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Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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Riflessioni sparse in tempo d’ozio forzato Stampa E-mail
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   

Riflessioni sparse in tempo d’ozio forzato

 Passate le classiche fasi  minimizzazione, rifiuto, angoscia apocalittica, sarcasmo, falsa euforia, accettazione, ricerca di capri espiatori ecc ecc, se non siamo troppo sotto shock, in depressione o agitazione e ci sentiamo mediamente rassegnati, può essere il momento di ragionare, distraendoci un attimo dall’invettiva da balcone contro i poveri tapini che si ostinano a prendere una boccata d’aria in solitaria, mentre intere fabbriche, supermercati, servizi necessari e non, stanno diventando focolai ben più pericolosi ma intoccabili. Nell’immagine sotto, il confronto fra i maggiori centri di infezione e i centri produttivi, molti dei quali ancora aperti. 

 

 Non occorre avere particolari competenze o essere in grado di immaginare scenari ed evoluzioni, ciascuno di noi può, e deve, riflettere nel suo piccolo.

Al momento, mi dispiace, ma sembra si vada per tentativi, e che mica tutti conservino la bussola nel procedere. Ho stima di Conte ma appare soggetto a troppe pressioni, e non sempre i tecnici riescono a dare gli indirizzi, ma si ascolta troppo la politica, per paura della peggior politica, quella delle strumentalizzazioni e dello sciacallaggio. 

Le incertezze sono molte, ancora non è dato sapere né dove andremo a parare né quando, ma appare piuttosto evidente che l’evoluzione è ancora in corso, che la crisi e le misure conseguenti non termineranno tanto presto, che il mondo potrebbe uscirne parecchio cambiato, sia nelle abitudini, sia nell’economia, sia nel modo stesso di vivere la socialità. Cosa che per noi italiani (liguri e presenti esclusi) potrebbe essere un drammatico problema. 

Un articolo molto interessante, fra i tanti che mi sono capitati in questi giorni, prova ad anticipare, e l’analisi viene da fonte autorevole:

Coronavirus, “non torneremo più alla normalità.

Ecco come sarà la vita dopo questa pandemia”: l’analisi del Mit di Boston 

 

Una conseguenza potrebbe essere abituarsi, per la salute, a misure di controllo simili a quelle messe in atto per il terrorismo, per prevenire nuove recrudescenze epidemiche e isolare prontamente i casi sospetti. Il turismo e lo svago, prima o poi, dovrebbero adeguarsi a scenari simili. In fondo le misure antiterrorismo di cui sopra dapprima sembravano intollerabili, facevano presagire chissà quale penalizzazione degli spostamenti e del turismo. Così in pratica non è stato. Adattamento. 

Un’altra, ovvia, vedere profondamente cambiata l’economia, con settori che cresceranno e altri che avranno drammatici crolli. Forse (azzardo) alcuni erano in crisi anche prima, o erano affetti da gigantismo e pretese ingiustificati? Non voglio dire cosa penso delle megacrociere, elettrificate o meno, perché mi espellono da Savona. Indi taccio in proposito. Idem gli ipermercati appiccicati uno all’altro rigonfi di merci superflue. 

In natura vince chi si adatta, appunto. 

 

La crescita del lavoro agile, la sostituzione “a distanza” di molte attività anche ricreative, come le palestre, potrebbe diventare la norma.

Meno spostamenti non necessari, meno inquinamento. 

Potrebbe essere l’occasione per ripensare molto altro, per iniziare a creare un modello diverso, più rispettoso degli equilibri. 

Per mettere pesantemente in crisi il liberismo globalizzato. 

Di quali altre prove abbiamo bisogno? Le zanzare tigre, le cimici asiatiche e altri fenomeni di importazione erano già un pesante segnale che occorressero cautele, prima di turbare gli equilibri. Ora il virus non basta ancora?

Il modello della logistica esasperata dovrebbe essere abbandonato. Dovrebbero intervenire regole, non chiamiamole sovraniste che fa venire in mente retoriche sbagliate, chiamiamole localiste, di praticità e buon senso.  

Ossia: alcune produzioni vitali, per quanto possibile, non vanno delocalizzate. Ogni nazione, per quanto possibile in relazione a clima e condizioni, deve provvedere al proprio sostentamento interno, ed esportare solo le eccedenze. Non devono esistere concetti come quote latte, o limoni biologici argentini (biologici?) che costano molto meno dei nostrani, o altre merci che arrivano da chissà dove mentre potrebbero tranquillamente essere coltivate o prodotte in loco.


Questo si chiama dumping: svendo in modo da ammazzare le produzioni locali, profittando dei grandi numeri, poi mi impadronisco del mercato. Pericolosi giochetti dove caschiamo in nome della “convenienza” senza capire che stiamo uccidendo la nostra stessa comunità.

Per essere ottimista, una volta tanto, erano idee che si stavano già facendo strada nei cosiddetti consumatori. Supermercati come Coop stavano ampiamente correndo ai ripari di fronte alle critiche dei soci. E sta appunto lì, nell’attenzione del consumatore, la leva per operare il cambiamento. 

Regola base, non facciamoci più guidare dall’economia, che è una scienza di pura invenzione (sciagurata) umana, anche quando l’economia va contro la natura e l’equilibrio e il buon senso. Iniziamo a invertire la rotta, a mettere l’economia a servizio e non a divenirne schiavi. 

Ovviamente esiste l’altra faccia della medaglia. Con il tipico pessimismo di quella sinistra che preferisce il fatalismo apocalittico alla sana lotta di un tempo, ecco l’Internazionale: 

  Il coronavirus potrebbe non essere una buona notizia per il clima

Si sostiene che dopo ogni crisi c’è sempre stato un peggioramento per l’ambiente. Per esempio la Cina, per superare la crisi economica e ripartire, potrebbe dare un grande impulso al carbone come combustibile a basso costo. 


Va bene, dico io, ma se esistessero da qualche parte organismi e personaggi illuminati sarebbe ora di ipertassare quel che inquina per renderlo meno conveniente. Il momento dovrebbe renderci più sensibili.  Così, per dire. 

E sempre per navigare sull’onda del pessimismo, anche l’articolo che ho citato all’inizio avverte di un grande rischio insito in questi cambiamenti epocali e stravolgimento dei modelli: che siano, come sempre, i più deboli, poveri e svantaggiati a pagarne le conseguenze.

Non è tutto oro “digitale” quel che luccica. I sommersi potrebbero essere molto più dei salvati.

Però, anche qui, giusto per non terminare in cupezza, molto dipende da noi, no? 

Se vorremo tentare di costruire un mondo più giusto, proprio perché, ripartendo da un punto di crisi, ne esistono le condizioni, potremmo anche farcela, ed estendere una “rivoluzione” mentale e operativa e sociale a più persone possibili, redistribuendo le risorse e le possibilità. Gettando alle ortiche il modello folle da post caduta del muro, che non ha fatto che danni incalcolabili. 

Nessun servizio essenziale, nessun bene primario deve essere soggetto e penalizzato da famigerate riduzioni costi. Almeno questo, imponiamocelo, come proposito di base.

   Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

 

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