TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 672 del 14  luglio  2019
Tel. 346 8046218
Cinema: il cavaliere pallido Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Il cavaliere pallido

 Il cavaliere pallido, di Clint Eastwood, con Michael Moriarty, Clint Eastwood, USA, 1985, genere western, 113 minuti.

 Il film è la  narrazione epica delle vicende di uno straniero solitario, bello e buono, molto bravo con la pistola, coraggioso e giusto, disposto a battersi per i suoi principi incarnando un personaggio la cui finzione costruita ad arte, crea una identificazione tenace tra lo spettatore e la star, con risvolti via via di approvazione etica per come la star stessa affronta le situazioni più annodate in cui occorre fare scelte di coscienza. 

Il film. Un uomo arriva da un altrove misterioso richiamato dall'inconscio stesso dello spettatore, che paga il biglietto per soddisfare, dopo una serie di contrasti vivificanti, istanze immaginifiche e simboliche che lo riguardano più da vicino. L'uomo straniero invita lo spettatore ad entrare nel cielo della mitologia, apertasi con la trance, che è uno stato  psichico suscitato dalla sala buia, attraversata da una luce multicolore, suggestiva, magnetizzante, vissuta, grazie alla finzione che ha spodestato la realtà, come proiezione di una lanterna magica significante. 

Un uomo arriva dal mistero per aiutare i minatori vessati dal ricco cinico, cattivo e perverso padrone. 

Un western che ha tra i protagonisti la scenografia e la seduzione. Di quest'ultima, per quanto riguarda i modi più ammiccanti, la sceneggiatura non butta via niente del passato cinematografico sul genere, amalgamando lo spirito di Sergio Leone, amante dei contrasti netti tra i personaggi, con le atmosfere più meditative e sfumate volute da Clint Eastwood. Quest'ultimo rispetto a Sergio Leone aggiunge un ritocco: che potenzia le emozioni da attesa, ossia prepara al meglio i duelli: passando dalla liturgia della confessione preduello di Leone, al culto della rinascita etica e della speranza preannunciate come posta in gioco del duello, sublimamente incarnate dal vincitore: quello che rimane in vita. 

    Biagio Giordano 

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