Settimanale Anno XVI
Numero 702 del 29 marzo 2020
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Intelligenza artificiale, cecità mentale Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
 INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CECITÁ MENTALE

 Sembra proprio che, più cediamo capacità di calcolo ad organismi non umani, più tali cessioni avvengano a detrimento delle nostre stesse facoltà mentali: qualcosa di simile alla perdita della spiritualità all’affermarsi del materialismo, come verificatosi con il passaggio dal Medio Evo al Rinascimento e poi da questo all’industrializzazione degli ultimi tre secoli, in progressiva, anzi ossessiva, accelerazione.

Tra le più grandi cecità della storia umana è da annoverarsi quella del globalismo

Per la verità il globalismo è la versione aggiornata al terzo millennio della pretesa di dominare il mondo, comune a tutti gli imperi della storia. Se in passato la conquista avveniva con la forza delle armi, oggi si procede per via finanziaria, con una nazione dominante che piega la resistenza degli avversari mediante sanzioni economiche, nella certezza che non ci siano possibilità di ritorsioni in senso contrario.

 


Uno degli innumerevoli megastore di Amazon disseminati nel mondo. In essi si aggirano, in virtuale fusione, i moderni ircocervi uomini-robot

 

Globalismo non è soltanto questo. L’antica velleità di annettere politicamente le terre di conquista è stata sostituita, in un mondo capitalista, dall’imposizione di un mercato unico, nel quale si possa scegliere dove e che cosa sia più conveniente produrre. A tal fine, inseguendo le località che offrono al minor costo materie prime e manodopera, nonché norme ambientali molto accomodanti, s’è venuta creando una fabbrica mondiale diffusa, senza distinzione di confini. Al più si può individuare un’area a maggior intensità produttiva, con baricentro in Cina, ma allargata ad India ed estremo Oriente. A valle di questa fabbrica globale non poteva mancare anche un negozio mondiale: Amazon, l’ammazza commercio al minuto. 

Su queste basi, ogni oggetto finito s’è venuto scomponendo nelle sue varie parti, ciascuna delle quali viene prodotta nell’area geografica più congrua, ossia più a buon mercato. Questo sistema permette al committente di tenere i vari produttori sotto la costante minaccia di cambiare fornitore con la massima disinvoltura, precarizzando così tutto il mondo del lavoro e gli stessi Stati ospitanti le fabbriche. Insomma, accentramento decisionale, decentramento produttivo e commerciale: la messa in pratica del principio guida del Nuovo Ordine Mondiale, che piace tanto, oltre che al capitale, ai suoi moderni lacchè: PD, LeU, +Europa & compagni. Graficamente, una piramide appuntita verticalmente, che svetta su una pianura brulicante della nuova etnia umano-robotica. 

Sembrava una, sia pur impietosa, grande astuzia; ma la precarietà che il capitale si era illuso di confinare sul versante della produzione, sta dimostrando di poter cambiare verso. Basta infatti che un evento imprevisto blocchi anche soltanto la produzione di un componente, e l’intera filiera produttiva s’inceppa.

Oggi, l’inopinata comparsa di un nuovo virus, contro il quale gli attuali farmaci sono impotenti, ha fatto emergere la drammatica fragilità del “mondo unificato”. 

 


Il riscaldamento globale figura tra le tante “diseconomie esterne” dell’attuale stile di vita, con l’avanzata dei deserti e lo scioglimento dei ghiacci. Quest’ultimo fenomeno nasconde anche il rilascio di antichi virus, congelati da almeno 15.000 anni [VEDI]

 

Si stanno così riscoprendo le funzioni di quei confini che i sovranisti hanno sinora vanamente invocati a difesa dei propri territori, incontrando gli anatemi dei buonisti di sinistra, o presunta tale. Buonisti che non si arrendono neppure all’ormai acclarata idiozia di lasciare libero ingresso a persone e merci, pianificando l’abrogazione del decreto sicurezza varato dall’odiato Salvini, già bersaglio di accuse deliranti, come quella di sequestro di persona. Riflessione: non ho diplomi legali, ma il buon senso suggerisce che sequestrare qualcuno implica impedirgli la fuga, mentre le varie navi ONG erano libere di lasciare i porti di attracco e far meta verso quelli di originaria destinazione. Ma la Terra Promessa era l’Italia; e lì volevano approdare. Sarebbe come se uno sconosciuto si mettesse in testa di entrare in casa mia, pur indesiderato. E il magistrato di turno mi accusasse di averlo sequestrato! 

Vediamo ora di tornare alle considerazioni iniziali sul parallelo tra la crescente intelligenza delle macchine e il declino della sagacia umana. 

Cominciamo con qualche esempio elementare: la mano perde la fluidità della scrittura a penna man mano che la si sostituisce coi tasti, dapprima della macchina da scrivere, e poi del computer. O quando si perde la capacità di fare anche le più semplici operazioni aritmetiche col cederle, dapprima al regolo e poi al calcolatore. E così via in tutte le operazioni effettuate con una macchina anziché manualmente.

Con processi analoghi l’accrescimento della conoscenza ci costringe a restringere sempre più i campi di interesse nel chiuso delle specializzazioni, perdendo di vista la realtà d’insieme. Oggi il mondo è pieno di specialisti, ciascuno dei quali ignora ciò che sanno tutti gli altri, e finisce col saper quasi tutto di quasi niente.

È questa che io chiamo cecità mentale, perché la separazione reciproca delle varie conoscenze, il “paraocchi”, porta all’incapacità di sintesi, possibile solo a chi abbraccia un vasto orizzonte. Orizzonte che sembra essere ormai appannaggio esclusivo dei computer. Ma questo significa affidare decisioni che comportano interconnessioni conoscitive ed operative a fredde macchine prive di sentimenti umani, incapaci di optare per eventuali deroghe in caso di impellenti necessità o di decisioni basate su considerazioni affettive o morali; insomma, ferraglie prive di umano discernimento.

 

Meditazioni etico-religiose sull’eccesso di conoscenza

Quanto sinora detto mi consente una deviazione verso il nocciolo del dilemma della conoscenza, ben rappresentato dal biblico racconto della caduta di Adamo ed Eva, che agli smagati occhi odierni può sembrare un’ingenua allegoria, mentre racchiude un insegnamento profondo e quanto mai attuale.

 


Adamo ed Eva nell’Eden primigenio. Per restare nell’allegoria, oggi l’umanità fa scorpacciate di mele proibite, in una inondazione informatica che offusca il discernimento tra bene e male, pubblico e privato

 

La vita nell’Eden di Adamo ed Eva precludeva il peccato, in quanto il male era loro ignoto. La facoltà di distinguerlo dal bene era riservata a Dio; e pensare di condividerla significava volersi ergere al suo livello. Quindi era loro proibito cogliere i frutti dell’albero della conoscenza. Infrangere questo divieto equivaleva alla loro condanna a morte.

Ma cos’è la morte, in questo contesto? È quella che noi chiamiamo vita, la caduca esistenza terrena, associata al corpo, che ci è stata inflitta dopo la caduta. Mentre per Dio, la vita è quella eterna, riservata all’anima. 

Da quanto detto sorgono alcuni interrogativi: la vita nell’Eden, dove è impossibile peccare (cioè fare il male), tranne qualora si colga il frutto proibito, è paragonabile a quella degli animali, che seguono gli impulsi naturali (“istinti”) e non deviano mai da essi: in sostanza, non possono peccare. Quindi, è proprio la caduta dall’Eden sulla Terra a conferire all’uomo le sue qualità distintive da quelle degli animali, a renderlo passibile di peccato e quindi di condanna, dopo che l’anima avrà lasciato il corpo. Se oggi l’uomo irride alle punizioni post mortem, se n’è creata lui stesso la versione terrena, che puntigliosamente persegue con l’accrescimento esponenziale della conoscenza, cogliendo allegoricamente sempre più frutti proibiti, rendendo il mondo ogni giorno più inospitale ed ostile.

 


L’inferno in Terra e quello post mortem dei dipinti medievali

 

Per paradosso, più ordine (conoscenza) si crea in un luogo e più aumenta il disordine altrove, secondo la legge dell’entropia. L’ultima illusione è quella di poter accrescere i consumi grazie alle energie alternative; mentre è solo diminuendoli che si può sperare di sopravvivere.

Oggi il delirio di onnipotenza, ben ravvisabile nelle grandi corporation senz’anima, calpesta cinicamente ogni principio etico, in nome di un nuovo monoteismo, laico: il profitto. Profitto insensibile alle “diseconomie esterne”(inquinamento) e inversamente proporzionale alla sicurezza. Si fabbricano macchine sempre più complesse, cioè ad alti contenuti di cono-scienza, mentre si invocano criteri di sicurezza via via più stringenti: un ossimoro, se osservato attraverso la lente del profitto.

 


Un’auto Tesla: iperbolico concentrato di tecnologia, e quindi di complessità e delicatezza.

Quanti Gigabyte di informazione vi sono incorporati? Byte, costi ed entropia procedono di conserva

 

Di questa aporia avevo già parlato a proposito di inquinamento [VEDI], constatando che “non inquinare costa troppo”: curiosamente, uno dei miei articoli meno visualizzati, forse indice della scarsa sensibilità ecologica, pur nel 2015.

Oggi navighiamo tutti in un mare di informazioni, che accrescono il nostro bagaglio di conoscenza: sappiamo troppo, ma riusciamo sempre meno a discernere il vero dal falso, l’utile dal superfluo, il salubre dal nocivo. Più notizie riceviamo e meno ci sembra di avvicinarci alla verità, alla “cosa in sé”, ammesso che esista, Abbiamo affidato ad una intelligenza da noi creata il compito di “capire”, orbandoci della facoltà di “intuire”. Più aggeggi intelligenti maneggiamo, più ignoranti ci sentiamo.

 

 Marco Giacinto Pellifroni  16 febbraio 2020

 

 

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