Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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Prof. Coronavarius Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
PROF. CORONAVIRUS

 Credo sia il caso di considerare il triste episodio di questa pandemia come l’ultima lezione di Madre Terra (spontanea o “assistita”) al genere umano, un grido di dolore che non possiamo far finta di non sentire.

L’ecologia è la materia più improba da insegnare perché va contro tutto quanto, nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo dato per scontato circa il nostro modo di vivere, con l’enfasi sui diritti e la sordina sui doveri nei confronti degli altri esseri viventi, che hanno avuto la sfortuna di nascere mentre l’uomo progrediva nella sua ricerca e messa in atto di mezzi di asservimento sempre più raffinati e crudeli.

 

Mentre le fabbriche di carne imprigionano bovini, suini e pollame, gli spazi urbani svuotati dagli umani vengono visitati da animali selvatici in allegra libertà

 

Eppure, abbiamo avuto ripetuti avvertimenti circa la pericolosità di procedere avanti tutta, ma abbiamo marciato indifferenti a quanto stava accadendo intorno a noi. Non posso farne un elenco esaustivo proprio a causa della proliferazione e della crescente nocività delle nostre azioni; posso però indicare gli attentati più micidiali alla salute dell’ecosistema, del quale tutti noi facciamo parte. Quindi, attentati anche suicidi.

Prima di farne l’elenco, vorrei prima mettere a fuoco quale sia l’obiettivo da raggiungere come stile di vita. E per rintuzzare sul nascere la solita nenia che noi ambientalisti vorremmo tornare alle candele e all’età della pietra, ribatto che no, quello è invece il traguardo al quale i sostenitori dello sviluppo e della crescita del PIL a prescindere stanno condannando i futuri sopravvissuti.  

Sotto il profilo ambientale –e parlo per averlo vissuto- il periodo più felice fu quello degli anni ’50, al quale avremmo dovuto attenerci, anziché smaniare per buttare nel novero delle anticaglie l’agricoltura “biologica ante litteram” e gli animali da allevamento ad essa affiancati, in una simbiosi virtuosa.

Forse è persino perdonabile questa volontà di marciare a tappe forzate verso l’industria tout court e la sua derivazione bastarda: l’agricoltura industriale. Eravamo da poco usciti dalle privazioni di 5 anni di guerra e la ricerca di una vita lontana da stenti e privazioni era fisiologica. Il fatto è che quando si comincia una strada su un piano inclinato è difficile rallentare o addirittura fermarsi. E infatti, siamo poi transitati nel boom economico degli anni ’60, quando tutto ciò che apparteneva al passato veniva considerato retrivo o politicamente reazionario. 

 

Quando mangiamo carne pensiamo a quali orribili sofferenze sono condannate le vite degli animali degradati a carne da macello

 

Gli anni ’60 misero il turbo all’avanzata verso l’industrializzazione invasiva della Penisola, considerata una superficie da sfruttare in ogni settore, sul quale primeggiò una cementificazione selvaggia, sia delle periferie urbane che delle coste. Eh, dicevano i progressisti, l’Italia è bella, ma con la bellezza non si mangia. Con coerenza, si dettero zelantemente da fare per abbruttirla, per violentarla, come una bella vergine indifesa. Gli scempi industriali in giro per il Bel Paese non si contano; e finirono tutti in vaste aree contaminate, degradate, da recingere, per i veleni in bella vista o sotterrati.

Il possesso di alcuni beni, di forte impatto sull’ambiente, come possedere una seconda casa e un’automobile, furono considerati diritti di massa. E i contadini lungo le coste, Liguria in primis, felicemente svendevano i loro campi per trasformarli in aree fabbricabili e vivere di rendita. Nelle campagne pianeggianti, invece, tutto veniva meccanizzato,  chimicizzato, ormonizzato, avvelenato; mentre gli animali da stalla e cortile finivano deportati in immensi capannoni di sofferenza, ingrasso, inoculazione di ogni sorta di medicinali, per impedire che, come certamente avrebbero preferito, andassero incontro a morte rapida: accanimento terapeutico per massimizzare i profitti. Tutto ciò in quanto un altro diritto acquisito fu quello di estendere a pranzo e cena 7/7 il consumo di carne, un tempo riservato ai giorni di festa e senza passare dalle filiere dei macelli comunali. 

 


Il mondo è oberato dalla sovrapproduzione per far crescere il PIL. Si stima che circa 10 miliardi, ben oltre i 7,6 miliardi di umani, siano le auto invendute, inviate in immensi cimiteri ad arrugginire. [VEDI] Persino il petrolio in questo frangente è stato equiparato a un rifiuto, come tale valutato $ -36 (al barile, mentre alla pompa cala di poco, grazie alle accise, fisse anzichè a %), essendone tutti i serbatoi ormai colmi.

 

Lo so, tutto quanto sto scrivendo risulta indigesto alla quasi totalità dei contemporanei, che non accettano di considerare un lusso, sotto il profilo ambientale, l’auto, la 2° e magari 3° casa, la carne a pranzo e cena, l’ossessivo lavaggio di indumenti e biancheria, la doccia quotidiana, i 20° in casa e via discorrendo.

Nessuno però si chiede se tutti questi agi siano compatibili con la crescita demografica, non tanto italiana, quanto di due immensi continenti, Africa e Asia, che stanno marciando compatti verso i nostri livelli di consumo. Le nazioni avanzate hanno tentato di fermare la loro marcia nei ritmici congressi mondiali sull’ambiente (il primo dei quali 50 anni fa a Rio de Janeiro), ma la risposta è stata: perché solo voi? 

Domanda alla quale è difficile rispondere, se non rinunciando noi per primi all’attuale tenore di vita e solo così avendo titoli per chiedere ai Paesi emergenti di fermarsi a riflettere prima di emularci sulla via dei nostri folli consumi. Figuriamoci, sarebbe un coro unanime, da destra a sinistra, di NO.

Nessuno fa i conti con i veri prezzi di ciò che consumiamo. Nessuno li fa perché emergerebbe in tutta la sua assurdità come siamo ambientalmente sovraesposti, necessitando di una Terra grande il doppio o di un pianeta gemello da sfruttare per bilanciare entrate e uscite. Tutti abbiamo accesso ai listini prezzi di automobili, appartamenti, aggeggi elettronici, e un’infinità di altre cose, in buona parte superflue ed utili solo per tenere alto il PIL. Ma se ne consideriamo il costo reale, includendo l’inquinamento a partire dall’estrazione delle materie prime alla fabbricazione, al trasporto, all’uso e infine allo stadio di rifiuto, saremmo stupiti del totale che ne risulterebbe. Se i prezzi non salgono come dovrebbero è grazie a due fattori basilari: sfruttamento di manodopera e inquinamento. 

Il Coronavirus è una conferma in più, se mai ve ne fosse stato bisogno, che un pianeta malato non può che produrre malattie a tutti gli esseri viventi. Le risoluzioni dei governi per fronteggiare la vera emergenza globale sono solo pannicelli caldi; ma purtroppo l’ambiente non aspetta i nostri comodi e i nostri tempi; reagirà sempre più fortemente e condizionerà sempre più ogni nostra azione, senza sconti a nessuno.

 


Nella nostra marcia trionfale verso la schiavitù tecnologica abbiamo già raggiunto ben 9 tipping points, processi irreversibili verso catastrofi cosiddette “naturali” [VEDI]

 

Devo prendere atto che 50 anni sono passati invano. I corni del dilemma sono gli stessi che avevo provato a combattere già nel 1969: economia contro ecologia, inquinamento o disoccupazione. Da allora si è cercato di limitare l’inquinamento, col risultato di una diffusa delocalizzazione industriale verso aree più “tolleranti”. Si sono cercate di migliorare le condizioni di lavoro e le paghe. Risultato: accelerazione della fuga aziendale verso gli stessi sweat shops delle “fabbriche del mondo”, Cina e Sud Est asiatico. 

Uno potrebbe pensare che, con la conseguente disoccupazione di massa, almeno l’ambiente ne avrebbe giovato. Nossignori, siamo riusciti nel miracolo di far convivere i due nemici: inquinamento e disoccupazione. Per abbrutire ancor più l’ex Bel Paese, l’abbiamo trasformato in una discarica abusiva, dalla Campania alla Lombardia; mentre il panorama è invariabilmente punteggiato di gru e cantieri edili, divorando spazio agricolo e distruggendo il patrimonio boschivo anche con gli incendi dolosi. 

Insomma, possiamo ancora definirci italiani, o non piuttosto nemici dell’Italia? Ci siamo gonfiati il petto di essere la quarta potenza industriale del mondo, quando la nostra vocazione era altra e puntata proprio sulla bellezza di cui i nostri progenitori ci hanno lasciato testimonianza imperitura, abbellendo con l’arte una nazione già bella per natura. 

In nome di una malintesa comodità abbiamo intrapreso la strada perversa dell’abbrutimento culturale e dell’abbruttimento estetico della nazione che vanta il 70% del patrimonio artistico mondiale. Naturalmente non siamo soli, la cattiva compagnia si estende a tutto il mondo, specie quello “in via di sviluppo”, che, come riferisce chi ci va per diporto, è passato in pochi anni dalla cultura tribale a quella turistica di massa, con la disseminazione di rifiuti per ogni dove. Insomma, davvero un “bel” mondo!

 

 

Mentre la Germania lancia un programma di € 1 trilione, l’Italia sta pietendo € 36 miliardi; e le sue piccole partite Iva ancora attendono la miseria di € 600, dopo quasi 1 mese dalla domanda. Germania, Svizzera, Olanda, hanno dato più del doppio in soli 2 giorni, senza requisiti, moduli, burocrazia. Questa si chiama fame differenziata, mentre i nostri parlamentari europei sono i più pagati: li chiamano “straccioni con l’anello d’oro”

 

Oggi si dibatte se il Coronavirus sia frutto di un complotto o se abbia origine “naturale”. Vista la scarsa letalità di questo virus, come il raffronto dei numeri di morti con corrispondenti periodi di anni precedenti starebbe a dimostrare, io propendo per il complotto, che altro non è che una fredda pianificazione dall’alto di prove massive di resilienza alla soppressione di diritti considerati sin qui inviolabili; prove di ubbidienza a misure sino a ieri ritenute inaccettabili. 

Si tratta di esperimenti –atroci- di sopravvivenza di tutte le specie viventi, che nessuno accetterebbe se tale fosse il fine dichiarato; ma che vengono, pur tra proteste e forse ribellioni crescenti, accettati in nome di quella stessa salute che i rimedi proposti (i vaccini) finiranno col minare.

I nodi della nostra insensatezza stanno venendo al pettine: dapprima l’inquinamento, poi l’effetto serra, e ora le pandemie, naturali o indotte poco importa. Se non vogliamo rinunciare a molte delle nostre futili conquiste, la transizione non sarà ordinata, ma caotica e quindi regolata da un pugno di ferro. La pigrizia mentale genera la tirannide.

 

 Marco Giacinto Pellifroni  26 aprile 2020

 

 

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