Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
Tel. 346 8046218

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Scritto da FULVIO SGUERSO   

ZEITGEIST                      

 

“I can’t breathe!”

Non posso respirare!

Queste le sue ultime parole

prima di essere soffocato

da un agente di polizia

a Minneapolis

come neanche un cane.

George Floyd,

afroamericano di quarantasei anni,

padre di due figli,

aveva perso il lavoro

a causa del lockdown 

e ora anche la vita,

ucciso da un poliziotto bianco,

non si è ancora capito perché,

e in quel modo che ancora offende

chiunque abbia una coscienza,

un sentimento della comune umanità,

che non sia fatto  a viver come un bruto

e non abbia perso il ben dell’intelletto.

Black lives matter?

Le vite dei neri contano qualcosa?

Certamente meno della vita dei bianchi

(come sta a dimostrare la sproporzione

del numero dei neri uccisi dalla polizia

americana rispetto a quello dei bianchi). 

Come spiegare questo fenomeno?

Americans first?

Ma anche i neri uccisi e che continuano

a morire per mano della polizia sono americani!

George floyd

era scampato al virus Covid-19

ma non al virus  dell’odio razziale

che ancora circola e non solo in America

ma anche nella vecchia e civile Europa,

quindi anche nella nostra cara Italia

insieme a quello del sovranismo

- erede del nazionalismo otto-novecentesco

che ha portato alle  due guerre

più distruttive  mai combattute

a memoria d’uomo e i cui devastanti

 effetti dividono ancora oggi l’umanità

in amici e nemici, noi e loro, 

razzisti e antirazzisti,

democrazie e regimi autoritari,

vecchi compagni e nuovi fascisti -

della xenofobia, della violenza

materiale, verbale e psicologica.

Questo virus circola impunemente

 nella società, nei mass media,

  nei social e nella psiche

di chi paventa l’invasione non degli alieni

ma dei profughi e dei migranti africani.

Un sintomo subdolo della persistente 

pandemia dell’odio razziale 

è quello di chi rifiuta, sì, il volgare

razzismo basato sui tratti somatici

 ma nello stesso tempo 

stigmatizza i tratti culturali e comportamentali

 “non integrabili”  che caratterizzano un’etnia,

poniamo, come quella dei rom, idest:

 l’attitudine al furto, all’accattonaggio,

 all’alcolismo e persino

“il discutibile rapporto con le norme igieniche”.

Se questa non è una forma di razzismo

 culturale, che cos’è?

Ancora più evidente la tattica

di spostamento dai tratti somatici

a quelli culturali, comportamentali e caratteriali

 per spiegare i ricorrenti disordini razziali

che affliggono la società multietnica  americana:

“Il problema negro (notate bene: il problema

è negro, non razziale) che periodicamente

gli americani devono affrontare a casa loro

(se no in casa di chi?) non sta nel colore

 della pelle, nei capelli crespi o a grano di pepe

o nel naso camuso ( tratti che solo interventi 

di chirurgia estetica potrebbero in parte  modificare)

ma nel protrarsi di quelle caratteristiche  culturali

che hanno fatto dell’ Africa un problema

per il resto del mondo (il quale ha saccheggiato

a mani basse le risorse del Continente nero,

schiavi compresi)

un problema che la cecità o l’ipocrisia 

delle anime belle (dove qui belle sta

evidentemente per stupide e fintamente buone)

imputa al colonialismo (se no a che cosa?),

che semmai di quelle caratteristiche 

(cioè la mancanza  di una coscienza civica,

il permanere di una mentalità tribale,

una concezione edonistica della vita)

 è stato la conseguenza”.

 Sì, avete capito bene:

il colonialismo è derivato dalle caratteristiche

culturali degli africani non  dalla corsa

delle potenze militari, industriali e commerciali

 europee ad occupare e a sfruttare

tutto lo sfruttabile di quei territori,

nativi compresi,

passata alla storia come 

“La spartizione dell’Africa”. 

Quindi c’è poco da stupirsi

se nelle società multietniche

e multiculturali scoppiano periodicamente

disordini, rivolte, saccheggi e devastazioni.

“Il problema negro”, in queste società,

è destinato a durare finché  i negri

rimarranno tali e quali:

Il riscatto dell’Africa e degli africani

non passa attraverso la musica

(vedi gli Spirituals o il Jazz)

o i campi di calcio (vedi Balotelli)

né dagli interventi umanitari

(vedi le missioni e Silvia Romano)

ma dalla interiorizzazione dell’etica del lavoro

(vedi la tratta degli schiavi),

e delle norme che reggono

il tessuto sociale

(vedi il caporalato),

dalla consapevolezza che diritti e doveri

(tutti gli uomini nascono uguali)

dei   membri di una comunità

(di uomini liberi ed uguali)

sono interconnessi 

(oltre che connessi in Internet).

Sono tratti culturali, 

la razza non c’entra,

chi insiste sul razzismo 

 (si legga il Manifesto della razza del 1938)

probabilmente è alle prese

 con i propri pregiudizi razzisti

(vedi Vittorio Feltri sui meridionali)

e cerca di combatterli oggettivandoli

(vedi le stragi del maresciallo Graziani).

Insomma “il problema negro” sarà risolto

quando tutti i negri diventeranno bianchi.

Se questo non è un discorso

da suprematista bianco, che cos’è?

FULVIO SGUERSO

 

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