TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 674 del 28 luglio  2019
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"L'Inutile Pubblico Impiegato" ovvero della meritocrazia “a perdere”. Stampa E-mail
Scritto da ANDREA MELIS   
"L'Inutile Pubblico Impiegato"
ovvero della meritocrazia “a perdere”.

Quanto si parla del pubblico impiego probabilmente solo chi lo vive da dentro può dire come stanno le cose realmente, e le cose non stanno bene. Affatto.

Non c’è colpa per chi vi lavora, come potrebbe, avendo fatto concorsi aperti per titoli ed esami secondo le disponibilità messe a bando non vi è ragione alcuna di pensare che dal punto di vista numerico ci siano dei problemi di abbondanza di risorse per causa delle stesse risorse che vi lavorano. Idem per gli incarichi dirigenziali: se ci sono evidentemente perché sono state create le condizioni affinché le pubbliche amministrazioni procedessero all’inserimento in organico di figure con tali incarichi. Nulla si crea nulla di distrugge ovvero se ci sono state delle assunzioni negli anni, anzi nei decenni, è perché evidentemente “qualcuno” ha ritenuto fossero necessarie.

Ma perché scrivo queste considerazioni generali che NON sono il punto su cui voglio soffermarmi? Perché nelle scorse settimane a conti fatti è stata, per il sesto anno consecutivo, dichiarata l’impossibilità di rinnovo dei contratti nel pubblico impiego che in pratica blocca interventi migliorativi sulla busta paga dei lavoratori del settore.

Qualcuno qui potrebbe dire: “è certo! Giusto, non se li meritano…non fanno niente etc.…” i soliti luoghi comuni che spesso chi come il sottoscritto è “utente” di qualche agenzia o ente si sente in diritto di commentare sotto questo profilo.

Sulla questione mi era capitato di sentire peraltro commenti del genere “pensa quelli che non hanno nemmeno il lavoro, oppure quelli che sono in cassaintegrazione etc.…” formalmente ineccepibili. E’ doveroso guardare chi sta peggio e rispettarne le condizioni.

Ma non è questo il punto. Il punto è che tutte le categorie contrattuali in questi ultimi 6 anni hanno avuto degli aumenti contrattuali che, per chi non lo sapesse, rappresentano un aumento nella busta paga “urbe et orbi” secondo il livello contrattuale ovviamente. In sostanza un aumento nello stipendio minimo che negli anni ha assunto la funzione di assorbire il naturale aumento del costo della vita. (un tempo c’era la scala mobile….). Poi, nel privato, c’è un arma in più a favore di chi lavora, la giusta possibilità di contrattarsi personalmente un aumento ulteriore per capacità e meriti. Il sacrosanto “merito”. Nel pubblico impiego quest’arma non c’è e i tanti che lavorano sodo e tengono in piedi la baracca non vedono riconosciuto da anni il proprio impegno, quanto meno in forma universale.

E’ il cuore del concetto del merito: sei in gamba? Lavori bene?  E’ giusto che ti sia riconosciuto a parità di altri colleghi che per molteplici ragioni non sono allo stesso passo. Questo è lo strumento che porta molti a cercare di fare bene, di impegnarsi e, assumendo di essere in un contesto “normale”, di avere premiati i propri sforzi.

Nel Pubblico Impiego tutto questo non esiste. Il trattamento economico è identico per tutti, raffrontati nello stesso livello di inquadramento, ovvero se lavori tanto o poco viene riconosciuto lo stesso importo. Non solo, se lavori molto molto poco, probabilmente, a seconda del Dirigente, come dice il detto che “il pesce puzza sempre …”, non vi sono particolari drammi, usando un eufemismo.

Quindi abbiamo un problema sul merito per il quale una vera riforma della pubblica amministrazione deve farne perno centrale.

Poi c’è un altro problema. Il pubblico impiego è stato utilizzato, tipicamente nei grandi numeri dei ministeri ma anche in realtà locali, come palliativo alla disoccupazione da un lato, al consenso politico dall’altro, producendo un evidente fenomeno di eccesso di risorse in alcuni settori talmente evidente causa delle accuse rivolte genericamente a tutti. Quelli che se lo meritano e quelli che non se lo meritano.

Alcuni sostengono che percentualmente ci sia circa un 30% di risorse in eccesso e nelle categorie dirigenziali forse si arrivi ad un 40%. Attenzione, come ho messo in premessa se sono state fatte procedure di assunzione nessuna responsabilità può avere colui che si è candidato ed è stato assunto, salvo casi di abusi ovviamente. 

Abbiamo quindi un settore in cui: non vi è alcuna politica meritocratica, ci sono risorse in eccesso e il rinnovo dei contratti è bloccato da anni per tutti indistintamente. La soluzione in questo caso deve partire necessariamente dall’alto, a livello statale innanzitutto, da chi governa se ha il coraggio di fare una vera riforma del pubblico impiego (altro che articolo 18….) mi aspetterei un imponente piano di prepensionamenti e una completa riorganizzazione del funzionamento del pubblico impiego in linea con i processi adottati nelle medio-grandi aziende private. Mi aspetterei maggiori tutele e più ampio spazio per i soggetti svantaggiati ma selezioni severe e attente per le categorie dirigenziali. Mi aspetterei politiche di incentivazione e premio del merito per coloro che sono in gamba e un pubblico impiego che renda orgoglioso chi ci lavora e visto con rispetto da chi ci si interfaccia.

Quale organizzazione sindacale ha il coraggio di risolvere alla radice il problema visto che in Italia il tasso di sindacalizzazione più alto si registra proprio nel pubblico impiego dove si supere il 50%?  

Non ci sono alternative, è solo questione di tempo e di chi si prenderà la responsabilità di farlo: probabilmente non vincerà le elezioni successive e non farà nuove “tessere sindacali”.

ANDREA MELIS

 

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