Dietro le quinte del romanzo

Dopo la consegna all’editore Carlo Frilli del romanzo “Ventimiglia riviera dei fuochi”, si è sviluppata con lui e Armando d’Amaro una serie di confronti sull’ipotesi di un mio secondo personaggio seriale. Dunque, uno sbirro da alternare con il capitano dei carabinieri Roberto Martielli, che proprio al termine di “Ventimiglia riviera dei fuochi” viene promosso al grado di maggiore.

 


 

Ho pensato subito che, come minimo, il protagonista non potesse provenire dalla Benemerita. Bensì dalla polizia di Stato. Anzi, che fosse un poliziotto partito dalla gavetta, dalle notti in camerata, dal servizio attivo svolto fuori dagli stadi – e qui l’influsso indiretto è andato dritto in riferimento al romanzo di Riccardo Gazzaniga, “A viso coperto” (Einaudi Stile Libero 2013), dove Genova è descritta in un modo così lucido, crudo, vivido, nel rapporto parallelo tra i poliziotti delle squadre antisommossa e i raggruppamenti degli ultras del Genoa –, e che nel frattempo ha frequentato l’università, si è laureato, ha partecipato al concorso nazionale, ed è entrato nel ruolo della carriera direttiva, passando quindi dall’altra parte della barricata.

Non solo. Questo poliziotto, dotato di una rilevante forza di volontà, doveva comunque risultare energico e operativo. Ma dotato altresì di un evidente grado di sensibilità. O meglio, di un vulnus che connatura la sua forma mentis. E qui ho pensato al trauma derivante da un episodio reale di cronaca (la notte torinese della finale di Champions League, tornata in auge proprio nei giorni scorsi) che lascia forti conseguenze nel protagonista. 

 


Paese di residenza del Commissario Orengo

 

Ma per me il punto più rilevante era un altro. Dove poteva avere le sue radici questo commissario? Vivendo nel ponente ligure di confine, avevo in testa l’idea di un commissario Orengo. Anzi, di un uomo che portasse con sé il nome e cognome di due dei più importanti scrittori italiani con forti radici in queste terre: Francesco Biamonti e Nico Orengo.

Anzi, proprio in quel periodo mi era tornato alla mente il celebre episodio in cui l’allora redattore e direttore di “Tuttolibri” Nico Orengo era giunto a casa di Francesco Biamonti, nel borgo di entroterra di San Biagio della Cima (Imperia), per portarsi via l’ennesima revisione di un romanzo, poi consegnata nelle mani di Italo Calvino (redattore presso la casa editrice Einaudi). Quel romanzo, ambientato nei luoghi della Val Nervia, era “L’angelo di Avrigue”, edito nel 1983 dalla casa editrice torinese[1] e con una quarta di copertina firmata dall’autore del “Sentiero dei nidi di ragno” e del “Barone rampante”, che tantissimi anni prima bazzicava proprio negli stessi luoghi collinari, fresco di diploma al Liceo Cassini di Sanremo, per combattere assieme ai partigiani durante l’epoca della clandestinità[2] (e che ho voluto ricordare in un passaggio interno al romanzo). 

 


Orengo, Biamonti, San Biagio della Cima

 

Ma c’è anche un altro aspetto: sia Francesco Biamonti sia Nico Orengo hanno sempre attinto le proprie radici narrative ai luoghi del ponente ligure di confine. La produzione letteraria di Biamonti trova riferimento alla Val Nervia e alla Valle Verbone, mentre quella di Orengo per tantissimi anni si è richiamata all’area di Latte, nell’estremo entroterra di Ventimiglia. In realtà, negli ultimi anni Orengo ha sviluppato la propria produzione narrativa ricollegandosi a Sanremo (“Hotel Angleterre” (Einaudi 2007)) e a Isolabona (“Islabonita” (Einaudi 2009), il suo ultimo romanzo). Proprio a Isolabona, con un gruppo di amici, il 24 agosto 2008 Nico Orengo mise in piedi un allestimento teatrale all’aperto dedicato alle principali scene del romanzo “Il barone rampante” di Italo Calvino, nel 50° anniversario dalla sua pubblicazione[3]. Elementi, questi, che mi hanno fatto molto riflettere, in ragione del rapporto sempre più stretto coltivato dallo scrittore piemontese di origini liguri con la Val Nervia. 

Proprio ripensando a tutti questi collegamenti, mi sono reso conto di come il commissario Orengo dovesse avere radici forte, chiare e definite, proprio nell’estrema Val Nervia. E soprattutto in un luogo non molto conosciuto, ma di indubbio fascino. Ho quindi pensato al comune di Castel Vittorio (meno gettonato, rispetto ai più famosi comuni di Dolceacqua e Apricale, provenienti dallo stesso territorio), che si è rivelato perfetto per la costruzione del personaggio.

In quel paese, infatti, i principali ceppi familiari sono racchiusi in due cognomi: Orengo e Rebaudo. Studiando inoltre gli elementi principali di quel territorio, di quella comunità, e di queste persone che vivono a Castel Vittorio, difendendo fino in fondo la propria identità culturale, i propri valori, le proprie tradizioni, mi sono reso conto che proprio qui Francesco Orengo avrebbe potuto trovare la giusta dimensione umana nel migliore dei modi possibili.

A questo punto, mi sono domandato da quale indagine potesse partire il commissario Orengo. E proprio mentre stavo buttando giù le prime idee, mi sono imbattuto, come tutti gli italiani davanti al televisore, nella serata finale del Festival di Sanremo (sabato 8 febbraio 2020), in particolare nella fase conclusiva in cui Amadeus e Fiorello si sono trovati sul palco a giocare con l’autotune, scimmiottando i rapper, l’hip-hop e la trap. Mi sono quindi chiesto: e se, durante una pausa pubblicitaria, uno spettatore dovesse uscire dalla platea, dirigersi verso la toilette, e fosse ucciso, a sorpresa, cosa accadrebbe? Lo scoprirebbero subito o dopo? E soprattutto: è mai possibile una siffatta ipotesi?

Per prima cosa, ho verificato se esistessero nel panorama narrativo romanzi gialli o noir riferiti al Festival di Sanremo. Ebbene, non ho trovato nulla di rilevante. L’unica eccezione, sul piano narrativo, era rappresentata dal romanzo “Infinita notte” di Alessandro Zaccuri (Mondadori 2009). Poi ho trovato alcuni romanzi autoprodotti, che prendevano spunto dalla storica triste vicenda di Luigi Tenco. Ma non esistevano romanzi gialli ambientati nello scenario del Festival.

 

 

 

Qui si è aperto un altro problema. Come faccio a ricostruire la mappa interna del teatro Ariston? Come riesco a districarmi con i luoghi, gli uffici, gli spazi interni, la cui visibilità è preclusa al grande pubblico? In questo caso, mi è giunto in soccorso il consiglio indiretto di un grande scrittore di romanzi gialli e noir, John Grisham: nel romanzo “Il caso Fitzgerald” (Mondadori 2017) l’autore ha sviluppato la narrazione e i sopralluoghi interni ai sotterranei della Princeton University (dove sono custoditi i dattiloscritti originali dei romanzi di Francis Scott Fitzgerald), basandosi esclusivamente sulla fantasia. 

Proprio per non essere condizionato da spazi e luoghi, che possono essere considerati riservati e tutelati dalla proprietà privata, e per avere mano libera nella narrazione, mi sono basato sui ricordi delle varie produzioni tv (penso al film tv “Io sono Mia” (Italia 2019) di Riccardo Donna, con Serena Rossi nel ruolo di Mia Martini, e il piano sequenza ininterrotto, che mostra la cantante raggiungere il teatro, entrarvi, incamminarsi verso il backstage, il percorso nei corridoi interni, e l’arrivo sul palcoscenico), nonché delle riprese tv interne con camera a spalla dei cantanti che aspettano di salire sul palco. 

Un decisivo aiuto mi è giunto anche dal ricordo degli aneddoti che mi aveva confidato, tanti anni prima, un caro amico, il fotografo e anima organizzatrice del Club Tenco, il compianto Roberto Coggiola (col quale ho condiviso, tra il 2001 e il 2003, la gestione delle edizioni della rassegna “Musica sotto il Castello” nella Piazza Castello a Dolceacqua (Imperia), imparando i rudimenti delle tecniche gestionali di eventi musicali e concertistici), che ogni anno collaborava con il patron Walter Vacchino nella gestione dei servizi di supporto per la manifestazione festivaliera. Anche per questa ragione, ho ritenuto doveroso dedicare il romanzo “Delitto al Festival di Sanremo – la prima indagine del commissario Francesco Orengo” (Fratelli Frilli Editori, 2021) alla memoria di Roberto Coggiola.

 


Roberto Coggiola organizzatore del Club Tenco

 

Quando mi sono trovato tra le mani la storia, non ho fatto altro che sviluppare la scaletta, e prevedere un inizio col botto. Sapevo benissimo che un nuovo personaggio seriale doveva partire in modo deflagrante. E quale occasione migliore avrei potuto trovare, se non quella del Festival di Sanremo?

Francesco Orengo sarebbe dunque approdato al commissariato di polizia a Sanremo, col grado di commissario capo. Pronto a mettersi in gioco in una sede ambita, prestigiosa, ma nel contempo pericolosa. Soprattutto in una città che di fatto svolge un ruolo preminente nella provincia di Imperia, e vive nella condizione paradossale di avere il maggior numero di abitanti (quasi al pari di Savona!), senza esserne il capoluogo, ma di rappresentare nel contempo un ruolo fondamentale nell’offerta turistica italiana a livello nazionale, europeo ed anche mondiale. 

Avevo capito come questo romanzo dovesse avere la connotazione di un esordio intenso e soprattutto coinvolgere il lettore in modo forte, diverso, e unico. Un po’ come era avvenuto per me, durante la lettura del primissimo episodio del ciclo seriale del commissario Ricciardi: “Il senso del dolore” di Maurizio de Giovanni (Fandango, poi Einaudi, 2007). Mi ero infatti reso conto, nel seguire la narrazione dello scrittore napoletano, che l’effetto empatico trasmesso sul lettore nasceva proprio dalla creazione di un universo narrativo suggestivo, e di indubbio fascino, vale a dire la Napoli degli anni Trenta, il Teatro San Carlo, l’allestimento dei “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo (curioso a dirsi: una delle opere liriche a me più care, assieme a “Tosca”, “Don Giovanni”, “La Traviata”…), e soprattutto dalla straordinaria capacità narrativa dell’autore nel travolgermi dentro questo mondo.

Ecco perché, recependo tutte queste indicazioni, e ricollegandomi al percorso maturato in questi anni, avevo capito che il mio commissario doveva vivere il territorio, avere le sue radici, essere un uomo di entroterra. E doveva essere un castelluzzo doc, immerso nella realtà sanremese fino in fondo, pur tra mille difficoltà, interne ed esterne. Ma che trova un punto fermo in alcune persone che sanno credere in lui, nella sua onestà e integrità, e sapranno valorizzarlo e aiutarlo a reintrodursi in questo ritrovato ponente ligure, dopo tantissimi anni di esilio volontario, lontano dalla Liguria.

Insomma, volevo dare vita ad uno straniero in terra straniera. Un ligure doc che torna nel ponente, e non lo riconosce più. Ma ritrova le proprie radici nel paese di origine, dove è solo il corso dell’esistenza a mutare nelle stagioni, ma l’impatto è rimasto pressoché identico, a differenza delle città costiere, travolte dagli effetti dell’immigrazione, dell’avvento delle criminalità, dalla presenza delle mafie. Ed è proprio questo impatto, questo clima convulso, questa corsa agli inferi che contraddistingue lo sviluppo del romanzo “Delitto al Festival di Sanremo – la prima indagine del commissario Francesco Orengo” (Fratelli Frilli Editori, 2021). 

 

 

 

A tal fine, senza voler spoilerare la trama, anche per spingere il lettore a scoprire le piccole e medie sorprese, vorrei soffermarmi sui primi tre capitoli di questo libro. Orengo entra infatti in scena nel quarto capitolo: nella fase successiva alla premiazione del vincitore del Festival, tutta all’aperto, in Piazza Colombo, durante il miniconcerto di festeggiamento. 

L’intento originario era quello di creare una partenza a razzo, e inchiodare il lettore sulla scena dell’omicidio, sviluppata in parallelo alla fase conclusiva della serata finale, all’interno del teatro Ariston. Le scene si alternano sul piano temporale. Con la narrazione in terza persona, sul palco e retropalco del teatro. E quella in prima persona (la voce dell’assassino) nel luogo del delitto.

Una tecnica molto simile a quella dei thriller di James Patterson, un meccanismo a zig-zag vorticoso, in grado di coinvolgere il lettore. E qui devo riconoscere quanto sia stato efficace il suggerimento dell’editor della Fratelli Frilli Editori, Armando d’Amaro, che nel leggere il testo del romanzo, e chiedendomi di effettuare una serie di interventi decisivi, mi ha invitato a osare partendo dai primi tre capitoli.

Sì, proprio a osare. Ad inserire nella trama i personaggi reali sul palco dell’Ariston, vale a dire Fiorello e Amadeus. Con la presenza tra il pubblico delle mogli dei due showmen, come pure del più famoso tennista italiano di origini liguri (per la precisione, di Taggia, sempre in provincia di Imperia): Flavio Fognini, a fianco della moglie Flavia Pennetta. Dunque con la veridicità che si mescola alla finzione, perfetta per attrarre il lettore sin dalle prime pagine.

Ma a quel punto si è posto per me un altro problema. Cosa potevo inventare sul palco dell’Ariston, quando le esibizioni dei cantanti sono ormai terminate, ed è stato appena dato da Amadeus lo “stop al televoto”? A quel punto, mi è venuta un’idea non dico folle, ma sicuramente anomala per l’Italia. Ricordandomi i casi celeberrimi di grandi attori di cinema come Danny Kaye e Dudley Moore che si sono cimentati anche nella musica classica (ad esempio, il protagonista del film “10” di Blake Edwards aveva realizzato il ciclo di trasmissioni tv sulla musica classica “Orchestra!” a fianco del direttore d’orchestra Sir Georg Solti), ho pensato ad un abbinamento anomalo: Fiorello dirige Beethoven.

 


 

Proprio così: mi sono immaginato lo showman poliedrico catanese sul podio dell’Ariston, di fronte all’Orchestra sinfonica di Sanremo, bacchetta in mano, pronto a dirigere una versione condensata della Quinta sinfonia di Beethoven[4]. L’atmosfera perfetta per il delitto, che si consuma nel frattempo, nell’alternanza delle scene, con ritmo cinematografico. Il tema del Destino che incombe sulla scena del teatro Ariston, l’omicidio che si consuma in pochi attimi in una toilette esterna alla platea. L’alternanza tra realtà e finzione, o tra possibile realtà e l’immaginazione. Il tutto in un turbine che non si ferma.

Ecco cosa avevo in mente: un inizio al fulmicotone.

Ci sarebbe tanto altro ancora da raccontare sul romanzo “Delitto al Festival di Sanremo – la prima indagine del commissario Francesco Orengo” (Fratelli Frilli Editori, 2021). Ma ci terrei che foste proprio voi, cari lettori, a scoprire le tante sorprese disseminate in questo libro. 

Vorrei però sottolineare due aspetti a me cari.

Il primo riguarda la fase tecnica della genesi di questo romanzo. L’elaborazione della scaletta e dei profili dei personaggi rappresenta sempre una tappa fondamentale per porre le basi di una narrazione completa e ben strutturata. La fase di ricerca, della predisposizione della scaletta, nonché della verifica dei luoghi, si è sviluppata per alcuni mesi. Ed è stata fondamentale la collaborazione di Stefania Crepaldi, che voglio ringraziare pubblicamente per il sostegno, l’aiuto, il pungolo, con cui è nata la struttura di base. Voglio menzionare anche Athena Barbera, che mi ha affiancato nella prima fase di revisione del romanzo, dalla quale è poi scaturita la versione finale di questo libro, da me seguita sotto la guida fondamentale di Armando d’Amaro.

 


 

Il secondo aspetto concerne gli estratti di canzoni che aprono il romanzo: “Stranger in a strange land” degli Iron Maiden e “L’odore” dei Subsonica. Partendo da quest’ultimo brano, infatti, l’ho scelto perché a sua volta si ricollega ad una scena chiave che simboleggia una fase significativa del percorso individuale del protagonista (e che invito i lettori a scoprire). “Stranger in a strange land” proviene dall’album “Somewhere in time” (1986) della band britannica, e l’estratto del testo è riconducibile allo stato d’animo di Francesco Orengo, al suo vissuto, al suo sentirsi, appunto, uno “straniero in terra straniera”, come ho raccontato prima.

Ma a questo punto, ci si può domandare: cosa c’entrano i Subsonica e gli Iron Maiden con la città di Sanremo? E soprattutto con il teatro Ariston, scenario di questo romanzo? Ebbene, va ricordato che la band torinese ha partecipato alla 50° edizione del Festival di Sanremo (21-26 febbraio 2000) con la canzone “Tutti i miei sbagli” (facente parte – come pure “L’odore” – di “Microchip emozionale”, da molti ritenuto il capolavoro, o comunque l’album iconico, dei Subsonica). 

Anche gli Iron Maiden sono approdati, a loro modo, a Sanremo: non al Festival della Canzone Italiana, bensì al teatro Ariston, nella serata di martedì 30 agosto 1981, durante la fase finale del tour dell’album “Killers” (1981). Sul celebre palcoscenico (che ospitò negli anni successivi concerti passati alla storia come quelli, ad esempio, di Vinicio Capossela, Paolo Conte e Fabrizio De André) c’era la formazione guidata dal bassista e leader Steve Harris, con il compianto batterista Clive Burr e alla voce il frontman Paul Di’Anno (uno dei suoi ultimi appuntamenti, prima dell’addio alla band e della sua sostituzione con l’attuale vocalist Bruce Dickinson). 

Il programma di quell’incandescente concerto sanremese degli Irons era tutto incentrato sui primi due album della band britannica (“Iron Maiden” e, appunto, “Killers”). Peccato solo che il pubblico numeroso (e molto focoso) accorso da tutta la Liguria al teatro Ariston di Sanremo lasciò, a memoria dei proprietari del teatro (che me lo raccontarono, con quel pizzico di ironia ligure, tanti anni fa), qualche problemino… 

I ricordi e il vissuto personale fatto di racconti, emozioni, atmosfere, in modo consapevole o meno, legati a Sanremo, al teatro Ariston, al ponente ligure di confine e al suo affascinante e sorprendente entroterra, sono dunque confluiti dentro questo romanzo. Dentro questa storia di crescita, di sofferenze, di un uomo rientrato da un esilio volontario di tantissimi anni, lontano dalla Liguria di ponente, di ritorno alle proprie origini, di ricucitura e ricomposizione delle proprie radici: il commissario di polizia Francesco Orengo.

 

ACHILLE MACCAPANI

 

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