Fra errori madornali e cattive intenzioni

L’ eran li premi volti ca ´n saievum cuma fer, cantavano le mondine, scusandosi col padrun da li belli brachi bianchi. E anche per lo speranzoso ministro e i capoccioni del comitato tecnico erano le prime volte, non sapevano cosa fare e tiravano a indovinare su quale strada prendere di fronte al virus sbarcato dalla Cina. Erano le prime volte e hanno fatto tanti sbagli ma a differenza delle mondine non si sono mai scusati. Con la pandemia alle porte potevano evitare di far colazione in un ristorante cinese, come potevano evitare di suggerire tachipirina e vigile attesa proprio quando migliaia di ammalati passavano direttamente dal pronto soccorso all’obitorio; e potevano anche evitare di chiuderci in casa condannandoci al contagio familiare e condominiale. Con tutto ciò, procedendo a tentoni, qualche scusante gli deve essere concessa.

Ma non ci sono scusanti per la caccia al camminatore nottambulo, al canoista o al nuotatore solitario. Anche un capoccione del comitato tecnico avrebbe dovuto sapere che nemmeno un appestato o un lebbroso se nuotano in mezzo al mare sono in grado di contagiare pesci o cristiani. E oltre a questo rimane imperdonabile – e sospetto – lo sproporzionato dispiegamento di forze, l’atteggiamento repressivo, la durezza, l’intransigenza degli uomini in divisa e il loro zelo punitivo da cani da pastore impegnati a controllare il gregge.  Col sospetto inquietante che qualcuno abbia preso al balzo la palla del virus per mettere in scena le prove tecniche di dittatura in un momento in cui l’eventualità di un’affermazione elettorale delle cosiddette destre impediva alle vestali del regime di dormire sonni tranquilli. Sia chiaro che non ho alcuna pregiudiziale avversione per gli uomini in divisa: non ne ho per tradizione familiare, per relazioni amicali, per forma mentis e per il rimpianto di una carriera progettata e non intrapresa.

Certo, meglio che lo Stato mostri i muscoli verso l’esterno e non per far paura ai propri cittadini ma guai a quelli che scrivono ACAB sui muri delle periferie. Resta il fatto che poi vi si è aggiunto il rivoltante spettacolo di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa che prendono a bastonate, getti d’acqua e lacrimogeni manifestanti che non hanno scalfito nemmeno una vetrina, non hanno divelto bancomat, non hanno dato alle fiamme cassonetti.  Una cosa che avrebbe richiesto da parte delle forze liberali una condanna netta che non c’è stata. Una condanna rivolta non solo al ministro o al questore ma anche ai diretti responsabili perché c’è modo e modo di obbedire agli ordini. E se a Salvini si può perdonare l’ostentazione irritante di santini e rosari lascia però perplessi la sua aprioristica difesa delle forze di un ordine che rischia in ogni momento di essere quello del regime. Ma sgomenta anche il silenzio compiaciuto di tutta la stampa – con la cauta eccezione della Verità – di fronte alla minaccia rivolta dal Quirinale e dal governo alla libertà di espressione individuale e collettiva, una libertà che non è funzione di ciò che individualmente o collettivamente viene sostenuto, perché non è legittimo da parte delle istituzioni entrare nel merito delle rivendicazioni.

Fa piacere sentire qualche voce isolata che si leva dalla stampa allineata, penso al “caffè” di Gramellini del 10 novembre, ma mi fa pensare a quei margini di dissenso che ogni regime autoritario concede a chi non è in grado di nuocere (succedeva anche col fascismo). Con le tecniche proprie dei regimi totalitari per neutralizzare la minoranza dissidente prima se ne proclama la pericolosità sociale poi, se non funziona, si va nello specifico e si snocciolano dati – in questo caso l’aumento vertiginoso di ammalati (i morti non li potevano inventare) in Friuli Venezia Giulia dopo i cortei dei portuali e dei loro sostenitori – e infine la trovata vincente: il danno, puntualmente contabilizzato, sofferto dai negozianti. Un argomento questo che mai, dico mai, era stato sollevato in decenni di scioperi, agitazioni, devastazioni organizzate, sostenute, avallate da sindacati, collettivi studenteschi, centri sociali e ovviamente dalla sinistra di tutte le sfumature.

Particolarmente sgradevole la posizione apparentemente salomonica di quanti dicono che non si può impedire di manifestare agli estremisti di destra (ammesso e non concesso che no vax e no green pass siano di destra) e consentirlo agli estremisti di sinistra o no Tav o no G7 (o G8, G20 o che G si voglia). Il diritto di manifestare è insindacabile, e se si verificano atti di violenza, com’è successo a Roma contro la sede Cgil col contributo fattivo di agenti provocatori e come succede puntualmente nelle manifestazioni care ai compagni, quegli atti vanno repressi e puniti come tali. Voler pareggiare i conti tagliando le ali estreme della pubblica opinione è una pezza peggiore del buco e dimostra solo quanto poco sia radicata la democrazia nel nostro Paese. Tanto poco radicata che il suo stesso supremo tutore sembra considerarne traballanti le basi, che, come per tutti gli ordinamenti costituzionali moderni, compreso lo statuto albertino, sono i diritti inviolabili, e sottolineo inviolabili, alla libertà di opinione, di stampa, di riunione. E se dovesse bastare un’emergenza sanitaria, magari indotta, per metterli in discussione, tutto l’impianto della democrazia crollerebbe come il ponte Morandi. Ma forse è già crollato, e non ce ne siamo accorti

Pierfranco Lisorini

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2 thoughts on “Fra errori madornali e cattive intenzioni”

  1. Bravo professor Lisorini, come sempre riflessioni azzeccate. Basta che mandare qualche infiltrato violento nelle manifestazioni ed ecco che rendi la protesta violenta, e quindi si deve reprimere.Il covid è stata un’occasione per controllare le proteste e per diminuire la democrazia nel nostro paese. Scandalosi i giornali e la televisione. C’è una protesta in qualche città contro il green pass ecco che l’indomani esce la notizia che in quella zona sono aumentati i contagi. Per fortuna ci sono persone come lei e il dottor Pellifroni che ragionano con la propria testa e con i loro interventi fanno riflettere. Grazie

  2. Buongiorno Prof.!
    Sono un suo ex alunno, liceo Cecioni, diplomato nel ’97. Immagino non si ricorderà di me, con tutti gli studenti che ha visto, ma volevo farle un saluto.
    Fabrizio Leo

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