The Mission Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

THE MISSION          

 (Palma d’oro al festival di Cannes del 1986) del regista inglese Roland Joffé, autore del film Urla del silenzio sui campi di concentramento in Cambogia, soggetto e sceneggiatura dello scrittore Robert Bolt, colonna sonora di Ennio Morricone, determinante, data anche la sua importante funzione nello svolgimento della trama, nel fare di questo film una grande opera d’arte oltre che di civiltà “per tutte le stagioni”: la sua musica, ha detto uno degli interpreti maggiori del film, l’attore Jeremy Irons “ha elevato il nostro lavoro  più di quanto potessi immaginare”.


E infatti, così come non possiamo immaginare, ad esempio, Senso di Luchino Visconti senza l’accompagnamento musicale  della  Settima sinfonia  in mi maggiore di Anton Bruckner o Barry Lyndon  di Stanley Kubrick senza la Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore di Georg Friedrich Handel o Roma di Federico Fellini senza la musica di quell’altro grande maestro che fu Nino Rota, non possiamo nemmeno immaginare The Mission senza la musica di Ennio Morricone. Questo per dare a ciascuno il suo.  La trama si riferisce ad avvenimenti accaduti in seguito al Trattato di Madrid stipulato tra il re di Spagna Ferdinando VI e il sovrano portoghese Giovanni V  il 13 gennaio del 1750 onde tracciare  un confine certo tra le colonie spagnole e portoghesi nell’America Latina. In base a questo Trattato la Colonia del  Sacramento, in Uruguay,  passò alla Spagna e la regione delle missioni orientali passò al Portogallo. Queste missioni erano amministrate e curate dai padri missionari gesuiti e dagli indios Guaranì che, convertiti al cristianesimo, si erano lasciati condurre (dal latino reducere) ad abbandonare il nomadismo e a vivere in insediamenti stabili, chiamati “riduzioni”, organizzati secondo criteri rigorosamente comunitari. In questo modo gli indios convertiti riuscirono a sottrarsi alla cattura dei mercanti di schiavi e alla violenza predatoria dei colonizzatori. L’esperienza delle riduzioni, tuttavia, non durò a lungo: per i sovrani di Spagna e Portogallo rappresentavano un cattivo esempio, un modello di società deleterio per il dominio e lo sfruttamento da parte dei colonizzatori europei.


Il maestro Ennio Morricone

Fu così che l’inviato del Papa (nel film, in realtà del generale superiore della Compagnia di Gesù), il cardinale gesuita Lope Luis Altamirano, con il mandato di procedere per il passaggio di quel territorio dal dominio spagnolo a quello portoghese, previo smantellamento delle riduzioni edificate colà, dovette ordinare ai missionari e agli indios, sia pure a malincuore,  di abbandonare  quegli insediamenti. Il loro rifiuto provocherà la battaglia in cui moriranno, con gli indios Guaranì ribelli, i missionari martirizzati perché resistenti anche se, come nel caso di padre Gabriel (che incantava gli indios suonando il suo oboe), senza rispondere con la violenza alla violenza ma, trattandosi pur sempre di religiosi, con la preghiera e la non violenza. Nel tristissimo finale, la missione viene distrutta, i pochi superstiti vengono ridotti in schiavitù. Solo un gruppo di bambini della tribù riesce a salvarsi fuggendo con una canoa verso la foresta, ma portando con sé un violino miracolosamente scampato alla furia distruttiva della soldataglia ispanoportoghese. 


L'attore Jeremy Irons

 E’ evidente che il tema dominante di The mission è quello dei rapporti di potere asimmetrico  tra colonizzatori e colonizzati cioè, in sostanza, tra padroni e schiavi. Nel film questo tema è considerato dal punto di vista storico, etico e teologico. Dal punto di vista filosofico, l’ultimo (salvo smentita) a trattare questo tema, aggiornato con quello del rapporto tra uomini e macchine e tra logos e intelligenza artificiale, è stato il filosofo Remo Bodei nella sua opera Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale, il Mulino, Bologna, uscita nel 2019, poco dopo la sua morte, avvenuta il 7 novembre 2019 e per questo considerata il suo testamento filosofico. Come osserva egli stesso nell’ Introduzione. “A un certo punto della loro storia, con la fine del nomadismo e la comparsa della guerra come continuazione della caccia e delle schermaglie accidentali, solo gli uomini, invece di mangiare o uccidere i propri nemici, li hanno trasformati in schiavi, utilizzandoli a scopi economici”. Nel capitolo terzo della prima parte del volume, in cui si tratta giustappunto della colonizzazione spagnola e portoghese dell’America Latina, leggiamo, nel paragrafo dedicato alla discussione sulla servidumbre natural de los indios le seguenti considerazioni: ”Compiendo un salto di millenni, mostrerò come la concezione aristotelica della servitù per natura abbia influito, seppure strumentalmente, sulle vicende di molti milioni di uomini. E, questo, a dispetto della convinzione diffusa che la filosofia non abbia alcuna incidenza sulle vicende del mondo. La contrapposizione tra Bartolomè de Las Casas e Juan Ginès de Sepùlveda – seguace, a suo modo, di Aristotele ha, come vedremo presto, condizionato la storia di tre continenti: Europa, Africa e America. Ancora negli Stati Uniti dell’Ottocento, l’aristotelismo ha, del resto, offerto una dubbia legittimazione culturale alle posizioni di coloro che si batteranno contro l’abolizione della schiavitù”.


Per la cronaca, l’umanista Juan Ginés de Sepùlveda sosteneva, seguendo Aristotele, che alcuni uomini sono servi per natura, che è sacrosanta la guerra contro i nativi americani data la gravità del loro delitto di idolatria, dei loro peccati contro natura e dei sacrifici umani da loro commessi e che, infine, la sottomissione avrebbe favorito la loro conversione al cristianesimo. Il vescovo Las Casas, teologo domenicano, è invece convinto della naturale bontà degli indios, privi come sono di malizia e di doppiezza e si dichiara favorevole alla convivenza pacifica con loro e che le conversioni forzate non hanno valore. “La questione della schiavitù continua Bodei - si presentò fin dall’ inizio della scoperta del Nuovo Mondo. Cristoforo Colombo mandò, infatti, i primi indios in Spagna come schiavi, ma ritenne che, una volta abbandonate le loro società, sarebbero cambiati. Pur stabilendo l’equivalenza tra schiavi e oro al fine di procurare ai coloni, con la loro vendita, ciò di cui avevano bisogno, le sue intenzioni sono chiaramente espresse in una lettera alla regina Isabella: ‘il pagamento di queste cose potrebbe essere fatto in schiavi, tratti da questi cannibali, un popolo assai selvaggio e adatto allo scopo, robusto e di ottima intelligenza. Crediamo che costoro, avendo rinunciato a quella disumanità, saranno migliori di altri schiavi.


Remo Bodei

E perderanno subito la loro disumanità quando saranno fuori dalla loro terra natale’. Già nel 1493 Isabella, quasi presagendo la deriva che avrebbe assunto il possesso di quelle terre lontane, aveva intimato a Colombo di trattare ‘amorosamente’ gli indiani e aveva insistito nuovamente su questo punto dieci anni dopo. Nel secondo viaggio dell’ Almirante de la mar Océano, in seguito alla distruzione del fortino di Santo Domingo e all’uccisione  degli spagnoli di guarnigione, le cose cambiarono e il trattamento degli indios divenne molto meno amoroso e molto più crudele”. Bodei riporta con precisione e scrupolo filologico le vicende relative alla riduzione in schiavitù dei nativi delle terre d’oltreoceano scoperte da Colombo, e della successiva tratta degli schiavi neri dall’Africa all’America Latina: “Nel 1509 Diego Colòn, figlio di Cristoforo, cominciò ad applicare su larga scala il metodo delle encomiendas…(per chi non lo ricordasse, l’encomienda coloniale consisteva nell’affidare a degli encomenderos spagnoli determinati territori con ‘in dotazione’ i nativi che abitavano in quel luogo con il compito di colonizzarli e convertirli al cristianesimo). Nate per analogia con le commende, che attribuivano una certa rendita ecclesiastica anche a individui che non pronunciavano i voti, le encomiendas furono in realtà  già sporadicamente introdotte nel 1503, per quanto in misura ridotta, dopo un periodo di iniziale esitazione sul modo di comportarsi  con gli amerindiani.


Solo più tardi e nelle loro ‘riduzioni’ in Paraguay, i gesuiti abolirono la sottomissione degli indios all’encomendero e li difesero (all’occasione armandoli) dai coloni spagnoli che partivano da Asunciòn e dai bandeirantes, i razziatori brasiliani di schiavi, che avevano la loro base a Sao Paulo”. Bodei, proseguendo nel suo excursus storico-filosofico, descrive le atrocità commesse dai colonizzatori nelle encomiendas nel paragrafo intitolato “Crudeltà dell’altro mondo”: “Nelle encomiendas gli indios venivano distribuiti ai padroni individualmente come schiavi per servire in qualità di domestici, di lavoratori dei campi o per essere affittati o venduti nell’ambito di prestazioni fuori dai confini della casa o della provincia. Alcuni erano inseriti in aziende agricole di vasta estensione, altri mandati nelle miniere, dove, - per la loro costituzione fisica, la fatica, la brutalità del trattamento o la natura disagiata e insalubre dei luoghi – morivano e si ammalavano in massa. Sebbene per leggi sistematicamente disattese, spettasse loro un salario e un trattamento umano, la condotta dei coloni era generalmente l’esatto contrario e gli indios vennero generalmente asserviti e trasferiti lontano dalle loro terre”. Sempre nel medesimo paragrafo sulle atrocità commesse dai colonizzatori spagnoli, Bodei cita il romanzo L’an 2440. Rève s’il en fut jamais  dell’illuminista  Louis- Sébastien Mercier (1740 – 1814) uscito nel 1771 a Londra, “lo scrittore che ha trasformato l’utopia geografica in ‘ucronia’ spostando le società perfette da isole irraggiungibili, che servivano solo da pietra di paragone per giudicare un presente sostanzialmente immodificabile, a un futuro storicamente raggiungibile – aveva immaginato un ‘nuovo Spartaco’ e un ‘singolare monumento’ davanti al quale le nazioni avrebbero dovuto chiedere ‘perdono all’umanità’ per il loro crudele comportamento. Tra queste figurava la Spagna (‘più colpevole ancora delle sue sorelle’), gemente ‘per aver coperto il nuovo il nuovo continente di trentacinque milioni di cadaveri, di aver perseguitato i poveri resti di mille nazioni nel profondo delle foreste e nelle caverne, di aver abituato gli animali, meno feroci di loro, a bere sangue umano’ “.

Perché non rimangano dubbi sulle efferatezze compiute dai colonizzatori spagnoli “Tre episodi di estrema crudeltà sono riportati da Las Casas. Il primo e il secondo sono meno noti del terzo. Egli racconta che gli spagnoli mentre uccidevano uno dopo l’altro degli indios (‘incatenati come se fossero branchi di porci’), si scambiavano le seguenti parole: ‘Prestami un quarto di uno di questi, ché ho da dar da mangiare ai miei cani: quando ne ammazzo uno io te lo rendo’. Altre volte, dice, ‘facevamo scommesse su chi  sarebbe riuscito a fendere un uomo in due con una sola sciabolata, a tagliargli la testa d’un colpo di picca oppure a svicerarlo’. Commenta Bodei: “L’apparente gratuità di questi comportamenti si spiega con il disprezzo nei confronti di coloro cui veniva negata una pari umanità”. Come dire che quando si è convinti della non umanità di alcuni esseri umani o di un’intera etnia (ricordiamoci della nozione di Untermenschen usata dai nazisti per definire gli individui e i popoli considerati, appunto, sub-umani) e della propria superiorità genetica, razziale e culturale non ci si fa scrupolo e non ci si scandalizza per il fatto di trattare i soggetti definiti sub-umani peggio delle bestie. “Nel terzo esempio, – continua Bodei - diventato memorabile, Las Casas narra come il re cacicco Hatuey, arrivato a Cuba per sfuggire alla schiavitù a Hispaniola, legato al palo prima di essere bruciato al rogo, ‘solo perché fuggiva da gente tanto iniqua e crudele, e si difendeva da chi voleva ammazzarlo e angariarlo a morte con tutta la sua discendenza’, quando un frate francescano  cercò di consolarlo e di convertirlo parlandogli del paradiso, chiese se in cielo andassero anche i cristiani e, alla risposta positiva del frate, disse che ‘voleva andare piuttosto all’inferno che ritrovarsi con loro a vedere ancora gente tanto trista e crudele”. Questi episodi ci confermano che crimini contro l’umanità si sono sempre compiuti nella storia ogniqualvolta prevalgono le concezioni razziste e nazionaliste dei Juan Ginés de Sepùlveda rispetto a quelle umanitarie e universalistiche dei Las Casas. Quale sia la reale concezione dominante nel nostro tempo, al di là di quello in cui  credono e sperano  le “anime belle” lo lascio al giudizio dei lettori, con l’avvertenza che, malgrado la convinzione di Hegel, non tutto quello che è reale è per questo anche razionale.

 

FULVIO SGUERSO 

 

 

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