Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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Il dramma delle residenze per anziani Stampa E-mail
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   

Il dramma delle residenze per anziani

 Lo stiamo vivendo in questi giorni, ed è attualmente la principale fonte di contagio e focolaio del virus. (44% dei contagiati di aprile secondo le prime rilevazioni).

Lo stanno vivendo anche in altri paesi, a giudicare dalle cronache e dagli allarmi dell’OMS, il che dimostra, da una parte, che è logico che questo virus bastardo colpisca di più infiltrandosi nelle debolezze della società, dall’altro, e non è particolarmente consolante, che l'assistenza agli anziani è ridotta male dappertutto.

Io non sono minimamente nella condizione di dire se vi siano stati errori, colpe attuali o pregresse, negligenze. Ne sono abbastanza convinta, ma parlerei per partito preso o per sentito dire.  Ci penserà, spero, la magistratura, ad accertare le responsabilità politiche e gestionali ben precise, se vi sono, al netto di quella confusione ed errori che possano essere in buona fede o comprensibili, in momenti in cui le informazioni erano contraddittorie e la situazione in continua evoluzione.

Non è certo il senno del poi, il miglior consigliere e il miglior giudice.

 


 

Ma qualcosa mi sento di doverlo dire, e me lo tengo dentro da anni: se è vero che probabilmente le case di riposo non sono mai state un eden paradisiaco, per loro natura, tutto quello che è avvenuto con il trionfo del liberismo ha trasformato quella che era tristezza e grigiore quotidiano, in autentico dramma. 

Con le gestioni esterne, con il personale in somministrazione da cooperative vere o presunte, con il no profit che qualche volta diventa profit, come accade puntualmente in qualsiasi privatizzazione (sì, io demonizzo il privato nel sociale sempre e comunque, e lo dicono i fatti, non le idee) molto è peggiorato, a scapito di umanità ed efficienza, sia nel trattamento ricevuto dagli anziani, sia nella posizione e nei diritti degli stessi lavoratori. 

Posso parlare dal punto di vista, molto parziale certamente, di chi conosca un po’ la realtà di queste strutture, a livello locale, per averla frequentata e vissuta per diverso tempo.

 


 

Il profit, innanzitutto. Rette esorbitanti, si partiva da 2300 euro mensili già dieci anni fa per i centri convenzionati, a carico interamente dei parenti o parzialmente del pubblico, laddove il privato tanto per cambiare e per guadagnare risparmia su numero e professionalità degli OSS, su qualità del cibo, su quantità ed entità dei servizi. 

Finché non intervengano doverosi enti di sorveglianza che raddrizzino un po’ la barra. Per poi riprovarci alla prima occasione. 

Debbo innanzitutto togliermi un sassolino, anzi un macigno, dalla scarpa. 

Non ne posso più della retorica da social dove si parla del povero nonnetto arzillo abbandonato e sbattuto dai familiari all’ospizio, privato di cure e affetto dall’egoismo dei più giovani.

Non se ne può più del moralismo d’accatto di chi giudica gli altri per partito preso! Io ho avuto purtroppo o per fortuna diversi anziani, in famiglia. Alcuni assistiti in casa dai familiari, alcuni a domicilio con badante dedicata, altri, purtroppo e con grande dolore, ricoverati in struttura.  E non perché fossero più “antipatici” degli altri: solo perché bisognosi di assistenza qualificata medico-infermieristica costante, notte e giorno. 

Non è mai una scelta facile, e lascia sempre dentro strascichi di sensi di colpa. Per questo sentirli rinfocolare da giudizi sommari da ipocrisia cattobuonista, fa letteralmente infuriare.  Chiusa parentesi. 

 


 

Come sempre accade nelle situazioni in cui non tutto funziona come dovrebbe, come è anche accaduto in questa epidemia nelle strutture sanitarie, la differenza netta la fanno le persone: medici di supporto, infermieri e operatori sanitari preparati e umani si fanno in quattro se non in otto, svolgono il loro compito con impegno, dedizione, oltre il loro dovere, a volte anche riversando sui ricoverati che ne hanno tanto bisogno simpatia, chiacchiere, affetto e premure.

Ma esistono anche personaggi squallidi che dovrebbero cambiare mestiere e magari si sfogano sugli assistiti. Senza arrivare ai casi eclatanti documentati dalle cronache, a volte è un cambio di biancheria brusco o ritardato, una parola mal detta, una umiliazione inflitta.

 


 

A volte questo è frutto di frustrazione da superlavoro, in persone non idonee, sottodimensionate e sottopagate.  Che non è del tutto colpa loro, a parte la responsabilità individuale sugli atti, ma anche di chi fa fare corsi frettolosi a persone appunto inadatte, solo per risparmiare sulle professionalità e pagare meno. 

Come non è colpa degli operatori, per esempio, se la pulizia in molti luoghi di cura è fortemente carente. Da personale addetto e compiti scrupolosi si è passati agli appalti al ribasso, dove poche persone “volano” letteralmente, con straccio e spolvero e i minuti contati, da una camera all’altra.  E ci meravigliamo dei contagi e delle malattie infettive a diffusione ospedaliera ben presenti, purtroppo, già prima di questo flagello, capaci di fare più danni dei mali stessi causa del ricovero, come il famigerato clostridium che attacca l’apparato gastrointestinale. 

Quindi, anche qui come negli ospedali, ci basiamo sugli “eroi”. Meritevoli di monumento, certamente, e di gratitudine umana infinita, ma che non dovrebbero essere tali in un sistema normale ed efficiente.

 


 

Eroi dei tagli pubblici e privati. Di personale, di materiale, di servizi. Fanti isolati in trincee bombardate e sguarnite. 

Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi, diceva Brecht.

Ed ecco esplodere tutti i problemi, evidenziare tutte le pecche, nella situazione attuale. 

il tenere fuori i parenti dalle RSA era la classica situazione lose-lose: non si poteva farli andare avanti e indietro, o sarebbero stati una bomba di contagio diffuso, ma le conseguenze sono state ugualmente drammatiche. Infatti tralasciando il dato emotivo dell’anziano fragile privato di affetti, importante ma non unico, spesso i parenti sono essenziali in case di riposo che si mantengono in equilibrio precario con scarsità di personale e servizi. In alcune sono i parenti che provvedono al lavaggio della biancheria. Sono i parenti che aiutano all'ora dei pasti persone in difficoltà che altrimenti resterebbero senza mangiare, visto che il personale addetto non è certo sufficiente per tutti. Sono i parenti che procurano le medicine e che prenotano le visite specialistiche. Eccetera. In sostanza, che svolgono ruoli suppletivi di cura e vigilanza andando avanti indietro ogni santo giorno. Altro che anziani abbandonati da familiari egoisti, appunto, che io tutte le volte che leggo questi pipponi su Facebook mi imbestio come una iena. 

 


 

Potrei fare molti esempi di cose sperimentate, viste o sentite. Potrei, ma non li faccio, perché danneggerei soprattutto quegli eroi, o anche tanti semplici poveri cristi, da direttori di strutture al personale, che si sbattono ogni santo giorno per far funzionare quello che oggettivamente non ne sarebbe in condizione, in qualche caso persino in strutture anguste e fatiscenti che dovrebbero chiudere. 

Una cosa è certa, però, e questa severa lezione che stiamo ricevendo dovrebbe suggerircelo: non dobbiamo e possiamo fermarci ai casi da magistratura. È tutto un sistema sociale che deve cambiare e ritrovare una sua dignità, quella dignità che spesso neghiamo agli assistiti. Appalti al ribasso ed esternalizzazioni devono sparire, così come le false cooperative. Non esistono costi inutili o comprimibili, quando siamo già all’osso. Non devono esistere profitti sulla pelle delle persone. 

Dalla cura dei più indifesi, bambini, anziani, disabili, malati, dalla scuola all’assistenza occorre un deciso cambio di rotta per ritrovare le basi di una società non dico solidale ed egualitaria, che sarebbe utopia, ma almeno che non assomigli, come ora, all’homo homini lupus, alla giungla selvaggia, dove i deboli soccombono, nell’indifferenza dei forti che vi prosperano.

 

   Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

 

 

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