TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 664 del 19 maggio  2019
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Le criticità del bel paese: ultima fermata... Stampa E-mail
Scritto da BRUNO SPAGNOLETTI   
LE CRITICITA’ DEL BELPAESE:
ULTIMA FERMATA PRIMA DEL CAPOLINEA?

 In un Paese in perenne polemica elettorale, sembra che gli indicatori strutturali economici, sociologici e della coesione sociale, interessino una cerchia, sempre più ristretta, di aficionados rosiconi e, forse anche, un pochino attratti dalla sventurata Cassandra.

Meglio scontrarsi su emergenze mediatiche, facili polemiche fini a se stesse, rilanciare riti da bar, inventare scoop a ripetizione, pubblicare intercettazioni da gossip, mentre l’economia (e le sue ricadute sulla condizione materiale delle Persone), quasi sparisce dall’agenda e dalla narrazione politica del Belpaese. Cosi è nell’età in cui conta assai più apparire che essere!

In verità – sino a oggi - ci ha salvato un doppio stellone: da un lato la fortunata coincidenza delle politiche monetarie di Draghi; miracoli che continueranno ancora a sostenerci per qualche mese con il cosiddetto Qe (Quantitative Easing) e, dall’altro, che Chi Governa i Mercati Finanziari stia attraversando un periodo voluto di bonaccia, in attesa della conclusione delle competizioni elettorali in Europa e dello scontro in atto tra europeisti e populisti sui destini e sulla nuova identità dell’UE.

In buona sostanza, aspettano i risultati delle Elezioni Politiche in Francia, Regno Unito e Germania, prima di ritenere terminato l’armistizio e avviare le grandi strategie speculative (nel senso corretto del termine di riprendersi il guadagno degli investimenti finanziari realizzati).

Si sussurra che in autunno potrebbe toccare all’Italia; si dice che potremmo ritornare al centro della nuova bufera come nel 2011 e che siano pronti a presentarci il Conto salatissimo delle nostre pigrizie.

I guai del nostro Paese, infatti, dipendono più da noi e dalla nostra incapacità di mettere a posto il bilancio e i conti pubblici che dall’Europa e dalla Germania (che, peraltro, i conti li ha a posto e non si sogna, manco lontanamente, di pagare i buchi del nostro debito pubblico).

Qualche giorno fa Bankitalia ci ha informato che – a marzo 2017 – il Debito Pubblico ha realizzato un nuovo Record (2260,3 miliardi, pari a circa 37.000 euro di debito pro capite, compresi neonati e centenari).


Il Guaio è che il 40% del nostro debito pubblico, è in mano a investitori stranieri che se ne infischiano delle nostre narrazioni e della nostra stucchevole polemica politica. E, si muovono secondo le logiche di mercato e le loro convenienze.

In un quadro cosi complesso che sanziona un Paese che ha vissuto per decenni al di sopra delle proprie possibilità, fare la lezione ai Paesi virtuosi, fa un po’ sorridere e ci espone al rischio di farci prendere per i fondelli!

Siamo il Paese che tra mancate riforme, concessioni clientelari, ruberie e corruzione senza eguali, evasione fiscale patologica, centri allegri di spesa, Pubblica Amministrazione inefficiente, duplicazione di poteri burocratici, rinvii della Riforma delle articolazioni democratiche dello Stato, Carrozzoni di Stato, Regioni, Province, Comuni e moltiplicazione di poltrone, C.d.A,, auto, segretarie, indennità, consulenze e crescita tendente allo zero, non può essere certo additato come esempio virtuoso da seguire, anche se fossimo il Paese “più meraviglioso” del Mondo!

Europa Si ma non cosi (continuiamo a ripetere anche con qualche ragione), ma attenzione a non compiere un’ipostasi: il punto di non equilibrio, non è l’Europa ma l’Italia e, forse, l’affermazione giusta – come suggerisce Lorenzo Bini Smaghi – è quella di Macron che dice “dobbiamo cambiare la Francia per cambiare l’Europa”; mentre nel nostro Paese si vuole cambiare l’Europa per evitare di cambiare l’Italia; Bella pretesa del Piffero!

E’ certamente più semplice essere il Paese dove Igor il Russo è ancora in fuga, la visita del Fuori Corso di Di Maio a un circolo di 15 studenti scambiata come Lezione all’Università di Harvard, l’elezione di Matteo Salvini “venduta” come grande risultato delle Primarie con l’82,7% di qualche migliaio di voti; il dramma delle migrazioni e il dovere dell’accoglienza diventare un business delle Cosche e di Qualche Sacerdote imprenditore che ha venduto l’anima e la fede a Satana; un Paese dove ci si divide su vaccini e diritti civili, ci si appassiona al Gossip su Maria Elena Boschi e su Virginia Raggi, si litiga sugli scandali ad orologeria, si consumano fiumi di inchiostro sul cinguettio della Serracchiani e sull’allattamento dell’agnellino di Silvio Berlusconi; un Paese – insomma -  dove il risanamento dei conti e la crescita, il lavoro, l'economia, le tasse, la sanità, la burocrazia, il welfare, la previdenza stanno diventando “argomenti” per desaparecidos.


Eppure i più avveduti – anche nel Centro Sinistra - non rientranti nella rete montante dei Fan a prescindere - hanno ben presente che la redde rationem stia arrivando e che, da ottobre, ci presenteranno i Conti (compresi gli interessi).

La verità è che non siamo ancora allo sfascio, ma solo perché i mercati continuano a ritenere utile (per loro) prestarci dei soldi. E perché Bruxelles, con tutti i problemi che ha, non ha tanta voglia di fare la dura con l’Italia, che bene o male è il terzo paese dell’Unione.

Il giornalista bocconiano Giuseppe Turani (di tutto potrebbe essere accusato, meno che di essere incompetente in economia o nutrire antipatie verso il PD di Matteo Renzi), addirittura ha recentemente scritto di “Ultima Estate” e di “Italia al Capolinea”! Bisognerebbe essere acritici, hooligan e, persino tifosi un po’ patetici o ciecamente obbedienti alle “narrazioni” per dargli torto!

La realtà – prima o poi – viene alla luce ed ha la testa dura come il marmo: l’Italia si conferma come fanalino di coda della crescita europea, anche nei dati recentissimi rilasciati da Istat e Eurostat martedì 16 maggio.

Mentre il PIL dell'eurozona è cresciuto dello 0,5% nel primo trimestre dell'anno, quello italiano ha registrato una variazione dello 0,2 per cento.

Nello stesso periodo il PIL è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% in Germania, dello 0,3% in Francia e nel Regno Unito e dello 0,2% negli Stati Uniti; ma in termini tendenziali annui, del 2,1% nel Regno Unito, dell'1,9% negli Stati Uniti, dell'1,7% in Germania e dello 0,8% in  Francia e Italia.

Aggiunge l’Istat che la flebile variazione positiva dell’Italia dello 0,2% è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell'industria e di un aumento sia in quello dell'agricoltura, sia in quello dei servizi. Dal lato della domanda, vi sarebbe un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.

Anche nell'Ue a 28 – conferma Eurostat - il PIL ha registrato +0,5%, dopo il +0,6% del trimestre precedente, pari a +2% su anno. Tra i 28, la Germania ha registrato una crescita del +0,6%, la Spagna +0,8%, la Francia +0,3%, l'Olanda +0,4%, il Portogallo +1%, la Finlandia +1,6%, la Gran Bretagna +0,3%, la Polonia +1%, la Grecia -0,1%.

Dunque – comparando i dati – l’Italia è al penultimo posto per crescita, seguita solo dalla Grecia!


Serve altro per capire dove siamo? Nel primo trimestre 2017, l’Europa accelera ma l’Italia si muove da lumaca. Se da un lato va positivamente colto che, anche nel nostro paese il Pil ha continuato a crescere e l’ha fatto per il nono trimestre consecutivo; dall’altro va evidenziato che la crescita continua a essere lenta, fragile e inadeguata in termini assoluti.

Non c’è racconto che tenga: mancano 7,1 punti percentuali rispetto ai livelli pre crisi del primo trimestre 2008 e quasi tre punti rispetto ai valori di metà 2011 (prima della crisi dell’euro).

L’aumento della divergenza delle performance economiche in Europa, inoltre, è una brutta notizia per il nostro debito pubblico. Vuol dire che si avvicina il giorno in cui la Bce smetterà di acquistare titoli pubblici. Da allora, sia pure gradualmente, ricomincerà a salire il costo dell’indebitamento pubblico per il governo italiano. Una tassa molto onerosa per un paese come l’Italia che ogni anno deve rinnovare circa 300 miliardi di titoli pubblici in scadenza.

Ma i nostri guai non riguardano soltanto il Debito Pubblico e la tenue crescita: siamo già oltre la siepe! Sulle imprese italiane grava il 25 per cento in più di tasse rispetto alla media Ue. Inoltre, per essere pagate queste tasse richiedono 269 ore/uomo all’anno, il 55 per cento in più di quello che avviene in Europa e il cuneo fiscale è il 10 per cento più elevato della media europea; mentre il nostro Sistema Bancario mostra – ogni giorno – nuove crepe.

In questo quadro c’è Chi sostiene che – nella nuova Legge di Stabilità di dicembre – bisognerà trovare ben 40 miliardi per sopravvivere, galleggiare e non mandare il Paese in malora.

Chi riuscirà a fare una manovra di cosi alto impatto? Altro che promesse di distribuzione di risorse che non ci sono!

Mi viene in mente il vecchio adagio dell’economista Premio Nobel Michael Spence che – nel periodo più buio della crisi e della transizione pilotata dal fallimento di Berlusconi a Monti – diceva “l’Italia è un Paese troppo grande per fallire”…..ma è anche vero che è troppo mal conciata, ridotta male per essere salvata da una siffatta Classe Politica che si divide su tutto, non pare avere consapevolezza che è in gioco il futuro del Paese e sembra interessata unicamente a coltivare il consenso elettorale.

 

Mi piace chiudere citando Turani che – tra l’altro – scrive “E’ abbastanza curioso il fatto che tutti giudicano cretinate le cose dei 5 stelle, ma poi non riescono a sottrarsi alla tentazione di imitarli un po’; la spiegazione però c’è: tutti cercano la via facile per pescare voti in vista del prossimo confronto elettorale”. “Ma è un errore, nessun paese è mai ripartito distribuendo ai propri cittadini soldi che non ci sono; sono stupidaggini”.

“Il problema, qui, non è il reddito di cittadinanza, o d’inserimento, o come diavolo si vuol chiamare; il problema italiano, uno fra i tanti, è che la produttività non cresce (l’anno scorso è andata addirittura indietro); tutti i nostri concorrenti (e vicini di casa) hanno aumentato la propria produttività, noi no”.

Il lavoro italiano, cioè, rende meno di quello degli altri. E qui non è questione di artifici contabili o di redditi da distribuire (per rilanciare la domanda?). E’ questione delle cose che si fanno, di come è organizzato il lavoro, e di quello che ci sta intorno (rete materiale e immateriale delle infrastrutture, trasporti, servizi, istruzione, giustizia ecc.). Il nostro non-aumento della produttività significa solo una cosa: al di là delle chiacchiere, siamo un paese fermo, che rifiuta la modernità e la competizione.

Di questo vorremmo sentir parlare e non dell’eventualità di rimettere in piedi l’Ulivo o il Gelsomino, la Betulla, il Porcospino o che Belin ne so io.

 

      BRUNO SPAGNOLETTI

 

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