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Settimanale Anno XVI
Numero 718 del 26 LUGLIO 2020
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Centri storici: doc o fake Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
CENTRI STORICI: DOC O FAKE

 Premetto di non essere un urbanista, ma un semplice cittadino che cerca di valicare i recinti specialistici, per contestare scelte che cozzano col generale buon senso. O a un cittadino è solo consentito guardare e tacere? Quand’ero ancora cittadino milanese intrapresi una lotta contro l’invasione delle auto sui marciapiedi; e devo dire che raggiunsi risultati non disprezzabili, seguiti poi da altre città.

Pertanto, cercherò qui di esporre quali, a mio avviso, debbano essere i canoni secondo i quali un agglomerato urbano può definirsi centro storico e quindi avvalersi di determinate norme e restrizioni. 

Lo spunto a questa disamina non nasce da riflessioni generali, bensì dal caso specifico di un progetto che il Comune di Finale Ligure sta per portare a compimento nel rione Pia, dopo alcuni sondaggi del sottosuolo, sotto la direzione della Sovrintendenza ai Beni Culturali e Artistici, alla ricerca di eventuali reperti da salvare e conservare a futura memoria.

 

Bivio d’imbocco tra via Lungosciusa, a sx, e via Molinetti, a dx, entrambe nello stesso senso di marcia. Il parallelismo delle due vie rende illogica l’apertura al traffico 24/7  di via Molinetti

 

Si tratta, come accennato, della frazione Pia (Finalpia), dove negli ultimi due anni quello che si potrebbe definire centro storico, pur con qualche riserva, ha subito l’operazione di sostituzione del manto di asfalto con masselli di pietra di dimensioni intermedie tra i più moderni cubetti di porfido (sanpietrini o bolognini) e i lastroni di grandi dimensioni usati in epoca più remota, con la differenza da entrambi del minore spessore, al quale si sopperisce con l’uso di cemento nelle intercapedini e alla base.

 


Interno e sbocco di via Molinetti, a chiara vocazione pedonale (o ciclo-pedonale), anche per la posa di varie panchine, dehor e tavolini, e per la saltuaria presenza di un unico, ristretto marciapiede

 

È prassi diffusa che la lastricatura in pietra si usi quando si intende adibire una via centrale alla mera pedonalizzazione (o ciclo-pedonalizzazione), come è stato fatto nel 1° Lotto di Finalpia per la via Porro. 

Successivamente si è estesa la lastricatura alle vie Molinetti e Drione, entrambe meno adatte a questa operazione, in quanto con parecchi edifici moderni misti a più vetusti.  

Che fossero meno adatte lo dimostra la scelta stessa del Comune di lastricarle e poi aprirle al traffico veicolare 24/7: una scelta che vanifica le ragioni stesse di una spesa così impegnativa. Oltre a far perdere a un centro storico i suoi connotati distintivi di fruibilità esclusivamente pedonale (o ciclo-pedonale), l’uso promiscuo e illimitato di veicoli e pedoni, con la contemporanea sparizione o riduzione al minimo dei marciapiedi rappresenta uno stress sia per i pedoni che per la pavimentazione, che infatti già comincia a mostrare le prime crepe nelle due vie aperte al traffico indiscriminato e illimitato. Traffico che, in entrambi i casi, ha già valide alternative: via Molinetti nella parallela via Lungo Sciusa, e via Drione nell’utilizzo di Aurelia + rotonda spartitraffico, come già obbligatorio nell’opposto senso di marcia. Almeno la via Molinetti dovrebbe eliminare il traffico veicolare, anche per la presenza di tavolini di bar fin quasi alla mezzeria.

 

Sondaggi nel sottosuolo di via Santuario, sotto la costante vigilanza della Sovrintendenza

 

Diamo invece uno sguardo ai centri storici di Marina e Borgo. Entrambi hanno mantenuto la pesante lastricatura secolare. In tal modo svolgono tuttora, dopo decenni, la loro funzione grazie al: a) peso dei singoli lastroni; b) traffico consentito solo di prima mattina.

La via che meno si presta a far parte del centro storico di Pia è la via Santuario (vedi foto), che ospita esclusivamente edifici moderni su un lato e un ampio spazio alberato sull’altro, quando sarebbe più congruo qualificare una via come storica solo se contornata da edifici, appunto, storici su entrambi i lati. Eppure, il progetto ne prevede la lastricatura, in raccordo con quella delle vie sunnominate. 

La lastricatura potrebbe avere un senso solo sul ponte San Benedetto, di epoca medievale, e nella piazza del Santuario -entrambi previsti nel progetto globale- ma non in una via di scorrimento 24/7 come viene consentito nella via Santuario (sia prima che dopo il suddetto ponte), lasciata per anni ad accumulare buche, in attesa di quest’opera, anziché procedere al rinnovo del manto stradale con una normale ed economica asfaltatura.

Tutto il progetto è molto costoso e, se portato a termine, drenerebbe molti soldi da altri interventi stradali o di diversa natura, che sono sicuramente in lista d’attesa: penso ad esempio al centro storico di Varigotti.

 


Altra visuale di via Santuario: una strada di scorrimento a doppio senso, che mal si configura con una lastricatura, soggetta alla ripetuta usura di mezzi, anche pesanti e gravata da un budget ben lontano da quello di una normale asfaltatura; per giunta con la stridente aria di falso antico

 

Questo è forse uno dei tanti esempi, di cui l’Italia non difetta, di progetti ad elevato esubero finanziario, magari per tornaconti elettorali, portandoci ad esclamare “Troppa grazia, sant’Antonio!”, conferendo peraltro alla zona oggetto di tanto dispendio un’aria stonata di falso antico: Fake, appunto. Ultima nota: la Sovrintendenza ha approvata il progetto, immagino senza convinzione, non trattandosi di zona di sua probabile competenza. Tuttavia, vista la determinazione del Comune, avrà acconsentito, anche perché la sua realizzazione comporta l’effettuazione di vari sondaggi nel sottosuolo. E sappiamo che opere di scavo urbano con tutt’altre finalità, spesso riportano in luce insospettati reperti. 

  Marco Giacinto Pellifroni                     28 giugno 2020

 

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