SETTIMANALE anno XVII
n° 735 del 17 gennaio 2020
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Un racconto di Cristina Ricci: La bagnarola Stampa E-mail
Scritto da CRISTINA RICCI   
La bagnarola         

 

 

Oggi l’hanno presa e portata via.

Semplicemente così.

La mia vecchia bagnarola.

A nulla sono valse le mie rimostranze; avevo appena finito di ridipingerla.

Con un ordine inspiegabile quanto assurdo l’hanno presa e portata via.

Quando ho chiesto loro perché il soldato mi ha guardato con sguardo sprezzante. Negli occhi la commiserazione che si riserva ad un povero vecchio rincitrullito. 

“È per non farvi arrivare dall’altra parte. Scafandri e qualsiasi altro mezzo utile ad attraversare la Sprea sarà sequestrato”.

“Dall’altra parte? E che ci potrei andare a fare io a Berlino Ovest? Ho ottant’anni suonati, la mia casa è qui. Ho solamente voglia di portare mio nipote a pescare.”

A nulla sono valse le mie ragioni. Eppure mi sembrava una richiesta semplice. Chiedevo solo di potermi sedere sotto le fronde dei salici a godermi il fresco, andare alla ricerca delle esche migliori, passeggiare sulla riva raccontando di me al sangue del mio sangue.

Durante le campagne militare il desiderio di passare così la mia vecchiaia è stata la forza che mi ha aiutato a non mollare, la fiamma che rinvigoriva la voglia di tornare a casa.

Ho attraversato due guerre mondiali da uomo libero, sono sopravvissuto alle bombe inglesi da uomo libero e ora questa cosa così; priva di ogni senso.

Osservo l’acqua da lontano, ormai non mi è permesso neppure più sedermi sulla riva.

Osservo l’acqua e la voglia di buttare la canna non mi passa, anzi.

Il pensiero si acuisce a dismisura sapendo che tutto ciò è possibile a pochi metri da qui, a pochi metri da quel che ho sempre considerato casa.

E più cresce la voglia del fiume e più la riva diventa un territorio negato. Il desiderio sembra crescere col il fiorire del filo spinato. 

Osservo i soldati che sudano stendendone i rotoli. Le loro mani a volte sanguinano e a me sale il ricordo del gusto ferruginoso che mi riempiva la bocca quando portavo le dita ferite dalla lenza alle labbra.

Mentre i militari stendono i rotoli il mio unico chiodo fisso resta la pesca. Il pensiero si è incuneato da qualche parte e sta germogliando. Riconosco la mia fanciullesca caparbietà davanti ai divieti di mia madre. So bene quante volte sono finito nei guai per la mia testardaggine ma so anche quante volte la mia ostinazione mi è stata utile per portare a casa la pelle; come quella volta in cui marciai incurante di tutto, indifferente al dolore, insensibile alla sete, impassibile alle fatica, disinteressato al cibo. 

La mia tenacia mi ha riportato a casa un sacco di altre volte. La mia caparbietà mi ha portato ad ottenere risultati insperati. Quando tutti mollavano io resistevo, mi dicevo “Ancora un passo, forza ancora un solo piccolo passo”.

Ad ottant’anni suonati è ancora così. I miei concittadini si stanno arrendendo. Possibile che tra tutti i soldati del kaiser io sia il solo rimasto?

Sia come sia non mi importa, io scavo.

Una palata dietro l’altra, attento al rumore, a non dare nell’occhio, a non attirare attenzione. Poche vangate per notte. Raccolgo la terra. La mia Britta ha cucito nuovi calzoni. Non è stato facile trovare la stoffa ma ci siamo riusciti. Ora ho pantaloni quasi del tutto simili a quelli vecchi se non fosse per le tasche. Lunghe tasche che corrono a lato della gamba e un poco forate al fondo. Ogni giorno una passeggiata di un paio d’ore per sparpagliare per Berlino il terriccio rimosso. Così di notte scavo il tunnel mentre di giorno disperdo il suo alter ego.

Partiremo, evaderemo da questa prigione. 

Fosse l’ultima cosa che faccio. Porterò la mia famiglia laggiù, anzi, in fin dei conti, solo un poco più in là. 

CRISTINA RICCI

Il racconto è ispirato da due fatti riportati sul quotidiano torinese. 

Il 19 Maggio 1962 si legge “Undici vecchi e un ragazzo di Berlino Orientale, guidati da un pensionato di 81 anno, sono riusciti a fuggire… attraverso un tunnel scavato in sedici giorni di duro lavoro “Volevamo finire i nostri giorni in libertà”  – ha dichiarato il capo della straordinaria spedizione… i fuggiaschi hanno contato, oltre le giornate e le ore di lavoro, anche i secchi di sabbia estratti: sono esattamente 3571.

Fonte: www.archiviolastampa

Pochi mesi prima, il 7 marzo 1962, La Stampa titolò “Vietata a Berlino-Est la pesca subacquea si temono fughe attraverso il fiume. Proibita la vendita di scafandri; barche e motoscafi possono essere sequestrati a cittadini “sospetti”. Al provvedimento non sfuggono nemmeno gli scafandri in dotazione dei vigili del fuoco, che da ora in poi saranno posti sotto sequestro e potranno essere usati solo in caso di emergenza. La polizia censisce inoltre tutte le imbarcazioni private.”

 Fonte: www.archiviolastampa

 

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