Disegno di Domenico Fiasella, bozzetto del dipinto “Santo che resuscita un muratore caduto” dell’Accademia ligustica di Genova

Domenico Fiasella (12 agosto 1589 – 19 ottobre 1669) nasce a Sarzana da famiglia originaria del vicino borgo di Trebbiano; il padre era Giovanni Fiasella argentiere in Sarzana. Mostra una particolare attitudine per la pittura. Si trova agevolato dall’amicizia personale con il vescovo di Sarzana, Monsignor Salvago, grazie alla raccomandazione della quale va a Genova a lavorare presso la bottega del Paggi, che era ben conosciuto dal prelato.
In seguito Fiasella va a Roma ed entra in rapporto di stretta amicizia con Orazio Gentileschi (1503-1647). Il suo caravaggismo parte pertanto dalla preferenza per i valori cromatici gentileschi anzichè dalla crudezza polemica e dalla sciabolante vividezza luministica del Caravaggio (1573-1610).
Orazio Gentileschi comunica a Fiasella una raffinatezza, un racconto rapido e sereno, una pacata luminosità, da lui ricreati con la pennellata genovese, differente dalla idealizzante perfezione di Gentileschi. Si tratta quindi di un caravaggismo attenuato dalla stilizzazione gentileschiana, dalla quale ricava anche l’aristocrazia dei modi, la naturalezza, l’eleganza, i modi dei panni e delle stoffe. Tramite Orazio Gentileschi Fiasella diviene amico del marchese genovese Vincenzo Giustiniani che era stato il protettore di Caravaggio. Un suo discepolo è Giovanni Andrea De Ferrari (Genova 1598 – Genova 25 dicembre 1669) che fu un pittore italiano del periodo Barocco, attivo soprattutto a Genova e in Liguria. Si formò alla scuola di Bernardo Castello e  dello Strozzi, collaborò ad alcuni progetti con Giovanni  Andrea Ansaldo ed ebbe tra i suoi allievi alcuni tra i più noti pittori della scuola genovese deI Seicento, quali Valerio Castello, Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto, Giovanni Bernardo Carbone, Sebastiano Cervetto e Giovanni Andrea Podestà.
L’accostamento al Fiasella di Giovanni Andrea De Ferrari è dovuto al fatto che nel corso degli anni ’30, abbandonate le metalliche stesure  degli anni giovanili, trova a accenti di quieto naturalismo direttamente ispirati  agli accattivanti dipinti fiaselleschi degli stessi anni; il risultato è una tale  convergenza dei due linguaggi da porre ancor oggi alcuni problemi rispetto alla paternità di taluni dipinti (Il Sacrificio di Isacco della Ligustica, ad esempio, è creduto di Giovanni Andrea mentre è ritenuto fiasellesco dal Pesenti).
Ed ora avendo io trovato il disegno firmato dal Fiasella, bozzetto del dipinto “Santo che resuscita un muratore caduto” ritengo sia logico che venga cambiata l’attribuzione del dipinto dell’Accademia ligustica da Giovanni Andrea al FiaseIla.
Il dipinto proviene dalla distrutta chiesa di San Benigno dove lo indica il Soprani-Ratti {1768) come il “quadro di San Placido che risuscita un morto” con l’attribuzione al Fiasella; questa è ripresa nell’inventario dell’Accademia del marzo 1844 (galleria dei quadri, n. 4; AAL, filza 518/1), dove il santo è indentificato come San Mauro. Gli stessi dati ricorrono della Descrizione di Genova (1846) e nel Banchero (1846), mentre il catalogo del 1868 rileva la maggiore conformità di stile con l’opera di Gio. Andrea De Ferrari”: l’attribuzione è condivisa dall’Alizeri (1875).
Il santo autore del miracolo è stato dunque identificato con San Placido, San Mauro e Sant’Ignazio (Torriti 1 63). Mentre l’antica ubicazione nella chiesa di San Benigno indurrebbe a riconoscere nel santo monaco uno dei due taumaturghi benedettini. Placido e Mauro, la cui agiografia è ricca di miracoli spettacolari, l’identificazione con Sant ‘Ignazio ha offerto al Torriti lo spunto per un parallelo con i Miracoli di Sant’Ignazio del Rubens nella chi sa del Gesù.
Nel catalogo, a cura di Antonio Morassi, della Mostra della pittura del Seicento e Settecento, in Liguria, tenutosi a Genova – Palazzo Reale 21 giugno – 30 settembre 1947, il Morassi dice: citato dal Soprani e dal Ratti come opera del Fiasella nella chiesa di S. Benigno, poi soppressa. L’ Alizeri (1846) lo menziona già nella sede dell’Accademia e, pur elencandolo sotto l’antica attribuzione, propone quella a G. A. De Ferrari, il quale “si distingue specialmente per certo maestrevol tocco nelle estremità, e per certa trasparenza di tinte, la quale fa credere a molti ch’egli imitasse e studiasse Wandik”
Capolavoro della maturità dell’artista, esso costituisce, per la drammaticità della composizione, per la stupenda evidenza naturalistica delle figure, per la scioltezza del getto cromatico, una delle pagine più alte della pittura genovese del Seicento: degna, invero, di essere collocata accanto alle tele più efficaci della scuola spagnola di quel tempo.
Ora, col disegno bozzetto, si può riattribuire col Soprani-Ratti, come dipinto del Domenico Fiasella.
Nella storia i vecchi hanno quasi sempre ragione.

Renato Giusto

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