SETTIMANALE anno XVII
n° 741 del 28 febbraio 2021
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27 gennaio 1944 Stampa E-mail
Scritto da CRISTINA RICCI   
27 Gennaio 1944        

 

 Mi hanno svegliato dopo che faticosamente ero riuscita ad addormentare i morsi della fame e dare tregua così anche alla mia fatica.

Il pensiero ossessivo del cibo non mi lascia mai. Fatico ad accendere un vacuo senso di sazietà e, solo allora, mi è concesso spegnere la fatica cadendo nell’oblio del sonno.

Il mattino è ancora lontano; allora perché mi hanno svegliata?

Il ricordo della luce che inonda la stanza, della voce allegra di mia madre e dell’aroma di caffè che mi raggiungeva dalla cucina  è lontano, come lontani possono essere solo i sogni.

Adesso quell’abitudine è sostituita dalla mano magra e rugosa che preme sulla mia bocca per soffocare ogni inconscio grido che potrei emettere dopo che l’essere svegliata di soprassalto è diventata la routine.

Il mattino è ancora lontano; allora perché mi hanno svegliata?

Il silenzio ossessivo degli ultimi giorni sembra essersi spezzato.

La baracca è quasi vuota.

Non era così quando arrivai. Ero poco più di un’adolescente. 

Fuori sono trascorsi solo pochi mesi ma la percezione, al di qua del reticolato è diversa. Qui ogni ora equivale ad un giorno. Ogni mese ad un anno. Il tempo trascorre in un modo strano, diverso. 

È difficile da spiegare, difficile come osservare la sabbia della clessidra che sale verso l’alto invece di scendere. Ogni attimo sembra non dover finire mai. 

Appena arrivata avevo ancora le forze. All’aria gelida del mattino, allineata per l’appello contavo, dentro me, la durata della tortura. Mille uno, mille due, mille tre, era un buon metodo per trattenere con me l’attenzione. Oggi l’esercizio è diventato abitudine ma la sforzo di resistere a quei secondi è infinita. 

Forse io conto più lentamente, o forse le forze mi stanno lasciando ma ogni cosa, ogni singolo istante pare eterno, l’unico tempo che corre è quello accorcia la nostra vita. 

Gli anni della mia adolescenza, ad esempio, sono trascorsi nell’attimo stesso in cui il treno ha varcato il cancello. Il convoglio è sobbalzato un istante appena, come se volesse fermarsi per leggere quello che noi avremmo decifrato solo più tardi “Arbeit macht frei”.

Ricordo ancora il giorno che arrivai. Ero poco più di un’adolescente. Ero ancora umana, l’animo bestiale non si era ancora risvegliato in me. 

Il branco mi relegò nella branda più bassa, nell’angolo più lontano dalla stufa, se così si può definire la latta in cui pigramente brucia la poca legna che riusciamo a raccogliere rientrando dai campi.

Il pagliericcio era la prima barriera che il gelo incontrava risalendo dal terreno.

Il freddo si insinuava nel legno prima e nel mio corpo poi. Mi teneva sveglia. Desta fino rendere vigile e sempre presente l’animo bestiale che giace in letargo dentro noi.

Diventando animale riuscii, tra graffi e morsi, giorno per giorno, morte dopo morte, a raggiungere le brande più vicine al tepore assicurandomi preziosi istanti di sopravvivenza.

Il mattino è ancora lontano; allora perché mi hanno svegliata?

Da tempo, quanto non so, la nera brodaglia che chiamiamo cena è diventata via via sempre più chiara fino a divenire trasparente, semplice neve sciolta. Così sono spariti anche i neri soldati, sempre meno; fino a scomparire.

Il mattino è ancora lontano; allora perché mi hanno svegliato?

Il terreno trema sotto i nostri piedi e un rombo sordo rompe il silenzio a cui oramai eravamo abituate.

I nostri occhi sono, più del solito, pieni di paura.

Il mattino è ancora lontano; allora perché mi hanno svegliato?

Vogliono che osservi fuori, che racconti cosa accada.

Mi avvolgo nella coperta.

Mi faccio coraggio.

Mi avvicino alla parete.

Non oso uscire.

Le unghie si spezzano mentre tolgo il fango che sigilla gli spazi vuoti tra il tavolato di assi.

Porto il dito graffiato alla bocca e mi succhio in sangue ringraziando per quella inattesa colazione.

Avvicino l’occhio alla fessura.

Appoggio la fronte alle assi.

Sono ghiacciate. 

Presto devo desistere.

Il dolore è troppo.

Ho bisogno di un altro berretto. 

Le mie compagne litigano; nessuno vuole prestarmelo, ma sono quella che vede meglio; alla fine la più curiosa si sacrifica.

L’alba è ancora lontana, la luna riverbera sulla neve.

All’orizzonte intravedo ombre. Ombre che si avvicinano.

Carri armati che avanzano abbattendo i reticolati.

La folata di vento gelido ci colpisce.

Improvvisamente la porta si spalanca.

Davanti a noi uomini con una nuova divisa, con una nuova croce, rossa questa volta.

Davanti a noi uomini con nuovi sguardi.

Occhi grandi.

Occhi grandi che esprimono ciò che noi non sappiamo più leggere.

Occhi che fanno ciò che non sappiamo più fare.

Occhi che piangono. 

CRISTINA RICCI 

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