SETTIMANALE anno XVII
n° 740 del 21 febbraio 2020
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Pace e resistenza tra solstizio ed equinozio... Stampa E-mail
Scritto da GIANFRANCO MONACA Tempi di Fraternità   

Pace e resistenza tra solstizio ed equinozio,

tra Carnevale e Quaresima

 

 

Autore: Gianfranco Monaca

Probabilmente dobbiamo escogitare nuovi metodi di protesta non violenta, escludendo anche il suicidio rituale, storicamente inefficace, e le auto-bomba, brevetto esclusivo dei mafiosi e dei servizi segreti (deviati, naturalmente), e dare un senso alla parola “Resistenza” che esca dalla ritualità ormai incomprensibile a chi ha meno di vent’anni.

Perlomeno avremo un buon motivo per dare un significato credibile alla nostra scelta di campo: o di qui o di là. Per la prima volta nella storia della Chiesa il papa mette chiaramente un punto fermo al nostro devozionismo: “È ora di fermarsi” diceva papa Francesco all’Angelus, ricordando il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914), che “causò milioni di vittime e immense distruzioni” e “sfociò, dopo quattro lunghi anni, in una pace risultata più fragile. Domani sarà una giornata di lutto nel ricordo di questo dramma”.

Il nuovo anno sarà il centenario - ha ricordato il presidente Mattarella nel messaggio di Capodanno - dell’inaugurazione del “Vittoriano” come “sacrario del Milite Ignoto”, uno dei seicentomila morti nell’“inutile strage”. E Mattarella ha ringraziato il papa per il suo magistero, che dice appunto: “Non si ripetano gli sbagli del passato, ma si tengano presenti le lezioni della storia, facendo sempre prevalere le ragioni della pace mediante un dialogo paziente e coraggioso”.

L’appello di papa Francesco si era concluso allora con un’ulteriore vigorosa esortazione ai potenti della terra: “Fermatevi, per favore! Ve lo chiedo con tutto il cuore. È l’ora di fermarsi!

Fermatevi, per favore!”.

Sarà difficile applicare questa scelta di campo.

Come dice Sergio Sbragia a proposito del “miracolo di san Gennaro” (pag. 8), è difficile convincersi della “banalità del bene” quanto della “banalità del male”. Tra il male e il bene - dice Paolo De Benedetti citando gli antichi rabbini - c’è una distanza infinita come tra le due facce di un’unica pagina. Come tra l’oriente e l’occidente; come le due opposte direzioni di un’unica strada. Ma chi sceglie una direzione non può scegliere quella opposta, per quanto piccoli siano i passi che fa. Si sceglie la direzione e si cerca di seguirla, anche se con i limiti e le contraddizioni che caratterizzano la nostra fragile umanità. E le persone che pensano in un modo non previsto dal regime prima si cerca di comprarle, poi, se non sono in vendita, le si elimina in un modo o nell’altro. Prima che a Yeoshua/Gesù di Nazareth, Stefano, Paolo, Pietro, Ignazio, Giustino e agli altri martiri cristiani, era capitato a Ovidio, destinato dal potere di Roma all’esilio in terre lontane, a Seneca, e non sappiamo a quanti altri, quando la “vera religione” non aveva ancora fabbricato gli eretici bruciandoli “per la maggior Gloria di Dio”. Nella più assoluta normalità.

Ricordiamo anche che siamo il paese delle maschere. Il Carnevale e la Quaresima possono aiutarci a pensarci sopra. Com’è noto, i caratteri della celebrazione del carnevale hanno origini in festività molto antiche, come per esempio le dionisiache greche o i saturnali romani.

Durante le feste dionisiache e saturnali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al temporaneo rovesciamento dell’ordine costituito, e comportava anche la partecipazione di gruppi mascherati, e da qui l’origine dell’immagine di Metamorfosi, trasformazione di un attore che, cambiando maschera (persona), interpreta personaggi diversi. Ma la Quaresima è il tempo dedicato alla conversione, quindi alla metanoia che ricupera l’idea del cambiamento ma la accentua (in senso di cambiamento del modo di pensare) che la metamorfosi (trasformazione) lascia al livello dell’aspetto, appunto della forma. Ma se la metamorfosi è sgradita al potere o giudicata troppo audace o “prematura”, Ovidio servirà di lezione. Per questo, per prudenza, è nato il teatro “dove tutto è finto - come diceva Proietti – ma niente è falso”, e la metamorfosi è diventata metafora. Anche religiosa (1).

Per millenni abbiamo tentato di mettere insieme la cultura della pace con quella della guerra. Quante volte abbiamo sentito dire che, “se l’America non fosse intervenuta con la sua potenza bellica nella seconda guerra mondiale, saremmo diventati schiavi dei nazisti”. Dunque “si vis pacem, para bellum”: se vuoi la pace, preparati alla guerra. Di qui cominciano a divergere la strada e il senso delle parole. Non si può indossare la maschera del devoto del presepio e del rosario e non mettere in questione la vendita delle armi a un paese che non rispetta i diritti civili.

E la resistenza assume un nuovo senso e un nuovo compito.

Su guerra e pace, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) - che punta alla “completa eliminazione” delle armi nucleari come “unico modo per garantire che non siano mai usate in nessuna circostanza” - adottato da una Conferenza delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017, è entrato in vigore il 22 gennaio 2021 essendo stato ratificato da 51 Paesi, dopo aver raggiunto il traguardo delle 50 firme il 24 ottobre.

Un trattato che sarà legalmente vincolante solamente per le nazioni firmatarie.

Ma l’Italia non sembra avere alcuna intenzione di aderire. In linea con i partner NATO e con le nazioni che detengono armamenti nucleari, ha preso le distanze dai lavori ONU sin dall’inizio. Come ha spiegato alla Camera un sottosegretario dell’esecutivo Gentiloni, è stato «ritenuto inopportuno sostenere iniziative suscettibili di portare a una forte contrapposizione

in seno alla Comunità internazionale».

Ancora più dura la posizione del Governo giallo- verde (Conte I), che ha addirittura sollevato «dubbi circa la reale capacità del Trattato di porsi quale strumento di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile».

Tra le aderenti al trattato anche Kiribati, Tuvalu, Nauru, minuscole nazioni di cui quasi si ignora l’esistenza, ma nessuna nazione tra quelle che contano sullo scacchiere internazionale.

Può essere questo, per noi, una metafora, un motivo di speranza. Cioè che la speranza, quando non è solamente una parola, può nascere e portare frutti solamente all’interno delle minoranze, tra chi non conta, tra coloro che sono guardati, dai potenti, con un sorriso di compatimento.

La pandemia avrà portato consiglio? Quale metamorfosi avrà prodotto nelle coscienze, nelle istituzioni, nelle Chiese? Lo Stato Città del Vaticano, per la verità, l’ha ratificato, ma la “pastorale ordinaria” è muta. Quando la risurrezione ricomincerà ad essere insurrezione?

 

(1) Cfr. Ernesto Buonaiuti, Amore e morte nei tragici greci, Roma 1938

 

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