Settimanale Anno XVI
Numero 722 del 27 settembre 2020
Tel. 346 8046218
Lettura di un'immagine: L'enigma dell'ora Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
LETTURA DI UN’IMMAGINE 76
L’enigma dell’ora (L’enigme de l’heure)
Olio su tela (1911) di Giorgio De Chirico
Collezione privata (Volo)

Benché la scenografia sia quella di una piazza italiana rinascimentale, quando Giorgio De Chirico  (Volo, 1888 – Roma, 1978) dipinse questo quadro si trovava a Parigi, e non navigava certo in acque tranquille. Per diventare un pittore famoso e apprezzato anche al di fuori dell’ambiente elitario delle avanguardie artistiche parigine e italiane dei primi anni del Novecento dovrà aspettare fino al 1915-16, gli anni in cui, insieme a Carlo Carrà, a Giorgio Morandi e al fratello Alberto Savinio diede vita alla corrente della pittura Metafisica che, come indica la parola stessa, mirava ad andare oltre, al di là della realtà fisica visibile, in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio della vita ordinaria e quotidiana, dove le nostre consuete e solide certezze vengono meno e le immagini che ci vengono incontro come se guardassimo dentro un sogno ci parlano in una lingua misteriosa, e, appunto, enigmatica. “L’opera d’arte metafisica – spiega lo stesso De Chirico – è quanto all’aspetto serena, dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità”. Ed è proprio quello che accade (o non accade) in questa piazza indubbiamente italiana - dove il porticato che ci si para davanti occupando quasi tutto lo sfondo della scena ricorda quello del brunelleschiano Spedale degli Innocenti in piazza della Santissima Annunziata e il loggiato sovrastante richiama il Corridoio Vasariano che collega Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti, passando per la Galleria degli Uffizi e correndo sopra il Ponte Vecchio - dove le tre fantomatiche figure umane che compaiono in questa visione surreale (che infatti diventerà una delle opere assunte dai surrealisti nel loro museo ideale) sembrano in attesa di qualcosa. Di che cosa? Non lo sappiamo e non dobbiamo nemmeno saperlo perché se lo sapessimo svanirebbe anche l’enigma che è in relazione con l’ora segnata dalle lancette dell’orologio sul porticato che sembra sorvegliare la piazza sottostante dove par di udire, in quel silenzio pomeridiano, il gocciolio quasi impercettibile dello zampillo che alimenta una specie di fontanile rettangolare a livello del pavimento di quella piazza deserta, se non fosse per la presenza di una figura femminile, vestita di un lungo abito bianco vista di spalle nell’atto, sembra, di fotografare l’orologio. Un’altra figura umana si intravede anch’essa in attesa nell’ombra della seconda arcata a destra. La terza presenza umana è un’ombra appena visibile che spunta da un’apertura del loggiato. Dalle aperture del loggiato e del portico si scorge un cielo sereno che ricorda il cielo dei paesaggi quattrocenteschi del Botticelli e del Beato Angelico. Un cielo dove il tempo è fermo come l’orologio le cui lancette segnano sempre la stessa ora. L’ora dell’attesa di un evento che non arriva mai perché, se arrivasse, il tempo riprenderebbe a scorrere, e allora addio mistero e incanto dell’opera d’arte metafisica. 

 FULVIO SGUERSO

 

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