Settimanale Anno XVI
Numero 711 del 31 maggio 2020
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Troppo tardi per il tricolore Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Troppo tardi per il tricolore
Un Paese infetto non solo per il coronavirus

 Hanno ridicolizzato il senso della Patria e l’inno nazionale con la buffonata dei balconi illuminati alle nove di sera e la gente che comincia a dimenarsi, a battere sulle pentole e a cantare in coro che il cielo è sempre più blu. Ma si è fatto qualcosa di più ipocrita e stucchevole nell’esibizione oscena e scomposta della gratitudine a medici e infermieri “in prima linea nella lotta contro il coronavirus”. Sono eroi, gli eroi del nostro tempo. Ma non sono eroi, sono solo lavoratori che fanno senza tanta enfasi, anzi, con una buona dose di preoccupazione, il loro mestiere. Come le cassiere dei supermercati o il personale delle case di riposo, che rischiano anche più di molti medici.

Nemmeno loro sono eroi o eroine: sono solo persone normali in tempi che tanto normali non sono. A scanso di facili obiezioni: delle mie figlie una lavora con anziani non autosufficienti, un’altra alla cassa di un supermercato, la terza è medico anestesista; conosco il problema. E a nessuna delle tre è passato per la testa di buttarsi malata o di escogitare qualche espediente per sottrarsi al rischio. Fanno il loro lavoro, non sono contente ma lo fanno con tutto lo scrupolo di cui sono capaci; non sono contente perché non sono tutelate come la situazione richiederebbe; dispositivi carenti e presidi stintignati, guanti e mascherini arrivati in ritardo, condizioni di lavoro deplorevoli. Meno retorica e maggiore serietà. Ma quello che mi fa ribollire il sangue è la pretesa che nelle condizioni in cui si trova oggi il Paese sotto il profilo etico e politico ci possa essere un surplus di abnegazione, di spirito di sacrificio o addirittura ci possano essere degli eroi. No. Questo non è tempo né luogo di eroi; qui solo per svolgere con coscienza le proprie mansioni bisogna turarsi il naso e fingere di vivere in un Paese diverso. La chiamata alle armi ha senso in una democrazia autentica, nella quale il cittadino comune si rispecchia nelle istituzioni, che, a loro volta ripongono nel cittadino comune la loro ragion d’essere.

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Ha senso in Paesi in cui la Nazione e la Patria sono valori indiscussi, acquisiti una volta per tutti e al di sopra dei partiti e delle opinioni politiche. In Italia non è così. Forse non è mai stato così ma oggi lo è meno che mai. Conte che invita a stringersi intorno a lui e a questo governo è una nota stonata, una forzatura grottesca, un ossimoro morale e politico. Sul capo dello Stato mi astengo dal dare giudizi ma, un po’ per le vicende di questi ultimi decenni che hanno visto nell’inquilino di turno del colle più alto il tessitore di trame di palazzo un po’ per l’obiettiva carenza di carisma personale, sarebbe azzardato attribuirgli una funzione diversa da quello di semplice e piuttosto tetro officiante di rituali puramente esteriori. L’America tutta si commosse per le parole di Bush, che pure aveva - ha - una assai modesta caratura personale; ma questo è il bello della democrazia e dell’identità nazionale: nei momenti cruciali anche un nano diventa un gigante. A noi sono state tolte l’una e l’altra e ora ce ne vorrebbero restituire il surrogato di comodo, con l’inno nazionale ridotto al livello di Volare, alternato a Bella ciao e occasione per dimenarsi e fare chiasso.


Non riesco a dimenticare quello che successe  a Livorno quando, una decina d’anni fa, si celebrò solennemente il sacrificio del soldato italiano in occasione dell’anniversario della battaglia di El Alamein. Per entrare nello stadio dove si svolgeva la parata militare, presente il ministro della difesa, si dové passare attraverso un cordone di poliziotti che tenevano a bada un manipolo di facinorosi, non solo frequentatori dei soliti centri sociali ma studenti, militanti del Pd, emissari dei circoli Arci e dell’Anpi, il fior fiore della sinistra antagonista e no. Insomma, quella che avrebbe dovuto essere un’occasione per ritrovarsi uniti  nella memoria e nell’orgoglio della patria comune fu trasformata in una manifestazione di destra, quasi quasi da sanzionare ai sensi della legge Scelba. Del resto è la stessa sciagurata città nella quale la nazionale di calcio non mette più piede da quando l’inno di Mameli fu subissato dai fischi di tutto lo stadio. E che credito dovrei dare a quei ragazzi diventati adulti o a quegli adulti ormai vecchi che ora sventolano il tricolore dal balcone? Gli stessi, e questa è storia di ora, che hanno preso a sputi la Meloni e hanno cercato di impedire a Salvini di parlare.


Poi sento dire che una scritta sui muri di dubbia paternità e qualche braccio levato nel saluto romano sono minacce per la nostra (inesistente) democrazia. A questo proposito ero tentato di allegare a questo articolo la foto di un volantino incollato al palo che regge il semaforo in una via del centro: “Non si cambia col voto ma con la lotta”. Un chiaro invito alla sovversione, che se fosse riconducibile a qualche formazione di destra avrebbe suscitato un putiferio ma siccome è scopertamente roba di compagni nessuno ci fa caso, sono ragazzi, esagerano, ma in fondo sono degli idealisti.

Il Paese è guasto, infettato prima che dal coronavirus dal conformismo, dal servilismo, dall’acquiescenza, dall’assenza totale di senso critico. C’è un disperato bisogno di cultura, di intelligenza, di apertura mentale, che sono le condizioni per una adesione ragionata a provvedimenti che inevitabilmente limitano la libertà personale senza scadere nell’ottusa acritica servile cieca obbedienza alle regole, anche quando sono palesemente contraddittorie, fino a mostrarsi più realisti del re. In questo clima prosperano i peggiori, i retrivi, quelli che fanno massa amorfa, soggetti ideali per chi sogna un regime totalitario e nei salotti discetta sull’opportunità di fare a meno del suffragio universale.


In questo frangente, stabilito che per evitare il contagio è necessario evitare il contatto, si parte dalla premessa sacrosanta di evitare assembramenti e si conclude col proibire al podista solitario di correre fra i campi o al biker di  lasciarsi alle spalle il consorzio umano per inerpicarsi in sentieri e pietraie. Al contempo si consente di circolare in bicicletta e a piedi per fare la spesa, andare dal tabaccaio o a comprare il giornale. Il provvedimento è folle ma quello che sgomenta è che nessuno lo dice, la gente approva e le stesse persone che fanno assembramenti con i loro cani o si mettono fila tre volte al giorno davanti ai negozi rischiando obbiettivamente il contatto e, quindi, il contagio, di fronte allo sportivo che sta rigorosamente alla larga dai propri simili, petrarchescamente intento a fuggire ove vestigio uman l’arena stampi, lo insultano come un untore e le più zelanti si affrettano a chiamare il 113. Ma sono le regole, si dice, dimenticando che le regole dovrebbero essere assoggettate al buon senso.

Ma le proibizioni drastiche e liberticide non costano nulla, soprattutto quando sono drastiche per modo di dire. Perché se fosse vero, non lo è, che il podista solitario, il biker solitario, il canoista, il nuotatore per evitare di contrarre o diffondere il contagio debbono stare a casa, sarebbe criminale consentire alla gente di andare in giro col cane o di ammucchiarsi intorno ai negozi sotto casa, nei supermercati o negli uffici postali.  Fatto si è che chiusi i negozi bisognerebbe provvedere a portare generi alimentari medicinali e giornali (delle sigarette si può fare a meno) a casa della gente e questo costa in termini organizzativi e finanziari. E ce n’è voluta per interrompere i lavori edili, perché si correva il rischio di pestare qualche piede amico, e insieme ad essi tutte le attività non essenziali. E anche questo costava, e si è rimandato finché si è potuto


Tutti allineati, e, dispiace doverlo riconoscere, poca luce anche fra i rappresentanti dell’opposizione.  Tolto il voler murare in casa la gente solo fuffa e contraddizioni - e nessuno che abbia detto che se dopo un mese di restrizioni in Lombardia l’epidemia continua a crescere in modo esponenziale quelle restrizioni non sono servite a niente e che la strada da seguire è, avrebbe dovuto essere, un’altra. Un'altra senz’altro più impegnativa e più costosa, per la quale il nostro Paese forse non era e non è attrezzato. Come quella percorsa dalla Corea del sud, dove non si è ricorsi allo sbrigativo, e inutile, tutti in casa ma alla tecnologia e alla capacità organizzativa grazie alle quali si sono isolati i casi positivi e i portatori sani e si sono impediti sul serio gli assembramenti (e ospedali e ospizi non sono, come da noi, focolai moltiplicatori dell’epidemia), e dopo la prima fiammata di contagi si è preso il controllo della situazione. Che in Italia è sfuggita di mano ai “governatori” del nord come al governo centrale. C’è poco da appendere il tricolore alle finestre o a ripetere la litania dell’andrà tutto bene. Il coronavirus è la cartina di tornasole che ha messo a nudo la debolezza strutturale del Paese, il risultato dell’anoetocrazia, mi si perdoni il neologismo che ho usato in un mio pamphlet, il potere degli imbecilli, che sono ancora più nefasti dei corrotti. Ma siccome non ci facciamo mancare niente i nostri anoeti sono anche corrotti. 

Il nostro presidente del Consiglio quando si è finalmente deciso a riferire alla Camera sui provvedimenti presi dall’esecutivo ha dichiarato testualmente che le misure da lui adottate sono state graduali perché commisurate alla evoluzione dell’epidemia. Un modo singolare di intendere la prevenzione ma soprattutto ottimo esempio di anoetocrazia.

  Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 

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