Cinema: il signor Diavolo

511Il signor Diavolo è un film del 2019 diretto da Pupi Avati. Produzione Italia, Anno 2019,  durata 87 minuti, genere drammatico

Interpreti e personaggi principali:
Gabriel Lo Giudice: Furio Momenté
Filippo Franchini: Carlo Mongiorgi
Chiara Caselli: Clara Vestri Musy
Alessandro Haber: padre Amedeo
Massimo Bonetti: giudice
Gianni Cavina: Gino il sagrestano

Attenzione questo commento contiene spoiler

Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso regista bolognese.
Pupi Avati ha dichiarato che questo suo film, cui hanno collaborato anche il figlio Tommaso Avati e il fratello Antonio Avati, è l’inizio di un nuovo impegno nell’horror.
La pellicola sostanzialmente rappresenta un racconto interessato a calarsi con intelligenza e sicurezza nel costume di campagna, quello comprendente pregiudizi, nonché certi valori umani tra i più secolari, e fantasmi radicati nell’inconscio con effetti di paure irrazionali soggette alla coazione a ripetere tipica nel funzionamento dell’inconscio. Sono presenti  nei personaggi anche frustrazioni di lavoro, desideri di sensualità insoddisfatti, deboli tentativi di dissacrazione del religioso, tutti temi che sembrano occupare la maggior parte dello spazio centrale del film.
Il genere horror di Pupi Avati quindi non occorre (in un certo senso) inventarlo e costruirlo a dovere basandosi su alcune convenzioni appartenenti storicamente al genere, in quanto esso appare già presente in alcune realtà che stanno dietro al quotidiano della vita di campagna, solo apparentemente tranquilla e sobria.
Con Pupi Avati nasce il realismo-horror, un genere originale non pretenzioso per quanto riguarda la ricerca delle logiche delle verità più scomode di un mondo in parte in disfacimento, bensì ricco di osservazioni e raccolta storica su di esse, rimanendo sempre puntigliosamente attento a fermare la malvagità nel suo punto più alto, tentando di raccontarne la provenienza, mostrando con grande impegno le sorgenti più perverse  e desideranti e ponendo particolare attenzione  alle pulsioni che ne scaturiscono per raggiungere la meta, al come esse si svolgono,  da cui traspaiono  forme di comportamento dei protagonisti della scena  che vanno decisamente a danno dei più deboli.
Il film si cala in una sostanziosa profondità  senza divagare mai, rinunciando a quelle forme di spettacolo del tutto fantasiose che sono tipiche del genere horror di massa, e lo fa senza accettare compromessi col bisogno di intrattenimento del pubblico.
La pellicola sembra voler dire che non importa cosa vuol vedere e sentire la persona seduta in sala, ma quanto sia  necessario  che essa esca dal cinema con qualche impressione esplosiva, simile a un trauma virtuale, perché  quest’ultimo può essere davvero foriero di meditazioni, tra cui qualcosa che riguarda pensieri nuovi sulla vita di campagna, magari andando proprio al di là  di quella esistenza rurale così fissata per sempre nei ritratti  commerciali dei media

 Biagio Giordano

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