Settimanale Anno XVI
Numero 702 del 29 marzo 2020
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La differenza filosofica italiana Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
LA DIFFERENZA FILOSOFICA ITALIANA

 Questo titolo rischia di risultare pleonastico per chi non dubita che si possa parlare di una specificità della filosofia italiana in generale e della filosofia italiana contemporanea in particolare. Risulta invece addirittura insensato per chi ha già provveduto per conto proprio, pregiudizialmente,  a celebrarne funerale e a intonare il De profundis  sul suo feretro accademico. 


Questi presuntuosi nichilisti, forse inconsapevoli di esserlo, che negano non solo l’originalità e il valore della filosofia contemporanea italiana  dopo la morte di Giovanni Gentile ma persino la sua esistenza non si lasciano impressionare dalla folla che  ogni anno si raduna, per esempio, a Sarzana per partecipare al Festival della Mente o a Modena, Carpi e Sassuolo al Festival di Filosofia o a  Civitanova Marche per il Festival di Popsophia, e ovunque i filosofi italiani, e non solo italiani, tengano le loro lezioni aperte a un pubblico attento e vivace. Eppure basterebbe cercare su Internet il significato di  Differenza italiano o di Italian Theory oppure di  Italian Thought per rendersi conto del momento magico che sta vivendo la filosofia italiana soprattutto fuori dai confini nazionali, a partire dal successo mondiale del saggio Empire di Antonio (Toni) Negri e Michael Hardt, edito  nel 2000 dalla Harvard University Press e  tradotto in italiano  nel 2002 per la Rizzoli da Alessandro Pandolfi, con il sottotitolo Il nuovo ordine della globalizzazione.  


Nel 2004 esce La differenza italiana sempre di Antonio Negri, edizioni Nottetempo, in cui il filosofo esiliato prende posizione contro l’essere per la morte di Heidegger e contro il pensiero debole di Vattimo, a cui contrappone la filosofia della prassi e lo storicismo dialettico di Antonio Gramsci, l’operaismo di Mario Tronti e il femminismo di Luisa Muraro. Nel 2010 Einaudi pubblica Il pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana di Roberto Esposito; nel 2012 esce presso il Mulino Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica, di Dario Gentili. Roberto Esposito preferisce parlare di Italian Thought espressione più adatta a coprire un arco temporale che va dal Medioevo ai giorni nostri e nel quale è possibile rintracciare la vocazione pratico-politica ed etica, più che teoretica,  del pensiero italiano e a individuare una genealogia che  dal padre Dante, attraverso il Machiavelli, Giordano Bruno, G. B. Vico, Vincenzo Cuoco, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Mazzini, Gioberti, Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis arriva a Giovanni Gentile, a Benedetto Croce e, infine, a Pier Paolo Pasolini e ai filosofi stessi che si riconoscono attualmente nell’ Italian Thought insieme a Roberto Esposito, come il compianto Remo Bodei, Massimo Cacciari, Giorgio Agamben, Giacomo Marramao, Dario Gentili, Paolo Virno e il sopra ricordato Antonio Negri. 


Come ha spiegato Remo Bodei con la consueta chiarezza in una lezione magistrale tenuta in inglese, nel settembre del 2010 presso la Cornell University di Ithaca, New York e poi pubblicata in italiano nella rivista filosofica “Lo Sguardo” nel 2014: “La filosofia italiana è una filosofia della ragione impura, che tiene conto delle condizioni, imperfezioni e possibilità del mondo. E’ opposta alla ragion pura che è invece interessata all’assoluto, all’immutabile e al rigidamente normativo. D’altronde, la filosofia italiana dà il suo meglio  quando cerca di risolvere problemi nei quali collidono l’universale e il particolare, il logico e l’empirico, il pubblico e il privato…”. Inoltre, questi filosofi, pur rivendicando la loro appartenenza alla storia nazionale, non hanno nulla in comune con il nazionalismo: “La patria può essere sia spaziale/geografica sia temporale/storica. Nell’ultimo caso ci troviamo davanti a un’ulteriore divisione: da una parte, l’esilio riguarda ciascuno di noi, poiché, in qualunque  momento, tutti veniamo inesorabilmente espulsi dal tempo finora vissuto, cioè dal nostro passato. Noi tutti siamo, infatti, emigranti nel tempo, esuli dal nostro passato perché continuamente in transito, passiamo attraverso l’evanescente sentiero del presente, dall’irrecuperabile vita trascorsa verso un futuro ancora sconosciuto.


Dall’altro lato, l’esilio è interiore e riguarda coloro i quali, in tempo di persecuzione, oppressione e profonda crisi sociale, si ritirano nel loro proprio mondo, senza abbandonare materialmente il proprio Paese”. Naturalmente questi filosofi distinguono nettamente il patriottismo dal nazionalismo: un conto, infatti è amare la terra dei padri e la propria tradizione letteraria e filosofica, un altro vantare una superiorità etnica della propria nazione nei confronti delle altre, premessa di conflitti interminabili come ha dimostrato e continua a dimostrare la storia del secolo scorso e del presente. Anche per Roberto Esposito la differenza dell’ Italian Thought rispetto ad altre tradizioni filosofiche consiste nel mettere a tema la vita concreta delle persone e la storia comune e il suo intreccio con il potere politico ed economico; insomma la filosofia italiana è, fin dalle sue origini, estroflessa sul mondo esterno e, seguendo l’indicazione del Machiavelli, ritiene “più conveniente andare dietro alla verità della cosa, che alla imaginazione di essa” (De Pricipatibus, Cap. XV)

  FULVIO SGUERSO

 

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