GLI AFORISMI DI MAURO COSMAI
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 660 del 21 aprile  2019
Tel. 346 8046218
La storia dello spread è un bluff Stampa E-mail
Scritto da PAOLO BECCHI e GIOVANNI ZIBORDI Libero   

 

La storia dello spread è un bluff

Perché sullo spread non ce la contano giusta

A differenza del 201, la crisi attuale non deve preoccupare.

I rendimenti dei titoli di Stato italiani sono sostenibili: lo prova il basso costo dei mutui. Il divario con i Bund tedeschi è dovuto solo al fatto che questi ultimi offrono interessi sottozero

 

Perché a differenza della crisi dello spread del 2011 con Berlusconi e Monti, lo spread oggi è un bluff? È quello che cercheremo ora di spiegare.

Lo spread è una differenza tra Italia e Germania nel rendimento dei titoli di Stato, ma l’anomalia è più sul lato dei tedeschi che sul nostro.

Mettiamola in termini semplici: se in Germania i tassi sono al 3% e in Italia al 6% oppure se in Germania sono a 0% e in Italia al 3% lo “spread” è sempre del 3%, cioè “300 punti”, ma è la stessa

cosa? Ovviamente no. 

Nel primo caso l’Italia paga troppo, nel secondo caso la Germania paga troppo poco.

Questo è più o meno quello che succede ora con Di Maio e Salvini. Ma la colpa non è nostra bensì della Germania che paga troppo poco.

In Germania oggi chi compra titoli a breve scadenza riceve meno di zero, cioè deve lui pagare lo Stato per averli, e chi vuole titoli a dieci anni riceve al massimo "(...) lo 0,3%. L’inflazione in Germania è però più alta che in Italia, al momento è il 2,2%, per cui il “povero” tedesco perde un 2,5% l’anno in termini reali se compra titoli a breve scadenza e un 2% se compra quelli più rischiosi a dieci anni.

In Italia chi compra titoli di stato riceve intorno all’1% (per i Bot e CCT ad esempio tra uno e due anni) e il 3,3% per i Btp a dieci anni. Questi sono tassi abbastanza bassi, specie se si considera l’inflazione. L’inflazione in Italia è risalita da meno di 1% un anno fa all’1,7% (ultimo dato) per cui chi compra titoli a breve scadenza o tasso variabile come CCT e Bot non la recupera ancora e chi cerca titoli a dieci anni (che possono oscillare però di prezzo) ottiene un 1,5% circa di rendimento reale. Questi sono rendimenti più normali, non c’è niente di eccessivo, non sono tassi che indicano default.

Nel 2011 la famosa crisi dello spread di Berlusconi che era andata oltre “400 punti” era dovuta invece a tassi al 6-7% in Italia e al 2% in Germania.

Facciamo un po’ di storia. Prima della crisi finanziaria globale del 2008 non si sapeva cosa fosse lo spread, nel senso che i tassi di interesse in tutta Europa erano uguali. Niente spread! Si trattava di un’anomalia indotta dall’euro: una costruzione artificiale che distorce sia i tassi di cambio che i tassi di interesse forzandoli a essere uguali tra economie diverse. Peccato che questa forzatura artificiale ogni tanto esploda di colpo! Nel 2007 quasi tutta l’Europa aveva tassi di interesse sul debito pubblico dal 3% in su, come quelli dell’Italia di oggi che sembrano un gran disastro (e l’inflazione era appena più alta di oggi). Prima della crisi del 2008 era normale anche in Italia pagare tra il 4 e il 5% sui titoli di Stato (e aggiungiamo, anche sui mutui per la casa). Oggi un mutuo a tasso fisso a venti anni costa intorno 2% e un Btp a 10 anni costa sul 3,3%. Rendimenti bassi, sia rispetto alla storia precedente che a quello che succede nel resto del mondo, dove, ad esempio in America, i tassi sui titoli a dieci anni sono sul 3,3% e i mutui per la casa tra il 4 e il 4,5%.

 

 

Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

 

"COMPRARE CASA A ROMA, PARIGI, MADRID"

"Torniamo all’attualità. I giornaloni oggi non si stancano di ripetere che lo ”spread a 300” è un problema perché i mutui salgono. Bene, lo spread è schizzato su a 300 punti (perché i Btp sono franati) a giugno scorso. Dopo ha oscillato intorno a 300 per cui sono passati quasi sei mesi e si dovrebbe quindi vedere un rincaro dei mutui in Italia. Peccato che invece restino in media (per un tasso fisso) intorno al 2% (massimo 2,2%), che è uno dei livelli più bassi della storia. Si dirà che nel resto d’Europa, dove lo spread è rimasto basso, pagano meno di noi. Anche questo non è vero: ad esempio in" "Spagna con spread di 120 punti solamente, i mutui costano come da noi, tra 1,9% e 2,1%, e in Francia con spread ancora più basso costano tra 1,8 e 1,9%. Persino in Germania i mutui a tasso fisso costano sull’1,7% per cui a dispetto dei 300 punti di spread la differenza tra mutui italiani e tedeschi è di circa 30 punti (cioè 2% da noi e 1,7% da loro).

In Germania lo Stato però è così virtuoso che ogni volta che vende titoli di Stato guadagna in termini reali un 2% l’anno. Il Pil e quindi le tasse che incassa, aumentano del 2% l’anno solo grazie all’inflazione e lo Stato però può pagare zero di interessi (zero!) per cui guadagna a indebitarsi! Lo Stato italiano invece paga circa 1% per titoli a breve come Bot e CCt, cioè appena sotto l’inflazione (ora 1,7%). Qui gli va ancora bene. Deve però pagare, “causa Salvini e Di Maio”, un rendimento reale del 1,5% su quelli a lunga scadenza (Btp a dieci anni). Come tutti sanno, nella storia dell’umanità il debito ha quasi sempre dato un rendimento, altri- menti nessuno lo vuole comprare. L’anomalia è che ora governi come quello tedesco (o austriaco o olandese) possono pagare zero nonostante una inflazione intorno al 2% e quindi facciano perdere il 2% l’anno ai loro disgraziati risparmiatori. 

Sono i tedeschi in torto non noi.

C’è una ragione per questa anomalia? Sicuro, i 2.600 miliardi di euro, che la Bce dal 2015 ha creato dal niente per comprare titoli di Stato e per finanziare le banche che ne comprassero, sono passati quasi inosservati perché sono denaro creato solo per il mercato finanziario, non per comprare beni e servizi, denaro usato solo per manipolare i tassi di interesse e le quotazioni dei titoli. La verità è quindi che i tassi di interesse, nella zona euro, non li ha decisi il mercato, ma la Banca Centrale Europea. Nel 2017 ad esempio la Bce è arrivata a comprare 800 miliardi di titoli, quando gli Stati della Ue ne emettevano (si indebitavano) solo per 200 miliardi l’anno. Non occorre un master per capire che se sei l’unico compratore sul mercato e tutti gli altri (banche, fondi, pubblico) invece vendono a te il prezzo lo fai tu. Cioè il   rezzo - ripetiamo - non lo fa il mercato ma la Bce.

 

I COMPRATORI NON MANCANO

Riassumiamo: tutto questo allarmismo sullo “spread a 300” nasconde il fatto che i nostri tassi di interesse in realtà sono del tutto normali, variano tra 1% e il 3,3% (a seconda delle scadenze) con inflazione all’1,7% cioè ripagano più o meno dell’inflazione. Perché ora dovrebbero rovinare lo Stato italiano? Il costo addizionale del rialzo dei tassi da inizio anno è stimato sui 6 miliardi l’anno, su una spesa pubblica di 800 miliardi e rotti.

Nei talk show si sente blaterare che lo Stato italiano sta perdendo la fiducia degli investitori, che non ripagherà i Btp quando scadono e quindi alle prossime aste questi resteranno invenduti. Questo è ridicolo. Lo Stato italiano incassa 760 miliardi circa di tasse e deve finanziare solo 45 miliardi circa di deficit. Parliamo di trovare compratori per 45 mld l’anno. Ora, nel mondo il debito pubblico è di 70 mila miliardi e se si aggiungono i bonds delle società sul mercato arriviamo a 110 mila miliardi di titoli sul mercato. Molti di questi titoli sono di Stati in deficit cronico sull’estero o società che per- dono soldi e molti hanno rating più basso dell’Italia. Ma trovano quasi tutti compratori! Perché non dovrebbe trovare compratori lo Stato italiano per 45 miliardi l’anno su cui offre un rendimento buono, migliore degli altri Stati Ue che offrono rendi- menti negativi?

La situazione in Italia non è però buona, anzi non lo è per niente. Ma non lo è per i giovani, per chi ha una impresa e per molti lavoratori autonomi e dipendenti. I giovani continuano a emigrare e la natalità è crollata a 350mila nati l’anno per gli italiani “autoctoni” che, con 640mila decessi l’anno si riducono al ritmo di quasi 300mila l’anno. Questi sono i problemi della nostra decrescita infelice. L’unico problema di cui non preoccuparsi è invece il fantomatico deficit e chi ci comprerà i Btp.

 

PAOLO BECCHI e GIOVANNI ZIBORDI  Libero

 

 

 

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