Settimanale Anno XVI
Numero 716 del 5 LUGLIO 2020
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A proposito dell'antisemitismo in Italia Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
A PROPOSITO DELL’ANTISEMITISMO IN ITALIA

 L’estrema destra italiana non crede di doversi assumere qualche responsabilità riguardo alle sempre più frequenti manifestazioni di antisemitismo e di razzismo che avvengono nel nostro Paese e non crede nemmeno che oggi l’odio antisemita e razzista sia un’emergenza malgrado gli atti di vandalismo che, negli ultimi tempi, anche in Italia oltre che in Germania e in Francia (per non parlare degli Stati Uniti dove alligna tuttora il suprematismo bianco) colpiscano ormai quasi ogni giorno le tracce e i simboli di un passato che, al netto delle teorie negazioniste vecchie enuove, non passa, e non passerà fintanto che durerà la memoria del male commesso da uomini nei confronti di altri uomini la cui colpa era solo quella di essere nati. 


 Per l’estrema destra italiana sovranista e populista la responsabilità dell’accanimento contro targhe commemorative della deportazione degli ebrei, contro lapidi che ricordano le vittime delle leggi razziali e i  monumenti (da monere “ricordare”) in memoria della Shoah, contro le pietre d’inciampo (cfr. Lettera ai Romani 9, 32-33), in tedesco Stolperstein -  cioè le targhette quadrate rivestite di ottone lucente ideate dall’artista berlinese Gunter Demnig, installate davanti a case di deportati nei campi di sterminio nazisti e recanti il nome, l’anno di nascita, la data e il luogo della deportazione e la data di morte - prese a martellate con una furia iconoclastica degna del fanatismo talebano, ma anche contro scuole, come recentemente è accaduto a Pomezia, e persino contro una sede degli Scout, a Noto (Siracusa),  non  ricade su chi fomenta l’odio razziale contro i “diversi”, siano essi ebrei, musulmani, negri, omosessuali o zingari, ma tutt’al più su qualche esaltato ultrà da stadio in vena di bravate  se non addirittura sui “compagni” dei centri sociali e sugli ambienti filopalestinesi e antisionisti  dell’ area antagonista e antisistema. Purtroppo (ovviamente per l’estrema destra italiana) questa tesi di comodo non regge più di fronte al salto di qualità dei gruppi di azione neofascisti e neonazisti che ormai non si limitano solo a imbrattare targhe e a distruggere lapidi o a insultare e minacciare via social  la senatrice a vita Liliana Segre e  giornalisti ebrei come Gad Lerner o impegnati a denunciare il riemergere del fiume carsico nero di quel fascismo eterno così ben descritto da Umberto Eco - che ci si illudeva fosse scomparso per sempre dalla storia e quindi dalla cronaca - come  Paolo Berizzi, inviato speciale del quotidiano “La Repubblica”, costretto a vivere sotto scorta per le minacce di morte ricevute,  o  politici particolarmente odiati come Laura Boldrini ed Emanuele Fiano, ma ora osano prendere di mira anche case private dove abitano ebrei (o presunti tali)  o vecchi partigiani o i loro figli. Solo chi è ignaro di storia, o in malafede, può derubricare questi diffusi atti intimidatori ad personam a gesti isolati di qualche paranoico affetto da mania di persecuzione:

23 gennaio 2020 – La porta della casa di Aldo Rolfi a Mondovì, figlio di Lidia Beccaria Rolfi, resistente antifascista e scrittrice deportata nel Lager femminile di  Ravensbruck e autrice con Anna Maria Bruzzone di Le donne di RavensbruckTestimonianze di deportate politiche italiane (Einaudi, 1978) è stata imbrattata con la scritta “Juden hier” (Qui ebrei)  senza nemmeno tener conto del fatto che la famiglia Rolfi non  è ebrea ma “solo” antifascista (a conferma del detto che ne uccide più l’ignoranza della spada).


27 gennaio 2020 (Giorno della memoria) – Torino. Maria Biglini, 65 anni, residente in Corso Casale, figlia di una staffetta partigiana, ha trovato sul muro del suo pianerottolo la scritta “Muori sporca ebrea”.

30 gennaio 2020  - Torino. La figlia di un partigiano e attivista dell’ANPI del quartiere di Vanchiglia ha trovato affissa vicino al proprio campanello la scritta “Sieg Heil rauss guth” affiancata da una svastica e da una croce celtica. Da segnalare in questo blitz la grafica e la simbologia utilizzate. Nella parola “rauss” (fuori) scritta erroneamente con due esse con riferimento alle SS, la lettera  ha la forma di una runa, l’Agaz, adottata, appunto,  dalle SS che alludevano con quel simbolo alla loro appartenenza alla razza ariana.

 

7 febbraio 2020 – San Daniele (Udine). E’ stata disegnata una svastica sulla casa di Arianna Szorény, prelevata nel 1944 con la sua famiglia e deportate ad Auschwitz-Birkenau.

9 febbraio 2020 – Torino. Anche sulla porta di casa di Marcello Segre, 57 anni, impegnato nel volontariato torinese, è comparsa la stella di David  e l’appellativo Jude usato dai nazisti per identificare le abitazioni degli ebrei.


Ce n’è abbastanza per giustificare l’espressione “L’odio è oggi un’emergenza” usata dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Prevengo la solita obiezione-precisazione messa in campo dall’estrema destra: l’odio non è prerogativa di una sola parte politica, anzi, se consideriamo gli insulti e le minacce anche di morte che arrivano dai social , e non solo, alla battagliera leader sovranista di Fratelli d’Italia e contro il “Capitano” leghista e populista ( rappresentato a testa in giù da certi graffitari poco o per niente evangelici) che non nasconde di mirare ai pieni poteri, si direbbe che gli odiatori appartengano piuttosto all’area antagonista e anarchica che non a quella della cosiddetta galassia nera neonazista o dei bravi ragazzi di Casa Pound e di Forza Nuova. Sta di fatto che l’unico fine certo di questi iconoclasti emuli dei talebani o dei miliziani dell’Isis è quello di seminare e coltivare l’odio contro gli ebrei e contro tutti i diversi nel cuore stesso della comunità civile  che si riconosce nei valori costituzionali della liberaldemocrazia nata dalla Resistenza contro il nazifascismo. Non è detto che i seminatori di odio antisemita e razzista siano consapevoli di quello che fanno e del fine ultimo delle loro azioni, anzi, è probabile che siano strumenti ciechi dei nemici della convivenza civile nella libertà e nella pace, quindi di chi ha perso la guerra contro gli Angloamericani e contro l’Unione Sovietica.

Dubito, infatti, che gli esecutori materiali, per esempio, della scritta “ANNA FRANK BRUCIA” abbiano mai letto il suo Diario Se questo è un uomo di Primo Levi o Educare all’odio: “La difesa della razza” di Valentina Pisanty; chissà che cosa hanno letto, di quali materiali di propaganda si sono nutriti, che cosa hanno imparato in una scuola dove insegnano, o hanno insegnato, anche docenti simpatizzanti di Casa Pound e dediti a riscrivere la storia della Resistenza dalla parte dei vinti, cioè dei nazifascisti. Certo è che la presenza stessa di questi odiatori della Costituzione liberale e democratica della nostra Repubblica nata dalla guerra di Liberazione è un sintomo evidente del fallimento, salvo le encomiabili eccezioni,  del sistema scolastico e formativo nazionale nel suo complesso, oltre che di una classe politica solo intenta a conservare se stessa   e manifestamente inadeguata alla sua propria funzione dirigente con le conseguenze negative che questo comporta, prima di tutte la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni repubblicane e, a cascata,  la diseducazione civica e civile del tanto evocato  ma poco amato “popolo sovrano” (se i populisti sovranisti amassero veramente come dicono  il popolo sovrano non lo vezzeggerebbero con promesse irrealistiche, non lo spaventerebbero più di quanto già non sia spaventato parlando di invasione e di difesa dei sacri confini della nostra patria minacciata dai flussi migratori, non gli liscerebbero il pelo   con slogan demagogici sul primato degli italiani).


Quale primato può vantare un popolo la cui memoria storica rimane divisa tra fascisti e antifascisti e che continua a usare, per esempio, la memoria dei morti nelle foibe contro la memoria  dei morti nei Lager nazisti? Eppure proprio questo succede ogni anno in occasione del “Giorno del ricordo” (10 febbraio) dedicato alla commemorazione degli italiani prelevati dalle loro case, torturati e gettati , vivi o morti che fossero, in quei profondi anfratti  del Carso. Evidentemente le chiare parole  di condanna del lungo e colpevole oblio che avvolse  quel massacro di italiani pronunciate dal Presidente Mattarella - come già dal Presidente emerito Giorgio Napolitano -  (“Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo…”) non bastano a riconciliare la memoria divisa delle popolazioni istriane, giuliane  e dalmate costrette a lasciare la  loro terra e a emigrare in Italia alla fine della seconda guerra mondiale e di quegli italiani per i quali il maresciallo Tito era ancora il leggendario partigiano combattente contro gli occupanti nazifascisti e i feroci ustascia croati del collaborazionista  Ante Pavelic. E’ questa una di quelle circostanze in cui la destra estrema sovranista e populista dà il meglio - o il peggio, secondo il punto di vista - di sé: contrapporre il Giorno del Ricordo al Giorno della Memoria a fini di propaganda politica contro la sinistra in generale, contro l’Anpi e il Partito democratico in particolare (aiutata in questo dagli odiosi, oltre che sconsiderati e demenziali, atti vandalici contro le lapidi in ricordo delle foibe speculari a quelli contro le lapidi in ricordo  dei caduti partigiani e della Shoah)  significa veramente svilire una tragedia come quella delle foibe e degli esuli istriani ad argomento spendibile nella polemica politica quotidiana tra la destra nazionalista del “prima gli italiani” e una sinistra che deve ancora oggi farsi perdonare il lungo silenzio sui crimini dei partigiani titini  (e non solo titini). Ma è questo il modo corretto di trattare un capitolo così tragico e troppo a lungo rimosso della storia patria?  Secondo lo storico Enzo Collotti assolutamente no: “Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, Il Movimento Sociale (Msi) un tempo  e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica  agli anni peggiori dello scontro nazionalistico e della guerra fredda.


I profughi dell’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile) ma come ci ha esortato a fare Guido Crainz (in un prezioso libretto, Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bisogna saper guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa”. Cioè proprio quello che gli estremisti di destra italiani eredi del Movimento Sociale si guardano bene dal mettere in atto solo intenti a recriminare per il poco spazio riservato dai media nazionali alla tragedia delle foibe e all’esodo delle popolazioni giuliane, istriane e dalmate rispetto alla copertura mediatica di cui beneficia il Giorno della Memoria delle vittime della Shoah. Questi patrioti sovranisti e populisti trattano strumentalmente la tragedia delle foibe astraendola dal contesto  di una guerra che non era cominciata nel 1943, quando i partigiani comunisti di Tito  riconquistarono, in seguito al crollo del Regio Esercito Italiano dopo l’armistizio dell’8 settembre e il ritiro dei tedeschi da Pola e da Fiume, i territori occupati dagli italiani e ci furono i primi processi e le prime esecuzioni sommarie di fascisti o non fascisti, non solo per vendetta ma nella prospettiva della costruzione di uno Stato comunista jugoslavo.

Strano che questi estremisti di destra sovranisti e populisti - tra i quali milita inopinatamente qualche docente di filosofia in pensione che, in spregio della deontologia professionale, sacrifica sull’altare della propaganda anticomunista la completezza della ricostruzione storica - ignorino che per capire quello che è successo tra il 1943 e il 1945 bisogna risalire all’aprile del 1941 quando l’allora Regno di Jugoslavia venne invaso dalle truppe tedesche e italiane e dai loro alleati ungheresi e bulgari. Dopo la resa del suo debole esercito regio la Jugoslavia fu smembrata e una parte dei suoi territori fu annessa agli stati invasori, tra i quali l’Italia, che si insediò in  parte della Slovenia, occupò parte della Croazia nord-occidentale, che venne annessa alla provincia di Fiume, una parte della Dalmazia e le Bocche di Cattaro. In Slovenia fu costituita la Provincia di Lubiana dove, fallito il tentativo di instaurare un regime di occupazione rispettoso dell’autonomia della popolazione locale, emerse in breve tempo un movimento di resistenza armata antifascista. La repressione italiana fu spietata e in molti casi furono commessi crimini di guerra con devastazione di villaggi e rappresaglie contro la popolazione civile. Del resto, per documentarsi sui crimini di guerra commessi dagli italiani in Jugoslavia basta leggere le circolari emanate dal generale Mario Roatta (1887 – 1968)  e le sue disposizioni riguardo alla repressione della resistenza dei patrioti serbi e dei partigiani comunisti, in tutto simili a quelle impartite dai comandi tedeschi. E questo forse spiega, in parte, il lungo silenzio sulla tragedia delle foibe: sarebbe stato improvvido per l’Italia denunciare i crimini commessi contro gli italiani quando anche la Jugoslavia poteva denunciare i crimini commessi dagli italiani contro la popolazione civile dei territori occupati. Ma sui crimini di guerra degli italiani l’estrema destra sovranista e populista evidentemente non ha niente da dire.

 FULVIO SGUERSO

 

 

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