Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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Perchè ha ragione Aristotele Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
PERCHE’ HA RAGIONE ARISTOTELE
(A proposito dello zoon politikòn)

 Sul fatto che l’uomo appartenga al regno animale, che sia cioè un essere vivente (in greco zòon) siamo tutti d’accordo. Non tutti però sono d’accordo sulla definizione aristotelica dell’uomo come “animale politico” (zòon politikòn), per natura, dove “politico” va tradotto con “sociale”, “socievole” o anche “cittadino”. Da un punto di vista filosofico, per alcuni - penso a Thomas Hobbes, a Niccolò Machiavelli, a Pierre-Joseph Proudhon a Herbert Spencer, a Max Stirner, a Henry David Thoreau – l’uomo è un inguaribile egoista e individualista, teso ad affermare i propri interessi; desideri e ambizioni contro il resto dell’umanità (ragione per cui c’è bisogno di un potere che lo freni), in questo si incontrano anarchici e liberali tipo Robert Nozick.


Per altri - e mi riferisco soprattutto a pensatori come Jean-Jaques Rousseau, August Comte, Karl Marx,  Aldo Capitini,  Danilo Dolci, Lorenzo Milani Comparetti, l’uomo è naturalmente buono e altruista ma debole e quindi  facilmente corruttibile. Ma chi può decidere se nella natura umana prevale l’egoismo o l’altruismo, l’aggressività o la benevolenza, il vizio o la virtù, il determinismo o il libero arbitrio! Come è noto ci sono filosofi che considerano illusoria la libertà dell’uomo;  altro che l’ Oratio de hominis dignitate  di Pico della Mirandola! Quello che è certo è che l’uomo, come ha ben detto Friederic Nietzsche, è un animale non ancora stabilizzato; difatti vediamo  che  nella sua natura convivono egoismo e generosità, tensione verso il bene, il bello e il santo e pulsioni verso il male, l’osceno e demoniaco; grandi dispregi e grandi passioni, insomma capacità di amare incondizionatamente ma anche di odiare senza remissione, meno di perdonare. Vero; ma queste sono tutte questioni che riguardano l’etica e la religione, non la scienza, per  la quale  così i primordiali aurei  Saturnia regna virgiliani e ovidiani (per non parlare della sapienza tragica di Sileno) come lo stato di natura preistorico e prepolitico di Hobbes e di Rousseau hanno un mero significato ipotetico,  mitico e poetico dal momento che nessuno ha mai potuto verificarne e studiarne l’effettiva realtà (stavo per scrivere  “natura”!).

 

Hobbes, Macchiavelli e Proudhon

 Ora, se dalle  sfere dell’etica, della mitologia e della religione ci spostiamo a quelle della scienza e in particolare dell’antropologia culturale, della psicologia sociale, della comunicazione, dell’etologia, della linguistica e delle neuroscienze – tutte  sfere, come direbbe Max Weber, wertfrei , cioè libere da (pre)- giudizi valoriali (a meno che non sia quello della verità: la scienza non va alla ricerca del bene ma del vero;  solo così, detto tra parentesi,  può fare del bene) c’è poco da opinare: tutte queste nuove scienze concordano nel definire l’uomo (compresa La scimmia nuda di Desmond Morris) un animale sociale. Su questo punto le moderne scienze dell’uomo danno ragione ad Aristotele, per il quale l’essere umano, a differenza delle bestie e degli dei, ha bisogno, per vivere e per raggiungere il suo fine (telos), dell’aiuto dei  suoi simili.  D’altronde è evidente che un uomo isolato e senza risorse, oltre che d’inedia, muore anche di solitudine, di mancanza di relazione, di comunicazione e di dialogo che non sia solo interiore., di se stesso con se stesso. Questo perché l’isolamento, per l’uomo, è contronatura; tant’è vero che, se dura troppo a lungo, impazzisce. E’ dunque evidente che gli uomini, se non per scelta devono convivere per necessità.


Nozick, Capitini e Dolci

Ma lo zoon politikòn in Aristotele non vive in società solo per bisogni basici ma anche e soprattutto  spirituali ed etici: l’uomo, per raggiungere il suo telos, che consiste, come viene enunciato nel primo libro dell’Etica nicomachea e della Politica, nella felicità,  la quale non si realizza in una vita purchessia ma solo nella vita virtuosa, ha bisogno di partecipare alla vita della comunità cittadina con i suoi statuti e le sue leggi.  A questo proposito bisogna, appunto, ricordare che la virtù non è un dono della natura o degli dei ma una conquista resa possibile dalla vita sociale nell’ambito della polis (cioè dello Stato) che ci fornisce gli strumenti per il nostro perfezionamento intellettuale e morale; il quale non potrebbe compiersi se l’uomo non fosse, oltre che politikòn per natura, anche zoon logon echon,  cioè un vivente dotato per natura  di linguaggio articolato; infatti, che tipo di vita in comune e in  relazione con gli altri concittadini potrebbe mai svolgersi senza l’uso della parola?


Nel secondo paragrafo del primo  libro della Politica leggiamo: “La comunità che si costituisce per la vita quotidiana secondo natura è la famiglia (oikos)…la prima comunità che risulta formata da più famiglie in vista di bisogni non quotidiani è il villaggio…La comunità che risulta formata da più villaggi è lo Stato perfetto (polis) che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per rendere possibile una vita felice…Da queste considerazioni risulta evidente che lo Stato è un prodotto naturale e che l’uomo per natura è un essere socievole (politikòn); perciò chi vive fuori della comunità statale  o è un abietto o è superiore all’uomo…


E’ chiaro quindi per quale ragione  l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento, perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, unico tra gli animali, possiede la parola: la voce (phoné) indica quel che è doloroso o gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali(e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori”. Si direbbe quasi che il Nulla salus extra ecclesiam sia ricalcato sul “Nessuna felicità fuori dalla polis”. E su questo possiamo ricominciare a discutere, come sulla concezione aristotelica della schiavitù, del genere femminile e della umanità imperfetta, per usare un eufemismo,  dei barbari, cioè  tutti quelli che non parlavano il greco (come oggi di tutti quelli che non parlano l’inglese?). 

  FULVIO SGUERSO

 

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