SETTIMANALE anno XVII
n° 748 del 18 aprile 2021
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Servi della gleba Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
SERVI DELLA GLEBA
Vae debitoribus!

 Questo termine ci porta indietro nel tempo, al Basso Impero romano e al Medioevo, a denotare la classe contadina, vincolata alla terra (gleba) che coltivava per conto del suo signore e padrone. Era contrassegnata dalla molteplicità di doveri e dalla nullità di diritti. L’affrancamento da questo stato servile richiese tempo e il lento formarsi di una maturazione civile e di una consapevolezza personale che iniziò a sbocciare nel primo Rinascimento e, dopo ripetuti colpi di freno, a fiorire con l’Illuminismo, della cui declinante etica ho recentemente parlato.

 


 La mietitura. L’accudimento dei campi non dà tregua. Abbiamo creduto che, grazie alla tecnologia, scene come questa appartenessero al passato. Ma si stanno creando le condizioni per un loro ritorno, con la graduale soppressione delle più elementari libertà

 

Non c’è bisogno che faccia una carrellata del successivo, crescente riconoscimento dei diritti dei lavoratori, passati dal contado alla fabbrica, con la conseguente possibilità di aggregazione e sindacalizzazione, sotto l’ombrello di una Costituzione varata in un clima di rivincita dopo un Ventennio di partito unico. Una Costituzione talmente garantista e attenta ai diritti della persona da meritarsi l’accusa di essere troppo “socialista” da parte dei nuovi reggitori, non più residenti a Rona, ma nei grattacieli di Manhattan: i grandi parassiti della finanza. Proprio quelli che il fascismo disprezzava, ampiamente ricambiato, più che dal disprezzo, dal sordo timore che il sistema nazi-fascista riscuotesse maggiori successi economici delle zoppicanti “democrazie occidentali”.  

Voce dal sen fuggita… In quell’aggettivo “socialista” si nasconde l’avversione del mondo bancario per un assetto istituzionale ritenuto ormai troppo democratico e quindi restio a genuflettersi (a differenza della classe politica). In sostanza, mentre non ci si stanca di deplorare i metodi autoritari del fascismo, li si rimpiange in pectore e ci si impegna per riattualizzarli, naturalmente dietro diversa maschera.

I primi colpi di freno al regime “troppo socialista” si ebbero dopo il trentennio postbellico, con i primi “riflussi” (1977). L’inversione di marcia si fece netta a partire dal 1992, pianificata durante l’ormai famigerato meeting sul Britannia, che sancì il via libera alle privatizzazioni, la posa della prima pietra verso la moneta unica e la fine di ogni autonomia monetaria nazionale.

Fino a qui, ho solo attinto a dati storici, inconfutabili. Vediamo ora di affidarci a previsioni sul futuro prossimo e di medio termine in base ai segnali che ci è dato cogliere negli eventi più recenti.

Caratteristica costante degli ultimi decenni, in ispecie dopo la consegna nel 1981 delle chiavi di Bankitalia dal Ministero del Tesoro ai banchieri, è stata la crescita del debito pubblico, pur nel vociare di sforzi per abbassarlo. Eppure, anche una matricola della Facoltà di Economia avrebbe facilmente predetto che lasciare il timone monetario a chi aveva interessi contrari a quelli nazionali avrebbe inesorabilmente portato nella direzione di debito crescente. A peggiorare le cose ci si mise pure il Mef, con le scommesse demenziali sui derivati, i cui esiti nefasti, tuttora in corso al presente e in fieri, comportano regolari esborsi -in sordina- di fior di miliardi, dallo Stato ai c. d. “investitori istituzionali” (quelli residenti nei suddetti grattacieli oltreatlantico, che curano amorevolmente i nostri interessi, a braccetto col Tesoro).

 


Badare alle greggi, arare la terra, seminarla, raccoglierne i frutti, conservarli: un impegno che assorbiva ogni cura di sé e l’accorciamento della vita

 

Il debito è la chiave di volta del passaggio del potere da uno Stato ai suoi creditori, che decidono la sua politica fin nei minimi dettagli, ovviamente a proprio vantaggio. Qui comincia a profilarsi il motivo per cui ho intitolato e iniziato questo articolo facendo riferimento alla servitù della gleba: il debitore a quei tempi perdeva ogni diritto, veniva di fatto equiparato al servo della gleba. Oggi la situazione non è molto dissimile nella pratica, anche se edulcorata per salvare la faccia: vedersi pignorare la casa di abitazione, bloccare e sventrare il conto in banca, finire addirittura in carcere, se il debito supera un certo importo o in base a presunti reati, non equivale ad essere gettato nella miseria più nera? Guardate i sistematici annunci di aste giudiziarie che riempiono le pagine dei giornali e immaginate quante tragedie personali si nascondono dietro quelle svendite. 

 


La vita dei contadini era pura fatica. Vincolati ad una terra altrui –servi della gleba- erano liberi solo di lavorare e pregare. Ci stiamo avviando lungo la stessa strada? 

 

In questa luce, l’avvento del coronavirus ha dato un colpo di acceleratore alla crescita del debito pubblico: il rapporto debito/pil è schizzato da circa 130 a circa 160 nel giro di pochi mesi; e le prospettive, con migliaia di piccoli e medi imprenditori che chiudono e dipenderanno dalla magra elemosina dello Stato (finché ne avrà i mezzi, considerato il vistoso calo del gettito fiscale), non sono certo rosee.  Mettiamoci ora dall’altra parte della barricata (termine non solo simbolico): gettare gli Stati e milioni di loro cittadini nell’indigenza più cupa, trasformarli cioè in mendicanti pronti a tutto pur di racimolare qualche soldo e un piatto di lenticchie, equivale ad averli totalmente in pugno, come i signori disponevano delle vite dei servi della gleba. C’è un termine popolare che rende l’idea più di tante parole: ius primae noctis. Che poi sia fantasia o realtà, poco importa; conta invece che si sia arrivati anche solo a pensare la più atroce delle invadenze nel privato dell’individuo. “Tutto ciò che può essere fatto, prima o poi sarà fatto”, diceva un lungimirante scienziato negli anni ’70, di fronte ai mirabolanti progressi della tecnologia e ai dilemmi etici che essi di pari passo creavano, senza peraltro rallentarne la corsa.

 


Vasilij Dmitrievič Polenov: Le droit du Seigneur. Il diritto del signore, che poteva essere il marchese o un creditore. Si noti l’assonanza con la parola seigneurage, signoraggio, l’aggio del signore sulla moneta. Qui sopra la consegna della sposa per cancellare il debito

 

Precisiamo una cosa, poiché repetita iuvant: il mondo è diventato debitore, pubblico e privato, nei confronti del sistema bancario, perché l’epica battaglia tra questo e gli Stati è finita con una resa indecorosa di questi ultimi, che si sono volontariamente svestiti della sovranità monetaria per cederla ai banchieri. Se non avessero fatto questo passo ferale, oggi ci sarebbero soltanto dei variabili rapporti di cambio valutario tra Stati, ma non dei debiti nei confronti di chi ha usurpato il diritto inalienabile di ogni Stato di emettere la propria moneta, senza vizi di origine, cioè debiti verso chicchessia; a maggior ragione verso chi per emettere moneta non fa che pigiare dei tasti su un computer, come fanno le varie banche centrali e commerciali, le prime a fronte di Buoni del Tesoro, le seconde quando “concedono” un finanziamento o un mutuo. 

È contro una simile bestialità che combatte il sovranismo, tanto deprecato dai media e dalla classe politica, che si ergono in tal modo a vili difensori degli interessi bancari contro quelli dei popoli.

I governi, riconoscendo, senza la minima remora, la qualifica di debitori sia agli Stati che ai cittadini nei confronti del sistema bancario, si (e ci) consegnano con mani e piedi legati all’arbitrio di quest’ultimo. Guardiamo in faccia la realtà: siamo in cattive acque in proporzione crescente, sia debitoria che numerica. Il Covid è solo stato il colpo alla nuca di una situazione già molto critica, con una povertà, più che strisciante, ormai galoppante. Allora, cosa potrà succedere?

Poniamoci nuovamente nei panni dei banchieri. Esigere la restituzione dei prestiti, sia pur fasulli, ma riconosciuti tali dal sistema giudiziario, avrebbe un senso finché ci fosse “trippa per gatti”. Quando ci avranno depredato di tutto, trasformandoci in una massa di miserabili, arriverà il “gran gesto”: liberi tutti! Ehi, un momento, liberi dal dover rendere il capitale, in parte ripagato con ciò che saranno riusciti a depredarci. Il resto sarà, con gesto munifico, cancellato. Saremo chiamati a pagare “solo” gli interessi. A vita. 

 


Jules Arsene Gardier, Le droit du seigneurLa sposina mentre si avvia nella magione del signore, al quale offrirà la sua verginità. Questa pratica è così ripugnante e insieme pruriginosa da aver scatenato la fantasia popolare. La sua credibilità è indice dello stato deplorevole di sudditanza delle classi subalterne, disposte a vendersi per la captatio benevolentiae dei loro sfruttatori 

 

Questa magnanimità già si applica agli Stati, che non ripagano mai il capitale, ma solo gli interessi. Il meccanismo è ben noto: ad ogni scadenza del debito, questo viene rinnovato con l’emissione di un debito equipollente; si pagano “solo” gli interessi. Ciononostante, l’Italia (e con essa tutti gli altri Stati) ha un debito mostruoso fatto proprio di “soli” interessi. Il capitale, in sostanza, viene dato per “perso” dalle banche centrali, che si “accontentano” degli interessi. 

Ebbene, basterà allargare questo metodo ai debiti privati e avere cori di ringraziamenti. Per tosto avvederci che siamo comunque ostaggi perpetui, in quanto pur sempre debitori dei banchieri. Teniamo presente che gli interessi sono sostenibili soltanto quando l’economia è in crescita, almeno nella misura degli interessi stessi; in caso contrario, essi vengono ripagati prelevando dal capitale, ossia impoverendo la nazione. E quando la percentuale degli interessi e quella della crescita economica sono pari, significa che il valore corrispondente all’incrementata produzione se l’è intascato il sistema bancario.

Un sistema perverso, tenuto nascosto per secoli e iniziato quando alla moneta prestata doveva corrispondere l'equivalente in oro. Dapprima i banchieri, ex banchi dei pegni, bararono con l’emissione di “note del banco” superiori alla giacenza dei valori dati in garanzia. Quando fu evidente, per la crescita esponenziale di produzione e commercio, che l’oro non bastava più, se non attribuendogli un valore stratosferico, il sistema si sganciò dall’oro e divenne meramente “fiduciario”, basato cioè sulla fiducia nelle capacità di uno Stato di onorare i suoi debiti, non solo verso i suoi cittadini, ma soprattutto verso l’estero. Di qui la folle corsa alle esportazioni, principalmente da parte dei Paesi emergenti, grazie allo sfruttamento del lavoro e del territorio, per penetrare nei mercati “affluenti” e fare incetta della loro valuta. È in questo modo che la Cina è riuscita a competere con Europa ed Usa, divenuti suoi pigri consumatori, e ad assurgere a potenza mondiale, occupando essa stessa il ruolo della finanza ladrona, divenendo proprietaria di quantità astronomiche dei titoli di debito dei suoi Stati clienti, USA in testa (Treasuries) e investendo in mezzo mondo. Donald Trump cercò di sganciarsi da questa morsa crescente alzando dei dazi, per proteggere le industrie e i lavoratori americani, che dovrebbero essergli grati. Ma la propaganda martellante contro di lui come sovranista è riuscita a piegarlo alle recenti elezioni. (Purtroppo Trump è tanto sovranista quanto poco ambientalista, e per questo mi convince solo a metà).

 


La criminale politica dei porti aperti, mentre l’Italia è sotto chiave, dimostra quanto l’allarme Covid sia pretestuoso, e quanto l’immissione di disperati sia funzionale al caos e al conseguente varo di misure coercitive per l’intera nazione, verso uno Stato di polizia permanente

 

Il quadro si fa altrettanto preoccupante per la terza età, quando uno pensa di poter vivere di rendita in base ai contributi versati negli anni lavorativi. Già, ma quali contributi può versare chi è vessato da mille altre necessità, per soccombere alla fine nella massa dei nuovi diseredati, rei di non essere riusciti a far fronte ai crescenti debiti che la società esige per soddisfare gli appetiti dei banchieri? Forse che i servi della gleba andavano in pensione?

Ho già rilevato in passato che l’attuale meccanismo pensionistico non è che uno scarico di impegni sui futuri lavoratori, e che funziona fintanto che questi ultimi eccedano in numero e/o in volume contributivo rispetto ai loro predecessori. Ma questo duplice surplus è venuto meno nell’ultimo ventennio di stagnazione economica e produttiva, mentre l’allungamento della vita media ha ulteriormente sbilanciato il rapporto tra contributori e beneficiari. Quanto ancora potrà reggere allora l’attuale sistema?

 

In questo frangente drammatico, si legge su La Stampa di oggi, 7 novembre 2020 che le banche stanno per passare all'incasso coatto di ben 555 miliardi di debiti insoluti: "una bomba a orologeria". Con i tribunali alle spalle, ci vogliono tutti sul lastrico: servi della gleba, appunto; come questo negozio di Napoli denuncia

 

 Tutta la vita davanti...

 

Anche su questo versante, il Covid non ha fatto che accentuare il problema, avvicinando il momento in cui il sistema sarà drasticamente rimodulato, o collasserà. In questa ottica è sconvolgente assistere alla sciagurata apertura dei nostri porti a barconi e barchini, accogliendo di tutto, mentre si centellinano le più elementari libertà agli italiani. E sulle tragiche condizioni dei centri di accoglienza, si vedano le critiche di organismi della stessa sinistra [VEDI]. Ma anche questa politica di accoglienza indiscriminata ha un senso: questi clandestini assommano quelle caratteristiche di servi della gleba che abbiamo visto più sopra: sono perfetti per i nuovi signori. Quanto a noi italiani, dovremo gioco forza adeguarci ai loro standard, che diventeranno la normalità nel giro di un paio di generazioni.

Il permanere al governo dell’attuale accozzaglia giallo-rossa conferma ogni giorno di più di essere una disgrazia per il Paese, in quanto ogni sua mossa punta verso un’estensione a macchia d’olio dell’indigenza e della dipendenza dalle “mance” che verranno fatte sgocciolare dall’alto su un popolo perennemente inchinato.

   Marco Giacinto Pellifroni              8 novembre 2020 

 

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