Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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Buonismo e coronavirus Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
BUONISMO E CORONAVIRUS

Finale Ligure. Il tempo s’è fermato in un imprecisato giorno di marzo 2020. Aggiornare la data non rientra più nei compiti dei giardinieri comunali; e l’aiuola appare come un orologio le cui lancette sono bloccate sull’ora X: l’inizio della quarantena indeterminata

  Scrivere qualcosa che abbia attinenze col coronavirus sulla base delle notizie che media di regime e affermazioni contrarie dalla rete ci propongono a ritmi incalzanti è impresa quanto mai ardua e gravata dal pericolo di trarre conclusioni di cui poi fare magari abiura.

Nel frastuono generale di notizie e smentite, ci si vede quindi costretti, anziché ad esprimere pareri in un campo tanto minato, a ripiegare in “filosofia”, spaziando nei massimi sistemi. Provo a cimentarmici.

Ci sono concetti, nel retro della nostra mente, che rimangono per anni in sottofondo, senza che riescano ad uscirne in una formulazione compiuta, finché un certo evento, in apparenza non correlato, si verifica, e allora sembra come fornire le tessere mancanti di un mosaico, sino allora confuso e privo di una chiave di lettura.

 


1970-2020: desiderio esaudito

 

Questo evento, manco a dirlo, è stato il coronavirus. E qual era il concetto che albergava, indichiarato, nel profondo dei nostri pensieri? Quello che a tratti esce dalla nostra bocca, in mezzo tono, quasi si fatichi a tradurlo da pensiero in parole: “Siamo in troppi”. 

Tre paroline elementari, che però ogni tanto scappano di bocca, un po’ di sfuggita, perché implicano conseguenze logiche aberranti. Eppure capita di sentirle pronunciare, a tempi sempre più ravvicinati, per le notizie che rimbalzano dal nostro quartiere, città, nazione, continente, mondo. Notizie di degrado, di conflagrazioni, di spaccio incontrollato di droga, di traffico di organi, di continenti in esplosione demografica, pronti ad esondare nel nostro con valanghe di maschi affamati, sia di cibo che di sesso, di contro ad un popolo indebolito da secoli di progresso materiale e decadimento fisico e psicologico.

Stiamo vivendo l’incubo della tarda romanità, coi confini ormai indifendibili dalla vigorosa avanzata di popoli provati dalla dura lotta per la sopravvivenza contro soldati equipaggiati di tutto punto, ma impreparati psicologicamente a difendere una patria in piena decadenza di costumi, di ideali, di motivazioni ad esistere.

In questa schematica contrapposizione vedo riassunto il nostro atteggiamento nella lotta al coronavirus a tutto campo. Mentre combattiamo contro un nemico che vuole annidarsi nei nostri polmoni per ucciderci, c’è una minoranza di medici ed infermieri che lo affronta “a viso coperto”, in ossequio al principio medico di salvare vite umane, mentre il resto della popolazione vive d’imperio acquattato nelle retroguardie, per non esporsi, “a viso aperto”. ad un cimento impari. 

 


Svezia controcorrente: bar, ristoranti, suole, parchi aperti, nonostante un contributo non insignificativo di contagiati e morti. Un approccio al problema virus radicalmente diverso

 

Nel retro pensiero delle retroguardie affiora a tratti quella frasetta sul numero abnorme di umani sulla Terra e sugli eccessi di una vita senza un fine che non sia quello di accaparrare denaro e/o merci usa-e-getta, finendo col vivere in mezzo ai propri escrementi: i rifiuti dei nostri futili consumi. Chi crede alle prediche che un tempo sarebbero piovute dai pulpiti ed oggi più sommessamente dalle esternazioni di qualche uomo in tonaca, ritiene che il virus sia l’ultima incarnazione del “flagello di Dio” per la nostra vita peccaminosa; mentre chi professa l’odierna religione laica –l’ambientalismo- pensa che sia il rovescio della medaglia di un progresso identificato col mito della crescita e dei mercati, nostre novelle divinità. Questo opprimente senso di essere in troppi, anche se in certe zone di Africa ed Asia la densità di popolazione è ben superiore alla nostra, porta alla diffidenza, al sospetto e infine all’odio reciproco, in quanto concorrenti nel consumo di spazio, di risorse, di beni essenziali: come cani ringhiosi intorno alla ciotola o iene intorno a una carcassa. 

Scavando ancora più a fondo nel nostro retro pensiero, si guarda al virus come “inefficiente” nel diradare le folle, con solo lievi incrementi della mortalità, quasi la nostra lotta senza quartiere per debellarlo fosse un’empia sfida ai dettami di Dio o alle leggi di Madre Natura. E si fa il confronto con le grandi epidemie del passato, vere e proprie ecatombe con milioni di morti e popolazioni decimate di un terzo o della metà.

Sotto questa angolazione, siamo portati ad elogiare il comportamento della Svezia, che ha deciso di attuare misure molto contenute di contrasto al virus, permettendo il giusto contributo di vittime per temprare i sopravvissuti.

 

Salvare vite umane: l’imperativo che spesso si ritorce nella perdita di altre vite umane

 

Quando si dice “non è una semplice influenza”, ci si scorda di aggiungere che tanto semplice un tempo non era. O meglio, lo era per noi occidentali, che attraverso le generazioni avevamo offerto il giusto contributo sacrificale, diventando “vaccinati” ante litteram. Ma quando arrivammo da conquistadores nelle Americhe, falcidiammo i poveri indigeni, più che a colpi di archibugio, proprio con i nostri “semplici” raffreddore e influenza. Se oggi non fossimo così “corazzati” contro l’influenza “normale”, il coronavirus sarebbe probabilmente molto più letale, come l’influenza per gli indios.

Oggi il medesimo “buonismo” che ha incoraggiato l’invasione afro-asiatica spinge il mondo intero ad adottare analoghe misure umanitarie di contrasto al virus, ben diverse da quelle che avrebbero voluto Donald Trump e Boris Johnson, invocanti l’”effetto gregge”, possibile solo in duri regimi totalitari, non certo in democrazia, dove i giudici arrivano ad incolpare di sequestro di persona chi osa mettere in quarantena una nave carica di finti naufraghi che vantano come loro diritto la violazione delle nostre leggi. E chissà quante incriminazioni dovrebbero subire i vari premier se debordassero dalla morale corrente. Da noi prospera una sinistra tanto buona con i migranti clandestini quanto avara con lo Stato, che ora, avendo profuso miliardi per ospitarli, manca degli stessi fondi per quella sanità cui si chiedono sforzi epici per salvare i nostri concittadini. Paradossalmente, dopo aver ridotto lo Stato all’ombra di se stesso, sopraffatto dalle logiche dei mercati, gli si chiede di far fronte ad una sfida immane dove avergli vuotato le casse.

  

Trump e Johnson: messi alla gogna per scarse virtù democratiche e umanitarie (come la natura, che difetta dell’una e dell’altra virtù). La politica è miope, la natura è presbite

 

Soltanto il futuro decreterà se la lunghissima quarantena sarà valsa la pena sotto il profilo economico; o se una sua ripresa, come sta accadendo in Cina, vanificherà questa costosissima battaglia. Abbiamo aggredito a muso duro il virus e il funzionamento del nostro sistema produttivo, senza darci pena dei checks and balances, misure e loro aggiustamenti. Oggi infatti abbiamo assistito al solo varo di checks, ignorando del tutto i balances, i contraccolpi sull’economia, di cui oggi assaggiamo solo le avvisaglie. Rimettere in moto la complessa e articolata macchina produttiva sarà probabilmente più arduo che aver sedato gli attacchi virali. E nel giro di qualche mese, sulle macerie di innumerevoli piccole e medie attività, di serrande abbassate che non si rialzeranno più e si trasformeranno in zavorre sulle spalle dello Stato –scelleratamente ridotto ad avaro ente assistenziale- vedremo se gli arresti domiciliari di un intero popolo siano stati saggi o folli. 

In ogni caso, questo esperimento in vivo non sarà arrivato invano: ci avrà dato agio, durante la forzata inattività fisica, di far lavorare di più il nostro cervello; avremo avuto più tempo per meditare, per fare un bilancio non della propria vita individuale, ma della nostra vita collettiva, in quanto umanità, scoprendo, tra i tanti disagi, anche i pochi vantaggi: pochi, ma di cui avevamo perso memoria, accettando la loro perdita come normalità. Parlo del silenzio urbano, del ridotto inquinamento, dei minori incidenti stradali e consumi, ridotti ai bisogni essenziali, del ritrovato tempo libero, del piacere della famiglia riunita (nel bene e nel male!), dell’aver ridato ai centri abitati la loro fisiologica densità abitativa, riscoprendone la dimensione umana.

Insomma, non tutto il male vien per nuocere…

  

Marco Giacinto Pellifroni  5 aprile 2020 

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