Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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L’Italia incatenata e il re-carceriere Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
L’Italia incatenata e il re-carceriere
La Cina è vicina ma ancor più vicina è la Corea del nord

 Il modello italiano, pedissequamente imitato dall’altro leader fantoccio iberico imposto da Bruxelles, non solo si è rivelato assolutamente inefficace o, se vogliamo, di efficacia pari al semplice lasciar fare al virus, quella che viene chiamata immunità di gregge, ma ha dimostrato che non è solo la Cina ad essere vicina ma è soprattutto vicina la Corea del nord. Con la differenza che i coreani se ne stanno stretti intorno al “caro leader”, che ora pare che non se la passi bene, loro che la libertà e la democrazia non le hanno mai sperimentate e riguardo all’Occidente hanno ancora fresco il ricordo dell’invasore per il quale erano solo scimmie gialle.

Scherzi della presbiopia della memoria o, se si vuole, dell’attitudine del cervello destro a compiere bizzarri ma non ingiustificati accostamenti: nel mio caso non sono biscotti o madeleine  ma una lettura giovanile sul “diritto di un popolo alla rivoluzione” e accanto a quella l’epigrafe di un libro denuncia delle violenze della polizia francese sui patrioti algerini “l’arbitrio del potere esecutivo è una cancrena che si estende con paurosa rapidità”; e lo scenario che mi si para davanti è quello di manganellatori scatenati sulle camionette che corrono sotto i portici di via Grande e la testa insanguinata del caporedattore della Nazione inginocchiato in un angolo. 


Non mi è piaciuto questo assaggio di stato d’assedio col pretesto del coronavirus. Non mi sono piaciute le gazzelle e le pantere che intercettano i passanti né i vigili urbani che recitano la parte delle SS. Meno che mai gli elicotteri, che volano a spese del contribuente non per andare a spengere incendi o braccare un detenuto evaso ma per intercettare chi approfittando delle tenebre si azzarda a prendere una boccata d’aria.

“Eh no! Questo non è un liberi tutti! Vi allungo un po’ il guinzaglio ma se lo tirate vi rimetto a cuccia!” Mai sentito in un Paese occidentale un capo di governo rivolgersi così ai cittadini. Questo deve aver saltato gli esami di diritto costituzionale  e nessuno gli deve aver parlato delle basi di una democrazia liberale. Ringraziamo quei quattro scalzacani che guidati da chi sa chi (ma qualche idea ce l’avrei) ce l’hanno regalato. Veneziani su Panorama ci scherza sopra con l’ arguzia che gli è propria  e vede nella nullità di Conte la rappresentazione icastica della postpolitica liquefatta e inafferrabile; mi piacerebbe rammentargli che questa liquidità amorfa o suscettibile di assumere tutte le forme, questo ologramma inconsistente che emette similparole e formula similconcetti ci hanno rinchiusi in casa per quasi due mesi, hanno distrutto la nostra economia, hanno ridotto sul lastrico milioni di italiani, hanno tolto all’Italia ogni credibilità internazionale. Non mi pare che la migliore risposta sia scherzarci sopra. Quando gli oppositori ricorrono alle barzellette sulla democrazia è già calata la notte.

Se penso che duemila anni fa nella Roma caput mundi nessuno avrebbe tollerato che il capo dello Stato, divus sì, ma da morto, si azzardasse a toccare le libertà dell’ultimo dei cittadini senza un provvedimento del magistrato, quello che sta accadendo mi sembra un brutto sogno.  Si è straparlato di fascismo, al quale giustamente si imputa l’aver pesantemente limitato la libertà di espressione e l’esercizio dei diritti politici, ma durante il ventennio non è mai successo che col pretesto di tutelare il diritto alla salute si calpestassero diritti che precedono la stessa costituzione dello Stato. Il diritto alla salute non può schiacciare i diritti e le libertà fondamentali. Intanto il diritto alla salute si risolve semplicemente nell’accesso a cure mediche gratuite (e in Italia è ben lungi dall’essere garantito) e non rinvia ad una tutela forzosa e paternalistica. Altra cosa è assumere provvedimenti che contengono la diffusione di una malattia altra cosa è stabilire che posso allontanarmi da casa di cento o di cinquecento metri, impedirmi di lavare la macchina, decidere che a un funerale possono partecipare 15 persone e non venti, e che siano legati da vincoli di parentela e non di amicizia, o pretendere che se vado in casa di qualcuno mi devo munire di una certificazione. Ho ricordato il fascismo ma qui siamo trattati tutti come ebrei nel periodo più cupo della storia della Germania. Ma anche se si riconosce al governo il diritto-dovere di tutelare la salute dei cittadini perfino con provvedimenti restrittivi  e lesivi della libertà di spostamento, questo non può avvenire scatenando le forze dell’ordine o addirittura  l’esercito: dovrebbe essere fatto con estrema discrezione e delicatezza, tenendo sempre presente che l’unico sovrano è il popolo, sono i cittadini, dei quali forze dell’ordine e militari sono al servizio.


Veneziani e Conte

C’è un salto di qualità fra il mettere in quarantena un’area dalla quale proviene il contagio e murare la gente in casa o ventilare l’ipotesi di costringere una persona a indossare una mascherina anche in un’area deserta, anche  se è  sola all’aperto, perché dura lex sed lexanche quando non ha senso, trattando provvedimenti congiunturali come leggi universali. Farlo significa trastullarsi con un potere tanto arbitrario quanto stupido, come nelle peggiori tirannidi. 


Ma se le cose stanno così perché non c’è forza politica che si opponga al tiranno e organizzi la protesta? Non è una domanda retorica o senza risposta, la risposta c’è eccome. Il delirio di onnipotenza del premier è stato più contagioso del virus e non ha risparmiato le opposizioni. Da Fontana a Zaia, dall’Emilia alla Toscana, da Verona a Bergamo, da Emiliano e ai due De Luca abbiamo assistito a un’orgia di personalismo, di decisionismo senza idee, di protagonismo narcisistico  che si e immediatamente riflesso sugli esecutori materiali, vigili urbani, poliziotti, carabinieri, guardie di finanza, che senza sforzo, con piena naturalezza, si sono prestati a interpretare il ruolo degli scherani di regime, di sopraffattori, fieri di abusare del loro potere non più solo sugli automobilisti ma anche sui pedoni, costretti a fermarsi, a esibire documenti, a giustificarsi, a sentirsi in colpa e in difetto. E per aggiungere al danno la beffa il portavoce del ministero degli interni nel momento stesso in cui detta le condizioni e i limiti entro i quali ai cittadini è permesso di circolare bolla come una sciocchezza il sospetto che questo sia uno stato di polizia.  Che cosa pensa che sia uno stato di polizia? Semmai c’è da dire che questo è uno stato di polizia  da burletta perché non si buttano risorse per dare la caccia al canoista solitario e la guardia di finanza nello stesso giorno in cui sbarcano tranquillamente un ottantina di clandestini non può giocare a intercettare un ragazzo sulla tavola a vela per scortarlo in porto come un pericoloso contrabbandiere  invece  di sorvegliare i confini marittimi. I solerti militari non si sono chiesti quale sia la ratio delle norme che devono far rispettare: sono convinti di aver ricevuto la licenza di infierire senza correre rischi su cittadini incolpevoli e c’è da ringraziare dio se non si esercitano nel tiro al bersaglio (come fece un loro collega qualche anno fa  con un gruppo di tifosi fermo davanti ad autogrill).


Mi spiace dirlo nei giorni in cui un povero ragazzo in divisa è morto schiacciato nella macchina speronata da un rom ma il comportamento delle forze dell’ordine in tempi di epidemia non fa che confermare l’ovvietà che il grado di democrazia di un Paese si giudica dall’atteggiamento  dei poliziotti nei confronti dei cittadini; e di democrazia nei nostri climi non c’è  evidentemente più traccia. Ma la retorica di regime pretende che li ringraziamo: grazie che ci date la caccia, che ci spiate, che diffidate di noi, che ci fermate senza motivo costringendoci a esibire i documenti, una cosa che dovrebbe essere consentita solo quando fosse finalizzata alla cattura di un criminale, grazie per la mano pronta a impugnare il verbale (stavo per dire la pistola), grazie  perché ci considerate selvaggina! Si cominciò con la stagione del terrorismo a stringere la morsa su chi col terrorismo non aveva nulla a che fare ma ora si è passato il segno.


Zaia e Fontana

Conte è probabilmente un caso clinico ma la maggioranza che lo sostiene e la corte di funzionari, esperti e professori che lo circonda e lo consiglia sono sicuramente un caso politico e culturale. Un caso politico che attesta la fragilità della nostra democrazia, una fragilità che nessuno ha mai seriamente valutato e i che si poteva già ravvisare nel permanere oltre ogni limite ragionevole delle disposizioni transitorie in coda alla Costituzione, nei  golpe di fantasia, nell’opacità del rapporto fra terrorismo sindacati e Pci, nella torbida vicenda dell’assassinio di Moro e last but no least nel prelievo dai conti correnti col governo del socialista Amato.  Una violazione di una delle condizioni basilari dello Stato, nato per tutelare la vita e la proprietà. E un caso culturale, nella disinvoltura con cui illustri accademici massacrano la grammatica, nei dirigenti di polizia che ignorano le basi del diritto e irrompono come rinoceronti nella inviolabile sfera privata delle persone, nei virologi di fama (si fa per dire)  che battibeccano fra di loro come comari sul ballatoio  e mentre impongono cautela ai cittadini dimenticano del tutto i principi di cautela e di prudenza ai quali la scienza si deve attenere.


Per questi motivi trovo che un’operazione di maquillage o l’allontanamento di Conte per sostituirlo con qualcuno più presentabile e affidabile siano provvedimenti assolutamente insufficienti e capaci solo di incancrenire la situazione. Occorre ben altro: bisogna che tutti quelli che in questi infelici mesi hanno ricoperto posizioni di comando, tutti quelli che sono saliti in cattedra o alla ribalta - mi viene in mente il capo della protezione civile ma non è certo l’unico -  vengano tolti di mezzo, dal primo all’ultimo, occorre sciogliere un parlamento che si è lasciato esautorare, occorre che si possa quantomeno dire che se il governo sbaglia la colpa è anche nostra che lo abbiamo scelto, occorre che chi governa e chi siede in parlamento senta sul collo il fiato dei propri elettori. Non è più tollerabile che un Fratoianni qualsiasi con i quattro voti che ha ricevuto parli a nome degli italiani o che il Paese sia nelle mani di due che non hanno mai ricevuto nemmeno un voto e non rappresentano nessuno. E se qualcuno obietta che tutto questo è perfettamente in linea con la costituzione, vuol dire che la costituzione più bella del mondo è stata scritta coi piedi.


Dal Vernacoliere

Voglio chiudere con un tocco di leggerezza, anzi, col tocco di gomito, il buffo saluto ai tempi del coronavirus che il ducetto ha fatto subito suo. Chi ne cura l’immagine e lo impone agli italiani  con la penna nella diafana manina intento a correggere carte, pensoso e con la fronte aggrottata, potrebbe suggerirgli un modo meno goffo di evitare il contatto fisico: sdoganare il maschio, sobrio, composto saluto romano. 

Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione    

 

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