SETTIMANALE anno XVII
n° 748 del 18 aprile 2021
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L’uomo delle banche fra trasformismi veri e di fantasia Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
L’uomo delle banche fra
trasformismi veri e di fantasia

 Il fondamento della ricchezza delle nazioni sta innanzitutto nella solidità del patto che le tiene unite. Questo deve garantire la vita, la salute e la proprietà secondo la classica concezione hobbesiana, corretta con il principio della partecipazione attiva e consapevole di tutti i membri della comunità nazionale alla sua conservazione, il che significa pari opportunità, istruzione obbligatoria, sostegno e tutela degli individui più deboli. Se il patto viene rispettato prende forma la politeia e con essa il senso collettivo di appartenenza, il principio di legalità e l’eticità dello Stato. La nazione così organizzata è tanto più ricca quanto maggiore è il livello di benessere materiale e immateriale che riesce ad assicurare ai suoi membri. Sono questi i principi ai quali si ispirano le democrazie liberali, nelle quali la produzione e lo scambio di beni e servizi poggia sulla libera iniziativa e sulla libera espressione delle capacità dei singoli ed ha come fine un’equa distribuzione delle risorse materiali.


In questa prospettiva risulta evidente che il nerbo o, come si diceva una volta, la spina dorsale della compagine sociale sono quelli che più direttamente partecipano alla produzione di beni e servizi: gli imprenditori e i loro collaboratori, gli artigiani, i commercianti, i medici, gli insegnanti. Senza di loro non esistono né la nazione né la società civile né lo Stato. Riguardo all’equità della distribuzione delle risorse materiali si deve fare i conti con gli effetti secondari - e perversi - della circolazione monetaria alla quale quella macchina produttiva dà luogo, che sono il parassitismo, la delinquenza e, last but not least, l’accumulo smodato di ricchezze nelle mani di pochi. Chi ne beneficia si persuade di essere il motore della società ma ne è solo un derivato raramente innocuo. Il motore della società e, più in generale, della civiltà umana è il capitale umano che si esprime nell’intelligenza, nella creatività, nell’intraprendenza. Così come uno che vince alla lotteria è semplicemente il prodotto del caso e rimane una variabile di disturbo all’interno del sistema di distribuzione della ricchezza (questo vale per il calciatore, l’attore, il conduttore televisivo, ecc., che beneficiano di fattori sovrastrutturali come la pubblicità) allo stesso modo il primato del capitale finanziario su quello industriale, dell’economia virtuale su quella reale è il segno di una patologia dell’economia al pari della mancata regolarizzazione del rapporto fra le economie locali e l’economia globalizzata. Interi ceti sociali e politici sono al servizio di queste patologie, perseguono interessi e obiettivi che in qualche caso possono convergere con gli interessi e gli obiettivi nazionali ma di norma collidono con essi e producono povertà e disuguaglianze. 


A questi ceti sociali e politici per natura sovranazionali appartiene in toto Draghi, la cui politica come banchiere europeo sollevò l’euro dalle difficoltà causate da un’avversa congiuntura monetaria e solo come effetto collaterale giovò all’economia italiana, non perché fosse intenzionalmente declinata a favore del nostro Paese. Per questo motivo mi sembra ridicolo attribuirgli il ruolo, allora come ora, di salvatore della patria. Premesso che l’Europa è una creatura artificiale funzionale al sistema finanziario globale che accidentalmente può risultare utile a singoli paesi europei, l’europeismo “ideologico” è un pessimo biglietto da visita per uno a cui affidare la responsabilità di governo. Si dirà: ma c’è la competenza, che però è forse una condizione necessaria ma sicuramente non sufficiente per una legittimazione politica. Non solo perché la competenza è di per sé un’astrazione ma se anche fosse concretamente definita nell’ambito richiesto nessuno potrebbe garantire che venisse impiegata nell’interesse collettivo. L’europeismo ideologico, come quello che sta connotando i compagni, con Zingaretti che si compiace se l’Italia perde un’altra fetta di sovranità (sono parole sue), è piuttosto una minaccia dalla quale ci si deve guardare al pari di quella rappresentata dai fautori dell’accoglienza. Draghi, dunque, non è la soluzione ai problemi dell’Italia ma, per ciò che egli rappresenta, è semmai parte di quei problemi. Ma in questa particolare congiuntura, con l’Europa che si indebita e indebita gli Stati che ne fanno parte e nella oggettiva impossibilità di uscire dal pelago con le nostre forze perché abbiamo rinunciato al salvagente consegnandolo a Francoforte, se l’Italia va a fondo si porta dietro tutta l’Europa e Draghi è l’uomo giusto per salvare l’Europa mantenendo a galla l’Italia.


Rispetto a un anno fa lo scenario, visto da Bruxelles, è profondamente mutato. Se allora il pericolo era Salvini e Conte l’uomo giusto per farlo fuori oggi il pericolo è lo stesso Conte che per mantenersi al potere sarebbe stato disposto a dilapidare il cadeau, che in realtà è un prestito, che Bruxelles mette a disposizione col duplice obbiettivo di risanare l’economia italiana e stringerla nella morsa dell’Unione. Conte era il killer incaricato di eliminare Salvini, Draghi è il killer incaricato di eliminare Conte e siccome ciò che ora teme l’Europa, lo sfascismo di Conte, è un disastro dal quale il Paese non si risolleverebbe facilmente quale che fosse la prossima maggioranza parlamentare, ben venga Draghi. Non per la sua competenza, il suo prestigio, le sue entrature ma perché è lo strumento per liberarci di Conte visto che con un sistema costituzionale che fa acqua da tutte le parti la via delle elezioni è sbarrata.


La prima e vera competenza di chi ha responsabilità politiche e di governo è la sua rappresentatività, la sua capacità di interpretare interessi e bisogni concreti. Si rimprovera giustamente ai Cinquestelle di aver clamorosamente tradito il mandato affidato loro dagli elettori, ma anche peggiore è la colpa dei compagni, nella loro versione ufficiale piddina come nelle formazioni minori, che in sede di campagna elettorale si guardano bene dal proporre i loro cavalli di battaglia, l’oltranzismo atlantico, la soggezione all’Europa franco-tedesca o il via libera all’invasione. Non lo fanno nemmeno ricorrendo ad eufemismi: non una parola sulla politica dell’accoglienza, non una parola sul dovere di salvare chi rischia la vita nel mediterraneo, non una parola su chi fugge dalla miseria, dalle guerre o dalle torture e nemmeno un accenno ala grande patria europea che dovrebbe sostituire la piccola patria italiana. Che cos’è questo se non un tradimento degli elettori, una truffa politica, un insulto alla democrazia? Quanti voti prenderebbe in Italia un partito che si presentasse come difensore dei diritti degli immigrati o dichiarasse di stare dalla parte degli euroburocrati? E con che faccia i compagni potrebbero rivolgersi a quelli che mandavano a fare i picchetti davanti ai cancelli di Camp Darby o a scrivere sui muri Fuori l’Italia dalla Nato per convincerli ad essere più atlantisti del vecchio nemico Berlusconi? Quella del Pd non è un’inversione di rotta o un aggiustamento della linea politica: è la prova provata che quello non è un partito politico ma una banda di ciarlatani impegnati ad ingannare il popolo al solo scopo di mantenere il potere a vantaggio del padrone di turno.


Al loro confronto i Cinquestelle sono un esercito di idealisti pronti ad immolarsi per la causa. Ma sarebbe Salvini quello che ha fatto un’inversione a U, quello che dopo aver predicato l’uscita dall’euro ora è diventato più realista del re ed ha abbracciato l’Europa senza se e senza ma, come un innamorato che non chiede nulla, nemmeno di essere ricambiato, ma vuole solo il permesso di amare. Giornalisti, politici e media di regime mentono due volte: in primo luogo che la Lega abbia predicato o promesso in campagna elettorale l’uscita dall’Europa o dall’euro è falso. Riconoscere che l’Italia è entrata nella moneta unica nel peggiore dei modi, constatare che l’euro è il marco travestito o ipotizzare una revisione del ruolo delle banche centrali non implica progettare una sconsiderata uscita dall’euro e dall’Unione riconoscere che l’Europa politica è una costruzione artificiale e artificiosa è semplicemente banale: basta dire che come lingua comune è costretta a ricorrere all’inglese, che dopo la brexit è una lingua extraeuropea, o, meglio, extracomunitaria.


È una costruzione artificiale che provoca tanti inconvenienti ma consente anche qualche vantaggio: se ce la teniamo sarà legittimo cercare di ridurre al minimo gli inconvenienti e massimizzare i vantaggi. Per quello che mi risulta è stata questa la linea di Salvini e se oggi, quando l’Europa si accolla un debito che peserà sulle future generazioni, Salvini si preoccupa che quel debito non venga dissipato per interessi di parte, come si accingevano a fare Conte e i suoi accoliti, e vorrebbe che a gestirlo fossero non una maggioranza parlamentare o un governo di parte ma tutto il parlamento e un governo super partes, non ha fatto nessuna inversione ma semplicemente ha evitato di essere messo all’angolo lui con la Lega e soprattutto col popolo italiano. Quindi che Salvini si sia convertito sulla via di Bruxelles è falso. 

Che qualcuno che aveva già in mano la forchetta e il tovagliolo al collo ci sia rimasto male lo do per scontato ma non me ne cruccerei. Piuttosto mi preoccupano le continue punzecchiature per innervosire Salvini e spingerlo a far compagnia alla Meloni e, se mi si consente, mi riesce difficile liberarmi dal sospetto che l’arbitro voglia giocare la sua partita.  

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione  

 

  Il nuovo libro di Pier Franco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS

 


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