Banalità vs banalità le contraddizioni del pensiero unico sul dramma del femminicidio

Per l’immagine che ce ne restituisce lo schermo televisivo Barbara Palombelli è una signora senza età sul cui volto il tempo è passato senza lasciare traccia e un décolleté che tante giovani donne non si possono permettere. Ha tutta l’aria di chi ha studiato dalle monache ma dietro il perbenismo dei modi nasconde un animo ribelle da sessantottina riveduta e corretta. In lei una femminilità quasi stucchevole si accompagna con una buona dose di maschia determinazione e un malcelato rimpianto non tanto per la propria giovinezza quanto per anni investiti dal vento del cambiamento, seguiti ahimè dalla calma piatta di un nuovo conformismo. E la signora pare assommare in sé pulsioni libertarie coperte da un velo di pudicizia e un comodo e rilassato adattamento a quella piatta calma rassicurante, che però non l’ha messa del tutto a riparo.  Infatti anche lei, come Cacciari, ha dovuto sperimentare lo shock elettrico che colpisce chi tocca i fili del recinto del pensiero unico e l’intransigenza dei guardiani del panopticon dell’informazione; cavi elettrici scoperti e guai a chi li tocca. L’ha fatto il professore veneziano rivendicando il libero arbitrio in materia sanitaria ed è stato messo alla gogna, c’è cascata la pacata e levigata giornalista nella veste fittizia del giudice, asserendo incautamente che in qualche caso dietro i femminicidi ci sono drammi familiari in cui nessuno è incolpevole, nemmeno la vittima.

Barbara Palombelli

Un’osservazione banale, forse inopportuna nel contesto di una trasmissione televisiva dozzinale e destinata a un pubblico poco esigente ma certamente non tale da scatenare l’indignazione dell’universo mondo dell’informazione, con Gramellini, che immagino culturalmente e socialmente affine alla Palombelli, che le dedica un caffè particolarmente amaro, anzi acido. “Stavolta”, scrive, “le è scappato il piede sulla frizione, perché proprio mentre viene uccisa una donna al giorno, diventa pericoloso adombrare, anche solo per spirito anticonformista, che un femminicida possa essere stato provocato. Pur non volendolo, si finisce per alimentare una letteratura funesta, figlia di pregiudizi arcaici in via di troppo lenta estinzione, che individua la causa della violenza nell’atteggiamento delle vittime anziché in quello dei carnefici”. Ergo: la povera Barbara approva il maschilismo, giustifica la soggezione della donna, ribadisce i suoi doveri di sposa e di madre, il suo ruolo in difesa della famiglia anche di fronte alle scappatelle o alla violenza del marito e sotto sotto ammicca al delitto d’onore e alla sua funzione riparatrice. Il minimo che ci si possa attendere è la condanna all’ostracismo e al silenzio.

Massimo Cacciari

È difficile combattere le banalità:  le osservazioni del corsivista del Corriere sono tanto ovvie e scontate quanto fuorvianti e se per  superficialità gareggiano con quelle della Palombelli hanno in più il torto di chiudere un problema drammatico e complesso all’interno di una formula lapidaria che impedisce di capire e, di conseguenza, di intervenire. Perché dire come fa Gramellini che ci sono uomini violenti che considerano la donna una loro proprietà è un’ovvietà che non serve a niente. Inoltre se è vero che tante  donne cadono vittima della violenza del maschio, che sia il marito, il compagno, l’ex marito o l’ex compagno, lo spasimante respinto, il padre o uno sconosciuto,  è anche vero che l’esagerazione non fa mai un buon servizio all’informazione, e, in questo caso, banalizza ancor di più la banalità dell’assunto:  scrivere che in Italia viene assassinata una donna al giorno  non fa altro che svilire la circostanza terribile di un delitto ogni tre giorni.  Che senso ha giocare al rialzo? Forse che il problema è meno grave se le morti non vengono moltiplicate? Ma nel nostro Paese, in tutti i campi, c’è la brutta abitudine di pronunciare sentenze e sparare numeri senza prendersi la briga di documentarsi e, per chiudere il cerchio, le stesse istituzioni sono le prime a ricorrere a dati approssimativi, non verificati e qualche volta scientemente manipolati.                                                                                                                                                                                                                                                                        In secondo luogo bisogna avere la pazienza di seguire la cronaca sui giornali locali e scoprire così che una buona parte degli omicidi avvengono per mano di immigrati illegali e di stranieri regolarmente residenti in Italia. La riluttanza del ministero competente a rendere tempestivamente pubblici i dati e, se mi si consente, i criteri con i quali se li procura costringe a fare estrapolazioni con inevitabile margine di errore ma una stima cauta può quantificare quella parte in un buon 25%, ridimensionando così il numero dei femminicidi da attribuire ai nostri connazionali. Per i quali ogni riferimento al bagaglio culturale e a costumi ancestrali è giustificato solo dalla persistente sotterranea ostilità nei confronti del sud, che perpetua il senso di colpa seguito allo sciagurato processo di unificazione nazionale. In realtà il numero dei femminicidi al sud non supera quello del centro e del nord dell’Italia e in tutti i casi non hanno niente a che vedere con stereotipi culturali, come insinua Gramellini. Essi rinviano piuttosto alla fragilità psicologica di generazioni cresciute con gli stili educativi lassisti e iperprotettivi impostisi dopo gli anni Settanta del Novecento, dalla incapacità di far fronte alle ferite narcisistiche, dal bisogno di amore e di sostegno, dalla mancanza di strumenti per la elaborazione del lutto e del distacco.
Duole dirlo ma l’eredità dell’amore romantico, che degenera in dipendenza e in un rapporto di fusione, fa più danni del culto dell’onorabilità o della tentazione di uscire da un legame diventato insopportabile con un “divorzio all’italiana”. Non ci si stancherà mai di benedire l’introduzione del divorzio e la moltiplicazione dei casi di rottura del vincolo matrimoniale: il matrimonio rischia di essere una pentola a pressione e la  valvola che ne impedisce l’esplosione, ostinatamente contrastata dalla chiesa cattolica, è la migliore tutela della donna. La politica dovrebbe semmai adoperarsi per rendere il divorzio e la separazione meno traumatici sotto il profilo economico e dell’affidamento della prole. Resta il problema psicologico, difficile da affrontare caso per caso ma che può essere ridimensionato agendo sul terreno educativo, degli atteggiamenti collettivi e dei significati valoriali. L’amore e il sesso vanno restituiti ad una dimensione giocosa e spregiudicata e contestualmente vanno sdrammatizzati i rapporti di coppia e l’istituto del matrimonio, del quale va riconosciuto il carattere utilitaristico, pragmatico, societario e soprattutto volontario e liberamente confermato giorno per giorno, senza farne la condizione per la sopravvivenza psicologica, economica o sociale. Il divorziato ridotto a dormire in macchina o a mangiare alla caritas è uno spettro che si agita dietro tante tragedie familiari.  C’è poi da ribadire il concetto che la gestione delle emozioni e l’educazione affettiva sono condizioni imprescindibili per la solidità e l’equilibrio di una società. Psicopatici non si nasce ma si diventa e fra gli eventi stressanti che determinano l’acting out l’abbandono o il rifiuto occupano i primi posti, perché lo psicopatico – che è un violento vittima dei suoi impulsi – non ha avuto modo di imparare a controllare le sue pulsioni e di sviluppare la capacità di sopportare le frustrazioni. E a vedere come non solo in famiglia ma anche nelle istituzioni educative ci si rapporta ai bambini viene da pensare che  i disturbi latenti del carattere siano assai più numerosi di quanto ci si possa aspettare dai casi conclamati. Meno indulgenza, meno partecipazione, meno identificazione e maggiore consapevolezza del ruolo di educatore, che è tale non per farsi amare o tollerare ma per orientare e far crescere; l’educatrice che si mette al livello dei bambini che le sono affidati, urla e si agita come loro e più di loro fa un pessimo servizio alla società. Riconoscere l’autorità esterna non è segno di debolezza ma è la precondizione per il costituirsi dell’autorità interiore così come la disciplina motoria non è scimmiottatura di esercitazioni militari ma premessa e preparazione di quella mentale ed emotiva. Oggi questi processi sono affidati al caso e alle risorse individuali perché è prevalsa, non solo a sinistra, una falsa idea di libertà e di spontaneità ed è venuta meno la consapevolezza che una società di persone mature non è solo garanzia per la tenuta dell’ordine democratico ma riduce drasticamente le manifestazioni di violenza parapolitica, le condotte antisociali e la violenza domestica. Cominciamo intanto a contrastare l’allarmismo dei conformismo mediatico  e a prendere atto che i femminicidi sono per fortuna in drastica diminuzione dal dopoguerra ad oggi, non per merito del nostro sistema educativo ma per l’evoluzione globale del costume; il problema per altro resta ed è serio tanto più che  prevenzione e repressione, controllo da parte dei servizi sociali, misure di allontanamento e anti stalker, pur indispensabili, sono efficaci nei confronti di soggetti socialmente pericolosi ma ancorati al principio di realtà e di autoconservazione ma sono del tutto inutili di fronte al crollo emotivo di un soggetto disposto al suicidio. Si tratta di una minoranza tutt’altro che trascurabile, punta dell’iceberg della patologia dell’amore e della dipendenza contro la quale non ci sono realisticamente altre armi oltre quelle educative, riassumibili nell’imperativo: impara a fare a meno dell’altro per poter felicemente convivere con lui.PIERFRANCO LISORINI

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