SETTIMANALE anno XVII
n° 740 del 21 febbraio 2020
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Violenza beneducata Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   

VIOLENZA BENEDUCATA

 Nell’Appendice al mio ultimo articolo ho accennato al sopruso dei grandi detentori dell’informazione online nei riguardi di Donald Trump, appropriatisi unilateralmente di quella libertà di cui i social media ci avevano originariamente inebriati. 

Quanto a libertà individuali la situazione italiana è persino peggiore di quella degli USA, dopo quasi un anno di aperture e chiusure delle attività commerciali e turistiche, con un governo eletto grazie a consensi che sembrano preistorici rispetto all’oggi, guidato da un estratto a sorte dalla dea bendata che si è trovato talmente bene dove è stato catapultato che ha sfruttato la pandemia per prolungare sine die la sua presenza al vertice. [Mentre scrivo il caos regna totale ed è arduo toccare argomenti di politica in un contesto così volubile anche a un solo giorno di distanza dalla pubblicazione].

 


Partito in sordina con due vice premier alle costole, è riuscito a sbarazzarsene e ad assommare in sé i pieni poteri che aveva stigmatizzato in Salvini. Ora è pronto al braccio di ferro finale, con l’avallo di fatto del Capo dello Stato, tutt’altro che super partes

 

I piani inclinati verso “l’uomo forte”

Se la democrazia è questa, sotto il dominio di un autocrate, che, con la sponda del Quirinale, evita il ricorso alle urne, che aggiornerebbero drasticamente il panorama politico del Paese, che differenza c’è tra lo stile di Putin, Erdogan, Al-Sisi e altri autocrati, che hanno plasmato anche la Costituzione pur di prolungare il proprio dominio sine die? L’alto garante della Costituzione sta forse agevolando la nascita di una nuova dittatura, anziché la tanto sbandierata democrazia? Aveva chiesto che Conte non si affidasse, pur di restare, a “maggioranze raccogliticce”.  Eppure, è proprio quello che Conte sta facendo, procedendo impavido verso la conta in aula, pur dovendo mercanteggiare con i cosiddetti responsabili o costruttori per ricomporre una maggioranza.

L’Italia è nelle mani di persone che il popolo in gran parte non vuole più, ma che restano inchiodate alle poltrone per la paura di tornare nel girone in cui tutti gli altri si arrabattano per mettere insieme pranzo e cena. I mesi a venire, senza bisogno di indovini, saranno funestati da crescente povertà, in quanto alla maggioranza delle attività è stato impedito ex lege di essere tali, mentre lo Stato ha fatto mancar loro gli aiuti per sopravvivere. In questi giorni ha “elargito” qualche elemosina, sufficiente a malapena per pagare un mese di affitto agli intoccabili rentier

Per molte attività l’alternativa è: disobbedire o perire. E già bar e ristoranti hanno tentato di coalizzarsi in una disobbedienza civile, che purtroppo è naufragata, dovendo contare non solo su un manipolo di animosi, ma anche sui clienti, che non condividono il loro vitale interesse e quindi non vogliono rischiare di pagare, oltre il conto, anche una multa. 

Intere categorie di lavoratori lasciati allo sbaraglio

Quando un governo si trasforma in regime, non ci sono alternative “beneducate”: o una livorosa rassegnazione o l’esposizione al braccio violento della legge. La violenza beneducata è appannaggio esclusivo di chi detiene il potere e può piegare i cittadini con le sue leggi e divieti pagati a caro prezzo, pecuniario, da parte dei trasgressori: un vicolo cieco in cui sei rovinato in ogni caso, sia che le multe le paghi, sia che non riesca a pagarle. In questi casi violenta è la legge, non chi vi si ribella con le armi –spuntate- che ha. Opporsi senza possibilità di ritorsioni è concesso solo attraverso il suicidio esemplare, in stile Jan Palach, che si dette fuoco a Praga il 16 gennaio 1969, dopo che la libertà ritrovata con la cosiddetta Primavera di Praga fu repressa con l’invasione delle truppe sovietiche. Certo è di poco aiuto a chi viene privato del proprio lavoro e lasciato carico di debiti l’opposizione verbale, bon ton di Salvini e Meloni. 

 


Altro che “fascisti”: la loro è un’opposizione molto morbida, dichiaratamente “per senso di responsabilità in tempi di pandemia”. La stessa giustificazione della maggioranza per impedire agli italiani di votare

 

L’idea di grandi raccolte nelle piazze di morituri economici (i soli riconosciuti come tali sono i clandestini africani) non li sfiora nemmeno: eppure, le leggi sono la coperta che soffoca il fuoco, ma solo finché è piccolo. Per non dire delle associazioni di categoria: tutte defilate da questo autonomo tentativo disperato di sopravvivere, nella loro totale mancanza di proprie iniziative organizzate, magari con la garanzia di un corpo di avvocati per opporsi in sede legale alle perniciose sanzioni previste dai DPCM. Insomma, nessuno che si proponga di affiancarsi fattivamente a lavoratori alla canna del gas. 

Ecco cosa titola il Secolo XIX di ieri:

 

Bar e ristoranti, la situazione è disperata: 

«Danni incalcolabili, servono i ristori»

Ecco la risposta del governo:

Da lunedì ripartono le cartelle esattoriali: sono 50 milioni. 

Si lavora a una nuova rottamazione

Rottamazioni! In sostanza ti chiedo 100 e poi ti faccio uno sconto e una dilazione. Ma se salti anche una sola rata, come non detto, ritorni a 100. Così sono state le passate rottamazioni, finite nel nulla per le crescenti difficoltà, poi amplificate dal Covid. Una situazione insostenibile, sia per lo Stato che per i cittadini, con ciascuna parte a mano tesa verso l’altra 

 

Gli educati difensori dell’esistente

A chi sta bene lo status quo? La risposta è ovvia: a tutti coloro che da questa situazione non hanno subito svantaggi e, ancor più, a chi ne ha beneficiato. I grandi difensori dell’ordine, della nonviolenza e della democrazia, pur così snaturata, sono proprio loro, partendo dai capintesta, come i padroni di Facebook, Twitter, Instagram e tutto il drappello di Big Tech, che censurano a loro insindacabile arbitrio chi si scosta dalle loro regole aziendali, manifestando idee che non collimano col loro mondo educato e perfetto. Un mio recente articolo sottotitolava “Verso un mondo destatalizzato”, intendendo proprio questa progressiva usurpazione di funzioni proprie di uno Stato da parte di società private lasciate sciaguratamente crescere in campi sensibili come l’informazione, col risultato di aver ceduto al loro esclusivo giudizio un concetto così fondamentale in democrazia come quello di libertà. Le istituzioni sono così tenere verso di loro, anche sul fronte fiscale…

 


I nuovi superricchi, in un range che va dal caimano all’imprenditore

 

D’altronde, Trump, il “mostro”, non aveva mai fatto mistero della sua ostilità verso questi monopolisti, a partire da Microsoft per arrivare a Bezos, il padrone di Amazon, che egli giustamente vedeva come lo scippatore mondiale delle vendite di ogni sorta di merci, ordinate oltre frontiera, deprimendo così sia l’industria che il commercio nazionali. In Italia, la situazione è forse diversa? Mai nessuna voce autorevole s’è udita contro questa violenza larvata che falcia migliaia di piccole e medie attività, portandole, dopo il colpo di grazia firmato Covid, verso morte prematura. E adesso si è aggiunto anche lo Stato –in questi casi ben presente- con raffiche di incostituzionali DPCM, per esser ben certi che i piccoli scompaiano, lasciando spazio alla grande distribuzione. Anzi no, anche questa è messa in pericolo da un organismo lontano e invisibile: Amazon & C.

Un unico negozio virtuale sulle ceneri di quelli fisici

Oggi siamo arrivati al punto che qualsiasi articolo può essere acquistato via Amazon. Qui non siamo più alla libera concorrenza, ma al suo funerale mediante l’abbattimento dei prezzi estorti dall’unico distributore di merci, spesso smembrate e fatte pervenire da varie fonti –in una forma aggiornata di parcellizzazione- a seconda della sua convenienza, che strozza tanto i fornitori quanto i dipendenti, sparsi per il mondo: un dumping che negli anni ha fatto diventare Bezos l’uomo più ricco del pianeta (oggi lo scettro è passato a Elon Musk, ma grazie al suo genio visionario, non a metodi di sfruttamento monopolista del lavoro e dei mercati). 

Altro che No Global! La globalizzazione strisciante l’hanno fatta questi signori, per una serie di fortuite coincidenze: se penso che Zuckerberg era uno studente che aprì un sito per agevolare i contatti tra ex compagni di scuola, e adesso si ritrova un impero digitale che vale più dei colossi dell’automobile, dopo aver assorbito via via tutti i suoi concorrenti (nel sonno profondo dell’Antitrust). Un impero che può ardire di mettere al bando il Presidente degli Stati Uniti!

Il trumpismo: un salto qualitativo nel governo di una nazione

Dopo il susseguirsi di governi con diverse etichette ma politiche affini, la vera sterzata arrivò con Trump, che riuscì a rimarginare in gran parte le ferite inferte dal sistema “aperto e democratico” dei suoi predecessori: le fabbriche, sino allora chiuse per delocalizzazione all’estero, erano tornate a lavorare e a produrre merci made in USA, grazie al taglio delle tasse e ai dazi imposti da Trump contro nazioni dedite a produrre merci per l’esportazione globale nel più totale dispregio di ambiente e lavoratori. E, col ritrovato lavoro, la disoccupazione era scesa a livelli minimi. 

Con questo decisivo cambio di passo, il “trumpismo” aveva inaugurato una nuova destra, attenta ai propri connazionali più che intenta a rincorrere parole ormai svuotate di ogni significato reale, come democrazia, “ponti, non muri”, porte – e porti- aperti a chi viene ad insediarsi senza permesso a casa tua, e amenità simili, usate come foglie di fico per mire assai meno nobili.

 

Donald Trump, oggi nei panni che mai avrebbe voluto indossare: quelli dell’eroe sconfitto. Ma la sua stella, da cadente potrebbe volgere a cometa nei prossimi anni. Arrivò al vertice come un sasso nella palude della politica “beneducata” dei suoi predecessori. Il suo maggior difetto: il disprezzo per l’ambiente. La sua maggior virtù: il rilancio dell’economia reale sulla finanza. Coniugare economia ed ambiente è d’altronde impresa ciclopica, che forse non riuscirà a nessuno.

 

Il sovranismo, sul modello Trump, non ha sinora potuto attecchire in Italia per la permanenza di governi di visione esattamente opposta, e contraria agli interessi dei suoi cittadini. La politica italiana si distingue per i Gran Premi che assegna a chi rema contro, ma si riempie la bocca di parole tanto forbite quanto ammuffite: carriere folgoranti, di contro alle forzate uscite di scena dei pochi che si adoprano non per il proprio miope tornaconto ma per il bene comune.

Italia vs Venezuela

L’articolo di Silvio Rossi sullo scorso numero di Trucioli mi ha profondamente impressionato, per le assonanze riscontrate tra la deriva del Venezuela dopo la sterzata comunista e quella italiana, ostaggio di una sinistra sui generis. Con una macroscopica differenza, però: il Venezuela s’era avviato verso un regime statalista centralizzato, sul calco dell’Unione Sovietica; mentre l’Italia è sulla strada opposta, della destatalizzazione: lo Stato rinuncia motu proprio alle sue prerogative, si ritira, per cedere il passo ad una privatizzazione selvaggia, che annulla ad una ad una tutte le conquiste del welfare strappate dai lavoratori nel trentennio postbellico. Lo Stato s’è ridotto allo spettro di se stesso, scomparendo quando ti deve aiutare ma presentandosi puntualmente quando deve riscuotere, per pagare i suoi assurdi debiti ai padroni di sempre, non già i vecchi capitani d’industria, ma la loro deriva finanziaria: da produttori a parassiti, e piloti di governi collusi.

In una simile tragica situazione sentire ancora parlare di vetero-fascismo, mentre si muore per l’occupazione dello Stato da parte di remote consorterie globalizzanti è fonte di massimo sconcerto, in quanto si ragiona secondo schemi superati da decenni.

 

Attenti ad avere sempre i soldi, nel caso la card non venga accettata al casello autostradale: vi arriverà una multa di € 72,38 da Polstrada, fermo restando il debito con Autostrade SpA e la decurtazione di 2 punti dalla patente [VEDI]. In pratica, un servizio di vassallaggio dello Stato a tutela di un’azienda privata, per giunta sotto inchiesta per il crollo del ponte Morandi

 

Mi viene riferito il caso di un automobilista che, in un lungo viaggio di lavoro, con la card rifiutata ai caselli, è riuscito a collezionare in un giorno 7 multe come questa. Che l’automobile sia diventato il simbolo della perduta libertà iniziale e dell’arrembaggio per scippare con le multe quanto rimane dopo le tasse è ormai evidente, ed è il risultato sia dello Stato vassallo dei big privati che della politica di un’automobile a testa, che non possiamo permetterci né sotto il profilo ambientale né sotto quello economico. Se le correnti limitazioni agli spostamenti fossero stati imposti da un governo per motivi ecologici ci sarebbe stata una sommossa nazionale, perché pochissimi accettano di fare sacrifici per l’ambiente, mentre chinano il capo se una rinuncia viene imposta a tutela della salute pubblica. Come se tra le due cose non ci fosse un nesso ombelicale…

 

 Marco Giacinto Pellifroni         17 gennaio 2021

 

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