Settimanale Anno XVII
Numero 730 del 22 novembre 2020
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Se al Salvini vero se ne sostituisce uno di comodo Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Se al Salvini vero se ne sostituisce uno di comodo

 “Calunniate, calunniate, qualcosa resterà”; in forme diverse questo concetto è stato espresso da tante autorevoli personalità del passato, da Plutarco a Francesco Bacone fino, in questa forma, a Beaumarchais. 

 

 Chi ne ha fatto un uso politico sistematico contro gli avversari politici sono però i regimi autoritari, in particolare quelli comunisti, e in questa prassi si sono distinti i compagni di casa nostra. Per i quali va altrettanto bene una sua variante: “mentite, mentite, alla fine non si saprà più qual è la verità”. Emblematico a questo proposito quello che sta capitando a Salvini. Chi ha avuto modo di ascoltarlo sa che il suo linguaggio è semplice e chiaro, che va diretto al punto e non mette nelle sue parole una particolare carica emotiva. Difficile sentirlo gridare, anche nei comizi, dove anche i politici più compassati si sbracano e urlano, e la sua gestualità è composta e contenuta. Insomma il suo è un approccio colloquiale, basato sui fatti e su proposte concrete, poca enfasi e molta concretezza. Semmai l’uomo punta molto sulla simpatia, sulla vicinanza, il contatto fisico, l’abbattimento delle barriere; il selfie, a cui ora tutti i politici, primo fra tutti il Cicisbeo, ricorrono, è stato e resta un suo cavallo di battaglia. 

 


 

 E questa moderazione non riguarda solo il tono o la postura ma si estende anche ai contenuti: sparate come quella di Berlusconi che si spinse fino a promettere che avrebbe sconfitto il cancro o quella di Di Maio che infiammava il suo popolo sostenendo di aver eliminato la povertà non sono mai uscite dalla sua bocca. Quando chiese agli elettori che gli venisse dato abbastanza potere per conseguirlo non si riferiva a qualche cosa di mirabolante ma a un obbiettivo non solo raggiungibile ma auspicabile e necessario: fermare l’invasione. Un obbiettivo raggiungibile solo che si voglia perseguirlo, altro che le sparate dei compagni o dei grillini che promettono di eliminare l’evasione fiscale, le disuguaglianze o l’inquinamento riducendoli a una lista per la spesa per coprire la mancanza di programmi concreti e di visione politica mentre dovrebbero essere le stelle polari o, se si vuole, il quadro di riferimento valoriale di tutti quelli che si impegnano nella politica. Di Salvini mi fanno sorridere rosari crocifissi e invocazioni alla vergine Maria ma fanno parte del personaggio e se irritano qualche bigotto vero e i cattocomunisti ben vengano queste manifestazioni di fede popolare. Molto peggio i politici che esibiscono la loro fede milanista o iuventina: non ho mai amato il calcio ma ora   nella tragedia che ha colpito il Paese, il fatto che si continui a straparlarne e a stracciarsi le vesti per il danno economico che ha sofferto me l’ha fatto odiare. Ebbene, dopo mesi e anni di martellante disinformazione e stravolgimento della realtà Salvini è diventato un pericoloso volgare incontrollato agitatore di piazze, campione e simbolo di una demagogia faziosa e violenta, uno spudorato mentitore, un personaggio anche fisicamente repellente - come lo rappresenta il Fatto Quotidiano - una minaccia per il decoro e il buon nome dell’Italia oltre che per la democrazia, un “fascista” come lo definisce con disprezzo l’ineffabile Gino Strada, l’idolo di compagni e grillini. Quei grillini che con Morra dileggiano i calabresi per aver votato una signora ammalata di cancro.

 


Ma, al di là del personaggio ci sono le azioni e, si dice, Salvini è responsabile di quota cento, come se questa fosse una bomba tirata contro l’Inps e i conti dello Stato. Quota cento, bersagliata da quelli che hanno regalato a pioggia contributi virtuali, lo fece anche Pertini per i dipendenti della Camera, gli eredi di quelli che inventarono le baby pensioni, 14 anni sei mesi e un giorno, altro non è che il ripristino di un diritto sacrosanto di chi non se la sente più di continuare a lavorare e ha maturato abbastanza contributi  per godere di una pensione. Mi preme ricordare che grazie ai sindacati la distinzione fra il pensionamento volontario, la pensione di anzianità, e il pensionamento forzato per raggiunti limiti di età, la pensione di vecchiaia, scomparve cambiando in corso d’opera le regole contrattuali: quando io intrapresi la carriera di insegnante sapevo che sarei andato in pensione a settanta anni o prima, se avessi voluto e mi fossi accontentato di una pensione più modesta. Come me, i miei coetanei sono stati invece costretti a lasciare la scuola a 65, a meno che non fossero entrati in ruolo tardivamente e non avessero maturato i contributi minimi per la pensione: come dire i più bravi debbono lasciare il servizio perché invecchiano peggio dei meno bravi. E i magistrati settantenni rimangono lucidi e attivi.


E, già che sono in argomento, pensiamo agli alti ufficiali: devono andarsene presto non perché con l’età non reggono più la fatica - mi immagino i generali in marcia con tutto l’equipaggiamento sulle spalle! - ma per consentire a quelli che scalpitano dietro di loro di guadagnarsi i gradi, tanto che fra quelli in servizio e quelli a riposo ci sono più generali che marescialli. Col marasma che si è fatto con le pensioni, dal consentire regimi diversi fino alla mancata rivalutazione degli assegni, prendersela con Salvini e quota cento è ridicolo. Ma a Salvini si imputa la chiusura dei porti, lo stop alle Ong e la riduzione della retta per migrante. Gli si rimprovera esattamente quello che l’Italia è tenuta a fare e che ora i francesi intendono costringerla a fare. Ma noi abbiamo una classe politica ancipite: un ministro dell’interno che favorisce gli sbarchi e denuncia l’invasione, un ministro della salute che impone il distanziamento fisico e non vede il sovraffollamento nelle carceri, comitati scientifici governativi che assicurano il tracciamento dei positivi covid e non rifiatano sulla fuga dei clandestini dai centri di raccolta. E alla fine, siccome l’accusa mossa a Salvini sembra piuttosto un attestato di benemerenza, ci si rifugia nel polverone: provvedimenti disumani, violazione del diritto del mare, sfregio ai trattati internazionali (non si sa quali) e alla Dichiarazione universale dei diritti umani.  

Netta recisa e senza appello la condanna dei decreti sicurezza, che gli esponenti del pd hanno il vezzo di chiamare decreti insicurezza senza però dire di che si tratta, quale danno comportano e quale beneficio viene dalla loro abolizione. Perché  debbano essere aboliti rimane un mistero ma a forza di dirlo si spera che la gente approvi. D’altronde chi è che si prende la briga di andare a leggere i testi?  Sicuramente non i politici, che aborrono la lettura come il diavolo l’acqua santa, impegnati come sono a vivere nello stile dell’alta borghesia con i lauti compensi che i contribuenti italiani, volenti o nolenti, assicurano loro. E poi questo è un Paese cattolico, un popolo di credenti e la fede non ha bisogno di tante spiegazioni. Noi vi si dice che quota cento è un disastro, che Salvini ha fatto aumentare il numero dei clandestini, che Salvini non porta la mascherina e va in giro a infettare gente e voi ci dovete credere. E siccome siete un gregge di pecore che segue la corrente se vi si dice che la Lega e Salvini non sono più di moda e si mobilitano i sondaggisti che non fanno che attestare l’emorragia di consensi per il Carroccio, sarà il caso che alle prossime elezioni, prima o poi ci saranno, non diate il voto a un perdente.


Che la Lega abbia perso consensi non è vero, e lo dimostrano le ultime elezioni regionali, come lo dimostrano le incongruenze dei Signori del Sondaggio: dove sarebbero finiti i consensi persi da Salvini? Al Pd che ha perso del tutto la sua base operaia? Ai Cinquestelle disintegrati? Alla Meloni? Viene da ridere. Quanto alla Meloni le lusinghe dei media di regime e dei compagni non la porteranno molto lontano. Il suo partito resta un magazzino di robivecchi: fra il perbenismo ipocrita forzista e il patriottismo di cartapesta non saprei cosa scegliere.  Raccapricciante l’intervento di Lollobrigida, figura di spicco del partito, che ospite della Palombelli se la prendeva con le parole rubate a Zuccatelli sulla inutilità delle mascherine (anche in questo caso si fa assegnamento sull’amnesia popolare: quando non le avevano, tutti al governo dicevano che erano inutili, dopo, quando sono diventate un affare, si è scoperto che sono indispensabili). Invece di entrare nel merito di una scelta discrezionale, arbitraria e clientelare, per lui, il Lollobrigida, è scandaloso e inaccettabile e offensivo per le donne (!) l’accenno alla lingua in bocca. Se dovessero essere loro a salvarci dal pensiero unico e politicamente corretto stiamo freschi!


Ma ora la parola d’ordine fra i compagni - con qualche mal di pancia dalle parti dei Cinquestelle - è rivalutare Berlusconi, che per qualcuno è già il padre della patria e magnificare la moderazione della Meloni (!?)  al solo scopo di isolare Salvini, che evidentemente è l’unica vera alternativa a questa armata Brancaleone e soprattutto rimane  una minaccia per la plutocrazia europea.

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione  
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