SETTIMANALE anno XVII
n° 751 del 9 maggio 2021
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Una partita a due (o tre) Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Una partita a due (o tre)
sul corpo martoriato della Nazione

 Avevo scritto che la situazione politica italiana è surreale perché il governo è finito nelle mani di un partito votato dal 18% degli elettori e che dopo il voto ha subito anche una scissione. Ma è pur vero che il governo gode della fiducia delle camere e d’altronde non ci sono altre possibili maggioranze. Che ci sia un’anomalia in tutto questo nessuno si azzarda a negarlo ma se ne attribuisce la colpa agli italiani che incautamente hanno votato per un movimento di protesta senza garanzie sulla sua affidabilità e sulla sua solidità. Il movimento si è afflosciato, i suoi esponenti si sono dimostrati incapaci di sostenere il ruolo che è stato loro affidato, la maggior parte di loro è stata de facto fagocitata dal Pd, altri non sanno che pesci prendere ma nessuno intende voltare le spalle alla dea bendata che li ha proiettati nell’olimpo della politica. 


Si sono incollati al seggio parlamentare, in buona compagnia soprattutto da quando gli onorevoli hanno votato la riduzione del loro numero e nessuno è sicuro di essere rieletto. Non a caso alla cantilena: “non si deve parlare di crisi in tempi di coronavirus, una follia far cadere il governo col Recovery Fund da spendere, andare al voto oggi sarebbe un suicidio per il Paese” non si levano nemmeno flebili obiezioni, quando sarebbe il caso di ribattere che proprio l’emergenza sanitaria richiederebbe un esecutivo eticamente forte che fosse espressione della volontà popolare, che i soldi del Recovery Fund sono un debito che ipoteca il futuro del Paese e non se ne può lasciare la gestione ad un’unica parte politica, oltretutto minoritaria, e che il ricorso alle urne non è un suicidio per il Paese ma semmai per quanti sanno di non rappresentarlo. E sarebbe il caso di ribattere a chi esorcizza la crisi come una sciagura che di fatto la crisi c’è già e l’unico a non accorgersene pare che sia il capo dello Stato. Perché se il leader di una delle forze di maggioranza dice pubblicamente, non in un twitter o su facebook ma nella sede istituzionale più autorevole, il parlamento, che il governo ha fallito su tutta la linea e sta mandando il Paese a sbattere contro un muro, i casi sono due: o quel leader si prede gioco degli italiani e del parlamento o la maggioranza non c’è più.


E se il presidente del consiglio non si perita di affermare che se vengono meno i voti di Renzi lui è pronto a raccogliere i voti dei responsabili, che sarebbero virtuali transfughi da Forza Italia, vuol dire che sono venute meno le condizioni per le quali il capo dello Stato affidò a Conte l’incarico di formare questo sgangherato governo e il capo dello Stato non può far finta di nulla. E se quotidianamente tutta la stampa nazionale e in primo luogo i giornaloni di regime parlano di un governo allo sbando, di un governo che non c’è, di fallimenti, di immobilismo, di incapacità, della necessità di un cambio di passo, di una guida diversa, di un coinvolgimento delle opposizioni, di unità nazionale, se è chiaro a tutti che l’uomo venuto dal nulla gode solo della fiducia del Fatto quotidiano non sarebbe il caso che il capo dello Stato, il garante della costituzione, quantomeno sollecitasse una verifica parlamentare e si consultasse con le forze politiche che sono rappresentate in parlamento?


Il problema vero è che la situazione politica italiana è drammatica ma non è seria. E la responsabilità non è solo del piccolo autocrate che fa le bizze per non mollare il controllo diretto dei servizi, non è solo del tradimento dei grillini né della sete di potere del Pd ma è anche e soprattutto delle opposizioni, che abbaiano ma non hanno alcuna intenzione di mordere. Di Forza Italia si sapeva: è già tanto se non si sono squagliati tutti per andare a ingrossare le fila renziane ma anche con la Lega e la Meloni le cose non vanno meglio. Quali che siano le reali intenzioni di Salvini e della pasionaria di Fratelli d’Italia anche dalle loro parti si è parecchio restii a lasciare il certo - uno stipendio lunare per la stragrande maggioranza dei comuni mortali - per l’incerta rielezione. La Meloni si è inebriata di sondaggi ma chi siede in parlamento preferisce tenersi l’uovo oggi piuttosto che rischiare per la gallina - un posticino al governo - di domani. I sondaggi sono una brutta bestia e possono rivelarsi una trappola; non solo: quando viene il momento di formare le liste si scatena un putiferio e anche i più titolati rischiano di rimanere a terra. Insomma, ho l’impressione che la paura delle urne non conosca colore politico e non distingua fra maggioranza e opposizione.


Detto questo, se si prende atto che questo governo non gode più di una vera maggioranza ma solo di un sostegno numerico di volta in volta da contrattare sotto ricatto e se una maggioranza politica diversa questo parlamento non la può esprimere, quali che siano gli umori, le remore, le resistenze o gli interessi dei rappresentanti del proprio portafoglio piuttosto che del popolo, dico sommessamente che l’unica strada da percorrere e da imboccare subito è quella del voto e sta al capo dello Stato impedire che l’Italia vada in malora perché deputati e senatori intendono tirare a campare. E aggiungo anche che se dal voto dovesse uscire una maggioranza simile a quella attuale essa sarebbe comunque espressione della volontà popolare e godrebbe della forza non solo politica ma anche morale che da essa deriva. Lo stesso Conte, che considero una iattura, se fosse eletto non sarebbe più l’uomo venuto dal nulla, il leader per caso o l’avvocaticchio messo a palazzo Chigi per non fare ombra ai due veri leader, Di Maio e Salvini, ma potrebbe legittimamente fregiarsi del titolo di avvocato del popolo e presentarsi di fronte agli italiani e al resto del mondo come autentica guida e autentico rappresentante del nostro Paese. 


Il Covid ha alzato una cortina che copre il disastro cominciato con l’estromissione della Lega dal governo gialloverde. Proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario un governo reso forte dal consenso popolare per sciogliere il nodo dell’acciaio, dei rifornimenti energetici, delle infrastrutture, dei rapporti di forza nel mediterraneo, del peso intollerabile - in termini finanziari, di sicurezza e di equilibri etnici e culturali - dell’”immigrazione” illegale, il capo dello Stato ci ha regalato una maggioranza squinternata, uno schiaffo in faccia agli elettori, il frutto di una congiura di palazzo ordita per far fuori Salvini, che d’un colpo ha azzerato il peso del nostro Paese in Europa e nel mondo e ha dato il via ad una deriva economica, politica, finanziaria e culturale che da qui a pochi anni ci porterà fuori non solo dal G7 ma anche dal G20, realizzando così il sogno coltivato dai compagni di ieri e di oggi di un’italietta appoggiata ora alla Francia, ora alla Russia, ora alla Germania. Un sogno condiviso dalla Chiesa, perché più debole e insignificante è lo Stato italiano più forte è la posizione della Chiesa nel mondo. Il Covid passerà, come, senza scomodare calamità di un passato più lontano, passò la spagnola (600.000 morti in Italia, tanti quanti le vittime al fronte nella grande guerra), passò l’asiatica che alla fine degli anni Cinquanta contagiò un italiano su due e fece più di 30.000 morti, passò la sindrome della mucca pazza: tutto passa e le ferite si rimarginano. E quando non ci sarà più il Covid a occupare le prime pagine dei giornali e a condizionare la pubblica opinione si vedranno tutti gli effetti di una stagione maledetta: un debito pubblico insostenibile diventato un cappio al collo con la corda in mano ai signori di quel nido di vipere che è l’Europa, un proletariato incanaglito dipendente dai sussidi statali, la colonizzazione delle attività produttive, il distacco dalla politica della massa degli italiani, la conclusione fatale del processo di smantellamento del sistema formativo e una marea nera di senza lavoro, senza istruzione, senza radici pronta a sommergerci qualora le loro condizioni di vita si facciano insopportabili.

Con questa prospettiva assistiamo impotenti allo strazio della repubblica nelle mani di uno che gode di un consenso elettorale del 2% impegnato a spartirsene le spoglie con un altro che non si sa da dove sia piovuto e che nessuno ha votato mentre un terzo, politicamente morto e sepolto da tempo, e mi riferisco a Berlusconi, visto il marasma, ha pensato bene di entrare in campo per vedere di ruscolare qualcosa anche lui. Uno spettacolo indecente che imbarazza anche gli osservatori politici più rispettosi verso il potente di turno e ha finito per incrinare anche il fronte del conformismo di sinistra, i sacerdoti del pensiero unico, che cominciano a dare segni di insofferenza se non di disgusto. Altro che potere delle minoranze! Qui chi comanda pontifica e detta legge non è nemmeno minoranza, non rappresenta nulla, come quel D’Alema che ora pare il consigliori di Conte e che politicamente non è nessuno, se mai è stato qualcuno. Di fronte a questo sconcio il tutore della costituzione che fa, dov’è finito? Forse è impegnato in una visita di Stato su un’altra galassia.

Post scriptum (fuori tema)

Orrore per l’irruzione nel Congresso dei sostenitori di Trump. Nessuno che dica che piaccia o no democrazia è anche questo e che ciò che noi intendiamo per democrazia non è stato concesso ma strappato con la forza. Orrore perché è stato profanato il Congresso da una folla inferocita, non da un gruppo di terroristi armati, ma plauso quando un’altra folla inferocita devastò il parlamento a Hong Kong. Qualcosa non torna. Vogliamo riscrivere i libri di storia e sostenere che la Bastiglia fu presa da violenti invasati o che l’assalto al Palazzo d’Inverno è stata una pagina buia per il quieto vivere e l’ordine costituito (e uccise nella culla una democrazia che emetteva i primi vagiti)?

     Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione  

 

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