Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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La disfatta dei no borders Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
La disfatta dei no borders
E la fine dell’imbroglio europeista

 Bar e barbieri sono chiusi ma le chiacchiere da bar e da salone si sono trasferite ai piani alti della politica, della scienza, dell’informazione e, last but not least, all’appuntamento fisso col bollettino delle 18. Nessun filtro, nessun controllo, nessuna cautela. Il grillismo, inteso come superficialità, improvvisazione, dilettantismo, ha contagiato tutto l’establishment, ha distrutto il principio di autorità, ha privato l’uomo della strada, il comune cittadino, di riferimenti certi e rassicuranti, gli ha tolto il diritto di credere nelle istituzioni, nelle competenze, nei messaggi veicolati dai media. Non mi voglio esercitare nel tiro al bersaglio sulle sciocchezze, le contraddizioni, la disinvoltura con la quale si sono trasformati milioni in miliardi e centinaia in centinaia di migliaia (è successo anche questo, a proposito della mortalità media annua per l’influenza stagionale) o la stolta sicumera con la quale si sono sostenute o perentoriamente escluse le ipotesi di un’ origine in laboratorio del coronavirus. Su ciò di cui non si sa nulla è bene tacere, a meno che, appunto non si sia seduti sulla poltrona del barbiere, cosa che, purtroppo, non è in questo momento possibile. 


Però c’è una cosa che è alla portata di tutti e non c’è ruolo o titolo accademico che dia a uno più autorevolezza di un altro poiché in gioco c’è solo la capacità di intendere: la globalizzazione, la permeabilità dei confini, l’osmosi  planetaria sono un pericolo mortale per l’umanità intera. Lo sono in un modo subdolo e di lungo periodo per gli assetti sociali, le strutture economiche, la tenuta della moneta  e le libertà individuali ma lo sono in modo drammatico, improvviso, imprevedibile e devastante nel caso di epidemie. Qualcuno, forte di una abusata autorità, ha detto e continua a ripetere che il virus non conosce confini e che non serve erigere muri. Quale che sia la fonte di questo messaggio si tratta di un messaggio falso e fuorviante. Il virus non se ne va a giro da solo: il virus se lo portano appresso persone in carne e ossa, che circolano liberamente facendolo moltiplicare se non ci sono barriere o possono e debbono essere fermate impedendo che si diffonda se le barriere ci sono. Nei secoli passati le barriere politiche erano rinforzate dalla barriera naturale della difficoltà degli spostamenti, oggi la velocità degli spostamenti deve essere compensata dal rafforzamento delle barriere politiche. Barriere che non impediscono il passaggio ma lo controllano e lo filtrano secondo le necessità e la convenienza del momento attraverso i visti di ingresso e i controlli sanitari.


Torniamo ai confini nazionali e difendiamoli come ci impone la Costituzione: questo è un imperativo categorico. I confini non sono nati per caso; in ogni epoca, in ogni continente, in ogni cultura, in ogni civiltà ci sono stati confini e i confini hanno garantito la sopravvivenza delle comunità umane. 

Il concetto stesso di Stato implica l’idea della sua definizione, della sua determinatezza, dei suoi limiti. Il mito dell’impero universale nasconde il desiderio di uno Stato di espandersi assorbendo altri stati per rendersi più forte ed ha puntualmente condotto alla sua implosione. È successo coi mongoli, con i persiani, con Alessandro, con Roma. Ed è successo perché oltre un certo limite, che non è solo territoriale, lo Stato non può reggersi, non può più badare a se stesso e si disfa frantumandosi. D’altro canto i popoli senza Stato, senza confini, senza stabilità, sono, ora come nel passato, una anomalia. L’uomo, secondo l’antico mito, nasce dalla terra, è autoctono, e alla sua terra è naturalmente legato. Le vicende storiche ne segnano i confini ma, quali che essi siano, ci debbono essere, si possono allargare o restringere ma ci debbono essere. 


L’ecumenismo religioso è un valore finché non infetta la politica e diventa una minaccia per i confini. Quando ciò accade si distrugge l’identità culturale altrui, la sua differenza, la sua peculiarità, vale a dire la sua ricchezza (peculium). Secondo una vecchia immagine il missionario precede il mercante ma il mercante, aggiungo io, precede il soldato; l’apostolato, la conversione religiosa, laicamente la civilizzazione, è la foglia di fico che ha coperto il colonialismo, che cancellò o interruppe l’evoluzione politica in Africa e in Asia. L’ultima metamorfosi dell’ecumenismo è la globalizzazione, un’idra dai cento volti, ora iperliberismo, ora fratellanza universale, ora pensiero unico ma soprattutto plutocrazia, invasività del capitale finanziario, soffocamento dell’economia reale e proletarizzazione di massa. È la nuova ideologia della sinistra e del nostro sciagurato Pd che ha messo in soffitta Marx,  ha fatto strame del Manifesto e ha stretto un matrimonio indissolubile con l’Europa svendendo l’Italia per trenta denari. E di quella ideologia è parte l’ignobile razzismo da allevatori di polli, secondo il quale ci sono razze vecchie, malaticce e sterili e razze giovani, esuberanti e fertili  da innestare con le prime per avere braccia da robuste e a basso costo e ingordi consumatori di paccottiglia. Con questo obbiettivo si sono perseguite due politiche criminali: l’incoraggiamento all’esplosione demografica dell’Africa e l’organizzazione occulta dell’invasione  dell’Europa, limitata per il momento all’Italia che funge da laboratorio.  La miopia dei partner europei, che hanno fiutato la possibilità di mettere all’angolo il Bel Paese soprattutto dopo il protagonismo di Berlusconi  ne ha subito approfittato senza rendersi conto che l’invasione non si sarebbe arrestata alle  Alpi.


Ma questo non è il momento adatto per riflettere su scenari futuri, tanto siamo assillati dai problemi del presente. L’epidemia ha svelato, aggravato o accelerato processi in corso da tempo. La zavorra di centinaia di migliaia o milioni di stranieri che pesa sul contribuente italiano si è ulteriormente appesantita, considerato che le misure tardivamente varate dal governo per fronteggiare l’emergenza finiscono, senza che nessuno lo dica, nel pozzo senza fondo dell’accoglienza. Immaginiamoci cosa potrebbe pensare, o fare, il commerciante o l’artigiano ridotto sul lastrico se gli venissero spiattellate davanti le cifre che i comuni, le regioni, l’Inps, lo Stato sottraggono a lui, che avrebbe il sacrosanto diritto di esserne il destinatario, per mantenere di tutto punto i finti  - ma, a questo punto, anche se fossero veri non farebbe differenza - profughi.


Poi c’è la questione politica, la realizzazione del disegno autoritario progettato dalla sinistra. Le cancellerie europee, con in testa il nostro governo, e tutti i media asserviti al pensiero unico e al potere globale hanno tuonato contro il “colpo di Stato” attuato da Orbán, che ha sospeso le attività del parlamento dopo aver ottenuto, dallo stesso parlamento, la potestà di legiferare per decreto durante l’attuale situazione di emergenza, senza porsi un limite temporale. Insomma il leader ungherese farà legittimamente, democraticamente, la stessa identica cosa che Conte, illegittimamente e fuori di ogni regola democratica, sta facendo da oltre un mese. Ma, a parte la forma, c’è una vistosa differenza di sostanza: Orbán non solo è stato votato dai suoi concittadini ma gode tuttora di un vasto consenso popolare; Conte non è stato votato da nessuno, è un perfetto sconosciuto messo a palazzo Chigi non si sa da chi con la complicità dei grillini; è un corpo estraneo alla democrazia nel nostro Paese.  Approfittando dell’emergenza ha monopolizzato la televisione pubblica, condiziona l’informazione, commissiona sondaggi burla, impone la sua faccia in modo ossessivo, cerca in tutti i modi di cancellare la presenza dell’uomo politico che più rappresenta la volontà degli italiani a costo di enfatizzarne il socio - la socia - di minoranza. 

E intanto nel buio di questi tempi si può almeno coltivare la speranza che l’Europa ne esca distrutta: se non ci pensano gli italiani, che paiono cloroformizzati, ci penseranno a farla fuori i francesi o, chissà, gli stessi tedeschi che finora se ne sono serviti.

  Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 

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