Settimanale Anno XVI
Numero 721 del 13 settembre 2020
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Immunità di gregge Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
IMMUNITA’ DI GREGGE

 La notizia del ricovero in terapia intensiva del premier britannico Boris Johnson affetto dal virus Covit-19 fa scattare nella mente di chi si nutre di buone letture il ricordo della dea greca Nemesi e anche quello della legge del contrappasso di dantesca memoria. 

 

In un primo tempo, infatti, Johnson, (mal)consigliato da Sir Patrick Vallance, principale consigliere scientifico dell’esecutivo inglese, aveva proposto di non prendere onerose e impopolari misure, oltretutto dannose per l’economia del Paese, per contenere l’epidemia ma di affidarsi all’ immunità che  la popolazione avrebbe naturalmente acquisito  in base alla cosiddetta “immunità di gregge”. E’ stato proprio Vallance a rivelare a Sky News e alla Bbc, il 13 marzo scorso, che, per raggiungere l’immunità, il 60 per cento della popolazione del Regno Unito dovrebbe infettarsi, solo in questo modo si potrebbe allontanare, nel lungo periodo, la pandemia. Sennonché, secondo i calcoli di Graham Medley, massimo esperto epidemiologo consulente del governo, nel frattempo  la soglia necessaria all’immunità di gregge sarebbe salita al 70 per cento. 


In seguito all’ondata di polemiche che ha investito l’esecutivo, Johnson è stato costretto a smentire: “L’immunità di gregge non è un nostro obiettivo”. Ma allora, tanto rumore per nulla? In realtà, dicono i bene informati, il governo e la Casa Reale tengono in serbo questa strategia biopolitica, considerata l’unica soluzione per evitare la recrudescenza del morbo nel prossimo inverno. Ma la domanda che a questo punto si pone è: allo stato delle cose, è una strategia condivisibile? A deciderlo non possiamo certo essere noi miseri profani, costretti a chiedere lumi agli addetti ai lavori; e qui tocchiamo con mano come il comune cittadino non abbia la competenza necessaria per decidere su questioni che pure interessano tutti come quelle concernenti la salute pubblica e debba quindi affidarsi ai cosiddetti “esperti” (a meno di non presumere di essere esperti senza esserlo!). 

Non per niente lo stesso governo, in questa emergenza, si avvale delle indicazioni di un comitato tecnico-scientifico: oggi meno che mai c’è da scherzare o da almanaccare su presunti complotti del Gruppo Bilderberg e affini per sfoltire una popolazione mondiale troppo cresciuta rispetto alle risorse disponibili del pianeta con una bella pandemia costruita ad hoc, o su virus sperimentali sfuggiti (come? per caso? per errore? per calcolo scellerato?) da un laboratorio (americano o cinese?). Riguardo all’immunità di gregge, io mi atterrei alle spiegazioni fornite dall’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas Salute di Milano, in questa intervista rilasciata al Corriere della Sera e riproposta sul sito dell’Istituto. Ne trascrivo le risposte più significative:

 l’immunologo Alberto Mantovani

Che cos’è l’immunità di gregge?

“E’ un meccanismo che si instaura all’interno di una comunità, per cui se la grande maggioranza degli individui è vaccinata, limita la circolazione di un agente infettivo, andando in questo modo a proteggere anche coloro che non possono sottoporsi a vaccinazioni, magari per particolari problemi di salute. E’ un meccanismo fondamentale per ridurre la circolazione e la trasmissione di malattie contagiose”.

Come si costruisce questa immunità?

“Non amo molto questo termine immunità di gregge, preferisco parlare di immunità di comunità. Questa immunità si costruisce in due modi: con il vaccino e in modo spontaneo. Tuttavia in questo momento non siamo abbastanza preparati su Covid-19. Il virus ci è praticamente ignoto e in generale i virus tendono a cambiare a ogni stagione. Per questo è una pratica sconsigliabile e irresponsabile: l’immunità sarà raggiunta con il vaccino”.

 

Perciò il modello inglese non può funzionare senza vaccino?

“Bisogna ragionare sul prezzo di un’immunità della comunità ottenuta non con un vaccino ma esponendo, come è sto detto, il 60 per cento della popolazione britannica al virus. Ammettiamo, in modo forse ottimistico, una mortalità del 2 per cento su un milione di persone vuol dire 20 mila morti  e su 10 milioni 200 mila morti. Ma facciamo un conto ancora più drammatico: il 10 per cento dei malati ha bisogno di terapia intensiva e respirazione assistita; su un milione di persone servirà a 100 mila pazienti. Nessun sistema sanitario al mondo è in grado di far fronte a un’emergenza del genere. Ci sarebbero troppe vittime e troppi pazienti non potrebbero essere curati”.

Questo è quanto, e dovrebbe bastare a dissuadere dal percorre la strada dell’immunità di gregge senza vaccino. Già, sembrerà strano ma ci sono anche virologi antivax che giustificano la scelta dell’immunità di gregge senza vaccino. Il principale di questi è il virologo Giulio Tarro, presentato da il Giornale.it come (forse) uno dei virologi più importanti del mondo. Trascrivo la risposta data alla domanda de il Giornale.


Il virologo Giulio Tarro

Come mai, secondo lei, Boris johnson ha scelto questa opzione?

“Ovviamente nel caso del Covit-19 non stiamo parlando di vaccinazione, credo che però il primo ministro inglese non avrebbe mai preso una decisione così se non avesse consultato chi di dovere. Sono certo che alle spalle di Boris Johnson potrebbe esserci l’Università di Cambridge o quella di Londra, oppure persone molto valide in campo virologico che pensano, date le caratteristiche del Coronavirus, che proteggendo le fasce più deboli della popolazione come gli anziani e quelli affetti da altre malattie, si può far circolare liberamente il virus, non usando le misure che stiamo attuando noi come l’isolamento, e far quindi infettare tutti per produrre anticorpi. Quindi in base a questo noi avremmo un’immunità di tutta la popolazione”. Il virologo antivax ha dimenticato di specificare “di tutta la popolazione sopravvissuta”. E meno male che  il professor Giulio Tarra usa il condizionale. “non avrebbe mai, “potrebbe esserci”, “noi avremmo”…C’è da chiedersi come mai un simile luminare non faccia parte del comitato tecnico-scientifico che affianca il governo in questa emergenza sanitaria  senza precedenti! Ah, dimenticavo: Giulio Tarro fa parte di quella schiera di irriducibili avversari di questo governo  non eletto dal popolo sovrano ma da un Parlamento che non rispecchia più la maggioranza reale degli italiani. Strano che non sia ancora stato invitato in trasmissioni come “Fuori dal coro”  o “Quarta Repubblica” o “Dritto e rovescio” (sempre che non me lo sia perso). Certo che non mi pare questo il momento di creare confusione tra i già abbastanza confusi cittadini italiani; almeno il professor Mantovani ammette l’impotenza della scienza di fronte a questo nuovo virus praticamente sconosciuto. Da un punto di vista filosofico questo virus ci obbliga a riflettere sui limiti della libertà, della volontà di potenza (la questione della tecnica), della condizione umana in generale e sui limiti della scienza in particolare. A questo proposito è fondamentale il saggio del compianto Remo Bodei intitolato, appunto, Limite (il Mulino, 2016), dove il filosofo richiama la nostra attenzione sul desiderio faustiano ma anche sui rischi di una navigazione in mari inesplorati oltre i confini tracciati sulle carte nautiche in uso ai naviganti del nuovo millennio, e ci ricorda che la caratteristica della modernità è la stessa volontà di sapere, di seguir virtute e canoscenza, che ha spinto l’Ulisse dantesco a oltrepassare, a danno suo e dei suoi fedeli compagni, le colonne d’Ercole: “la modernità è un andare al di là dei limiti, un plus ultra, un navigare verso l’ignoto”.


Dalle nostre moderne carte geografiche è sparita la scritta Hic sunt leones che serviva da monito ai temerari che osassero spingersi oltre i confini dell’Impero romano, cioè della civiltà (da civis “cittadino”). Oggi la globalizzazione ha reso preistorici i vecchi limes, i sacri confini delle patrie che tanto sangue hanno fatto (e fanno ancora versare nel Terzo e nel Quarto mondo); eppure c’è chi li rimpiange e li vorrebbe ancora più sacri immaginando che alzando muri e scavando trincee ci si possa meglio difendere anche da nemici comuni e invisibili come il Coronavirus; come se ogni Paese fosse un’isola in mezzo all’oceano o un’oasi nel deserto senza connessioni reali o virtuali con il resto del mondo. Quante ore sopravviverebbero gli abitanti di ciascun Paese isolato dagli altri? E come potremmo sconfiggere il comune nemico invisibile ormai penetrato al di qua delle mura anche delle nostre città più fortificate? 

  FULVIO SGUERSO 

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