Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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Grandi piccoli e minimi dottrinari Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Grandi piccoli e minimi dottrinari
Quando la politica pretende di educare

 Grandi dottrinari gli epigoni dei philosophes, quelli che sul finire del XVIII secolo presero in mano, direttamente o in modo indiretto, le leve del potere e fecero più danni di un’epidemia di colera. Tante teste rotolate nelle ceste, fiumi di retorica, caccia agli aristocratici in nome dell’uguaglianza, tutto per dover assistere dieci anni dopo allo sfarzo delle stesse parrucche incipriate, allo sferragliare delle stesse carrozze, al luccichio delle stesse feste negli stessi palazzi con i nuovi inquilini. E grandi dottrinari anche quelli che cercarono di sovvertire l’ordine sociale e politico di tutto l’occidente ma ci riuscirono solo con la Russia, che delle loro utopie rivoluzionarie ha pagato il conto più salato. Un’intera generazione, quella che aveva dato alla civiltà i Tolstoi, i Puškin, ii Dostoevkij, i Lermontov, fatta fuori, una mazzata nella testa a un’intera nazione, lo sterminio di ebrei e di contadini per trovarsi ottanta anni dopo a ribattezzare città e villaggi e a cercare di recuperare il filo spezzato della propria storia. E con al posto di nobili illuminati plutocrati spregiudicati e corrotti ancor più distanti dei primi dalla grande massa del popolo e quanti emarginati erano prima tali sono rimasti dopo. Tento rumore per nulla, verrebbe da dire.


Il vero motore della storia è l’intelligenza non il fanatismo. L’uomo di fede, quale che essa sia, l’uomo di certezze assolute, di convinzioni incrollabili è una calamità; per rimanere nel secolo dei lumi hanno giovato più all’umanità le penne sobrie e appartate di Beccaria o dei Verri della furia iconoclasta di saint-Just o di Robespierre così come ai giorni nostri hanno contribuito assai più al riscatto dei lavoratori gli anonimi promotori della socialdemocrazia nordica degli infuocati capipopolo nostrani anarchici socialisti e comunisti. 

Non a caso l’Italia, il Paese che nei primi decenni del secolo scorso aveva rischiato di “fare come la Russia” ed dopo l’ultima guerra ha ospitato il sindacato più agguerrito e un partito comunista secondo solo a quello sovietico, di tante strombazzate vittorie e conquiste proletarie e operaie ha raccolto questo frutto: i poveri più poveri, i ricchi più ricchi fra i Paesi occidentali. E non mi riferisco ai più ricchi in assoluto, che sarebbe il male minore, ma alla più grande classe, anzi casta, di milionari e supermilionari che si staglia sulla più grande massa di miserabili che l’Europa occidentale conosca.

 

Tolstoi, Dostoevkij, Lermontov,Puškin

Ma ci sono anche i dottrinari da strapazzo, i microrobespierre con quattro idee e una manciata di sinapsi che anche se non fanno funzionare la ghigliottina e non spediscono gente nei gulag o in manicomio nel loro piccolo qualche danno riescono a farlo. È il caso dei figli della matrice comunista, che ora vestono i panni dei difensori dell’ambiente, dei diritti universali, dei tutori delle diversità (loro che sono l’incarnazione del conformismo).

Danni che incidono sulla vita quotidiana, che ti costringono a cambiare abitudini o a sopportare nuovi disagi. Non lo dico in astratto ma perché sto subendo, come decine di migliaia di miei concittadini, le conseguenze delle decisioni surreali della nostra assessora alla viabilità, ferrea, mi dicono, sostenitrice del green. Sulla scia delle malefatte grilline, che hanno lasciato in eredità ai cugini rossi parcheggi a pagamento a cinque chilometri dal centro tanto per scoraggiare la mobilità privata e insieme far cassa, la signora ha pensato bene di ricavare una pista ciclabile da una delle strade cittadine più congestionate perché punto di incrocio delle direzioni est ovest della città e via di fuga da un polo scolastico di oltre 5000 fra studenti docenti e personale non insegnante. Un punto di incrocio per il quale erano essenziali due sensi di marcia, che ora sono ridotti ad uno sconvolgendo tutto il traffico in entrata e in uscita e togliendo a  commercianti e residenti  le residue possibilità di parcheggiare le loro auto.  Delegazioni, lettere alla stampa locale, manifestazioni rumorose non sono servite a niente. I compagni quando hanno deciso vanno avanti come bulldozer.


La questione è molto più grave di come appaia a prima vista. Al disagio soggettivo col tempo si ovvia. Per quel che mi riguarda cambio palestra e il problema è risolto. Resta il fatto che chi non può permettersi una decisione così draconiana allunga del 100% il suo percorso, passa più tempo in macchina, consuma più carburante e inquina di più. E resta la circostanza che nessuno sentiva l’esigenza di una pista ciclabile semplicemente perché gli unici che usano la bicicletta in tutto il quartiere sono colored che vagano senza meta con smartphone e cuffie d’ordinanza. Ma, lo ripeto, la questione è molto più seria e tocca l’essenza stessa della democrazia e il ruolo della politica.


Il ruolo della politica è quello di rappresentare non di educare. Questo vale ad ogni livello ma è tanto più evidente e ovvio quando si tratta di amministratori locali. Su di loro incombono precise responsabilità, compiti ben definiti e il dovere di ascoltare le istanze dei cittadini. I cittadini che vorrebbero strade pulite e praticabili, sicurezza, cura dei parchi pubblici, garanzia di disporre dei servizi essenziali e, se necessarie, anche di piste ciclabili. Ma queste non sono infrastrutture astratte da disporre a casaccio tanto per documentare che si sono realizzate (e riscuotere i relativi finanziamenti). Non se ne può costruire un segmento che comincia da nulla e finisce nel nulla e che per di più deve necessariamente interrompersi quando attraversa capannelli di centinaia di studenti per non dire dei passi carrabili. E non si può prendere decisioni calpestando la volontà unanime, ripeto unanime, dei residenti. Ma per la compagna assessora la pista ciclabile è a prescindere una cosa buona e giusta e la sua presenza dovrebbe persuadere anziani, invalidi, massaie operate dalle borse della spesa a percorrere quel tratto di strada in sella al velocipede per infilarsi in un viale che risulta essere una delle strade urbane più trafficate d’Italia.


Galli e Crisanti

Un atteggiamento pedagogico - che, in questo caso, significa autoritario, anzi tirannico - che possiamo perdonare a chi non riveste funzioni pubbliche ma parla come comune cittadino: è il caso dei Galli, dei Crisanti e dei tanti biologi e virologi e scienziati vari (dello scienziato avevo il ricordo di persona cauta, umile, quasi spaventata dell’abisso della sua ignoranza rispetto alla porzione della sua conoscenza; ma i tempi cambiano) che grazie al covid vivono il loro momento di gloria. Con le loro esternazioni sono riusciti a mostrare una volta di più quanto devastanti siano state le conseguenze del sessantotto e che in Italia non esiste l’epidemiologia. Ma, ripeto, i loro diktat perentori e contraddittori lasciano il tempo che trovano. Lo stesso atteggiamento non se lo possono permettere politici e governanti. Se il virologo alla giornalista televisiva dice che bisognerebbe controllare se all’interno delle abitazioni vengono rispettate le norme anti covid prendo le sue parole come chiacchiere da bar; ma se le stesse cose le dice il ministro della salute e il capo del governo sembra farle proprie non ci siamo.


Woody Allen nei panni del dittatore libero di Bananas

Il direttore del secondo giornale più venduto in Italia ha dichiarato che di fronte alla presente emergenza sanitaria le garanzie costituzionali, l’inviolabilità del domicilio, i diritti fondamentali della persona non valgono più: la salute della collettività vale la polizia che ti sfonda la porta di casa. Allucinante. Ma basta non comprare il suo giornale e tutto finisce lì: una risata lo seppellirà.  Ma che non passi per la testa al presidente per caso di ispirarsi al dittatore dello stato libero di bananas; a volte ho l’impressione che abbia cominciato a farlo.

 Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

 

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