Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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MMXX: pensare gli anni venti Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
 MMXX: PENSARE GLI ANNI VENTI

 Questo il titolo di un crudo articolo a firma Franco “Bifo” Berardi apparso in questi giorni su un sito oltremodo stimolante: www.not.neroeditions.com, che affronta le minacce epocali del mondo contemporaneo in un’ottica di genuina sinistra.  Nel seguito riporto, e alla fine commento, ampi stralci da questo articolo. [VEDI

 


In pieno clima positivista, con una radiosa visione del futuro, ecco come l’anno 2000 veniva immaginato sul finire dell’800  

 

<Nel prossimo decennio il declino della popolazione dell’emisfero Nord potrebbe trasformarsi in crollo precipitoso. Il blocco sociale ed etnico che corrisponde al Nord colonialista – l’Europa, l’America, il Giappone – non accetta il proprio declino, e reagisce con un movimento etno-nazionalista che riattualizza l’ossessione fascista della difesa della razza bianca minacciata dalla grande sostituzione, e trasforma il mondo bianco in una fortezza assediata. […]

Il discorso suprematista contemporaneo (nella formulazione di Trump e Bolsonaro, ad esempio) non si fonda sulla negazione del cambiamento climatico, come può sembrare, ma su un ragionamento più realistico: otto miliardi di persone non possono convivere sul pianeta Terra nelle condizioni della devastazione ambientale. Si tratta quindi di creare le condizioni tecniche per la sopravvivenza di una parte del genere umano, e quindi di eliminare l’altra parte. Nessun teorico giornalista o politico della destra mondiale si esprime in simili termini, naturalmente. Ma questo è il senso non tanto nascosto del discorso suprematista contemporaneo, che governa ormai quasi tutti i paesi del Nord del mondo. 

 


Il futurismo, come ben rendono questi manifesti, mitizzava la velocità, la tecnica, l’audacia;  e infine la guerra: tutti sentimenti che hanno via via connotato, in forma esplicita il fascismo, e in forma più condizionata dal dubbio, l’attuale tecnofilia  

 

Il paradosso demografico (invecchiamento del Nord contro espansione della popolazione indiana, islamica e africana) ha come conseguenza logica una migrazione gigantesca che i suprematisti definiscono «grande sostituzione». Anche se la cosiddetta grande sostituzione non è l’effetto di un malefico complotto di Soros come delirano i paranoici, non si può negare il delinearsi naturale di questa tendenza, come fa la sinistra antirazzista che non osa pensare che il solo modo di affrontarla è una strategia di redistribuzione della ricchezza per bilanciare gli effetti del colonialismo. In questo vuoto strategico il suprematismo ragiona sempre più apertamente in termini di soluzione finalerespingimento delle migrazioni, eliminazione di una parte maggioritaria della popolazione mondiale. 

Su queste premesse mostruose, letteralmente inimmaginabili, il discorso neoreazionario si fonda e trova una prospettiva di razionalità, per quanto ripugnante. L’inconscio planetario si sintonizza su un contenuto finora rimosso: l’impossibilità della convivenza di miliardi di abitanti nelle condizioni del cambiamento climatico e della stagnazione di lungo periodo. […] 

Circa il 41% della popolazione mondiale di 7,7 miliardi ha meno di 24 anni. In Africa i minori di 15 anni sono il 41%; in Asia e America Latina (due terzi del totale) sono il 25%. Al contrario, in Europa sono solo il 16%; e il 18% è ultra 65enne: il doppio della media globale. […] Ogni mese in India un milione di giovani compie 18 anni r comincia a votare. In Medio Oriente e Nord Africa ca. 27 milioni entrerà in età lavorativa nei prossimi 5 anni. Se i governi non riusciranno a procurare loro lavori stabili e una vita dignitosa, fronteggeranno vaste sommosse. Tutti questi giovani sono arrabbiati. E, a differenza dei loro padri, sono connessi  [VEDI]

L’estinzione è entrata nella sfera percettiva del genere umano nel secondo decennio di questo secolo: la parola impronunciabile è stata pronunciata. Non la ragione politica ma l’inconscio percepisce questa possibilità, questo approssimarsi della fine.
Se incrociamo le previsioni di incremento demografico del sud del pianeta con la riduzione degli spazi abitabili dovuta alla catastrofe ecologica (zone costiere allagate, zone continentali che superano le temperature tollerabili, zone devastate dall’inquinamento tossico) ci rendiamo conto del fatto che grandi migrazioni sono inevitabili. Le grandi migrazioni alimentano guerre, internamento di massa dei poveri da parte dei meno poveri, e sterminio. È quello che già accade nella frontiera mediterranea e in molte altre frontiere della Terra.
   


Foto del Frecciarossa deragliato a 300 km/h

Oggi siamo più portati a vedere i disastri della mentalità otto-novecentesca, visto dov’è andata a parare. L’incessante corsa al superamento dei limiti, in ogni campo, è sfociata in una sudditanza di massa alla tirannide tecnologica e in una miseria diffusa, che molto appropriatamente Diego Fusaro chiama “glebalizzazione

 

Nonostante i patetici appelli («il tempo stringe, restano solo dieci anni…») la catastrofe ecologica non è più reversibile, e neppure contenibile: questo spiega la crescita delle forze politiche che negano il problema. Vince le elezioni soltanto chi si impegna a continuare la devastazione e chi persegue la crescita innanzitutto: crescita vuol dire devastazione, e la parola «sostenibile» è accompagnata da un sorrisetto sardonico.

In Italia, per vincere le elezioni in Emilia Romagna, il candidato democratico ha preteso che il governo nazionale cancellasse una proposta di legge che voleva istituire una tassa sulla plastica con la motivazione che il packaging di plastica è concentrato in Emilia. [VEDI]

Non esistono deniers [negazionisti]: nessuno crede davvero che il cambiamento climatico non esista. Ma la maggioranza pensa che non c’è più niente da fare per fermare l’apocalisse, quindi la sola cosa ragionevole è bunkerizzarsi, e sterminare chi si avvicina al bunker.

Da quando al vertice di Rio de Janeiro del 1992 George Bush senior dichiarò che «il tenore di vita degli americani non è negoziabile», è stata chiara l’alternativa: o l’umanità si libera del popolo americano o il popolo americano si libera del genere umano.>

Potrei proseguire con altri stralci dalla lunga e spietata analisi della drammatica situazione in cui ci troviamo, da quando la pur fragile alleanza con la natura è stata recisa dalla pretesa di sostituirci ad essa ed anzi sopravanzarla. Ho voluto “infiorire” queste pagine con le ingenue illustrazioni di un disegnatore di fine ‘800 che immagina le meraviglie dell’anno 2000. Le vignette dovrebbero purtroppo essere molto più truci, se andiamo a guardare il rovescio della medaglia di tante conquiste della conoscenza e della tecnologia. E anche le “grandi sorti e progressiste” del futurismo si sono rivelate per quello che erano: una sbornia di onnipotenza, che il tempo ha provveduto a portare alle sue estreme conseguenze. 

 


 

Non si vuole vedere lo stretto nesso tra il lusso sfrenato, la povertà estrema e la natura violata. Un nesso che passa per le sale giochi di Wall Street e della finanza predatoria

 

Berardi va dritto al nocciolo del grande dilemma, sinora sottaciuto, dell’incompatibilità di un pianeta con risorse e capacità di smaltimento finite e pretese di crescita infinita. In una sceneggiatura che da anni vado vanamente cercando di portare sul grande schermo, questa contraddizione viene esplicitata nel dialogo finale tra il protagonista, un professore universitario di economia, e un grande banchiere internazionale, quando quest’ultimo lo mette brutalmente di fronte al dilemma: mors tua vita mea per evitare mors mea vita tua. Il banchiere è ben conscio che la decrescita felice, che il professore auspica, esula dalla mentalità neoliberista, ultima metastasi del capitalismo, che prospera solo sulle macerie della Terra e sulla miseria della maggioranza (glebalizzazione, come la chiama Fusaro). Il banchiere è consapevole, peraltro, che questa strada porta verso l’abisso; ma preferisce la “bella” morte, con pingui conti in banca e una vita fastosa.: meglio il proverbiale giorno da leone che cento da pecora. Per lui, l’umanità è diventata il cancro del pianeta, quindi, muoia Sansone con tutti i Filistei. Senza neppure una moderna Arca a garantire la non estinzione dell’umanità.

 


Il coronavirus ha fatto chiudere persino gli stadi, senza mugugni da parte dei tanti tifosi. Solo cause di forza maggiore possono convincere la gente a subire passivamente drastiche limitazioni alla propria libertà. E addurre tali cause è assai facile per i governi: se non ci sono, si creano. In inglese le chiamano false flags.

 

 Neppure la genuina sinistra crede nella decrescita felice, e pensa invece –come Berardi, come papa Francesco- che la “redistribuzione della ricchezza possa bilanciare gli effetti del colonialismo”. Non condivido questa certezza: 1) perché la cessazione del colonialismo comporterebbe troppe rinunce ai viziati figli dei telefonini e di ciò che essi rappresentano: toglietemi tutto, ma non il mio cellulare, la mia auto, i miei abiti usa-e-getta, ecc.; 2) perché penso siamo andati troppo oltre nell’esplosione demografica e nella parallela avanzata delle tecnologie, col suo enorme peso sull’ambiente. Troppi umani e troppo inquinamento pro capite sono un mix micidiale che porta verso gli appostamenti bunkerati cui accenna l’autore. 

La civiltà odierna è come un treno in corsa verso l’annientamento a cui sono stati sabotati i freni; mentre le rotaie impediscono il cambiamento di rotta.

 


Einaudi pubblica questo libro di un uomo divenuto multimiliardario mediante spericolate speculazioni borsistiche e monetarie, fautore di una democrazia sui generis, se non altro insolita per un membro del gotha finanziario: favorisce l’invasione del giovane Sud nel senescente Nord, in controtendenza ai muri e ai respingimenti dietro cui si trincera il Nord del mondo. In sostanza, l’harakiri dell’Occidente e di quel che resta del cristianesimo

 

Infatti, mentre si fanno consessi mondiali sui cambiamenti climatici, prefissandosi peraltro modesti obiettivi, si riscontra sistematicamente il loro non raggiungimento, mentre le previsioni realistiche di crescita dei consumi di combustibili fossili si spingono fino al 2050, [VEDI] quasi avessimo ancora decenni a disposizione per riparare ai guasti commessi, che personaggi come Trump e il presidente brasiliano Bolsonaro, si vantano di voler perpetuare; poco importa che il mondo letteralmente bruci, dalla California al Brasile, dalla Siberia all’Australia. 

Marco Giacinto Pellifroni   1 marzo 2020

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