FOGLI MOBILI

La rubrica di Gloria Bardi

Talete firmerebbe la petizione? 

Che cosa direbbe l’antico padre Talete messo di fronte al testo della Legge di iniziativa popolare sulla gestione pubblica dell’acqua?

“Gestione pubblica dell’arché”? 

Infatti, scavalcando in planata temporale J.Rawls, che con la sua teoria dei “beni primari” costituisce la base filosofica di prospettive come quella che chiede di essere firmata, è proprio nell’apripista del pensiero occidentale, Talete di Mileto,  che si può rintracciare un fondamento filosofico di una simile campagna di sensibilizzazione. 

Talete è ricordato da stirpi di studenti liceali come “quello dell’acqua”, da lui considerata il principio primo, originario e costitutivo di tutto quanto esiste. Immortale e accomunante. 

Talete ha attinto la sua convinzione da osservazioni naturalistiche ma anche da mitologie greche e orientali che facevano partire da lì la grande narrazione dell’esistente.

Da qui il fremito religioso con cui il primo filosofo si accosta logicamente all’acqua presente in ogni cosa: “tutto è pieno di dei”

E quindi noi siamo qui a discutere attorno a una domandina piccina piccina picciò:  

“si possono privatizzare gli dei?” 

Il servile “possono” attiene a una dimensione di valori e non di funzionalità: “è lecito privatizzare gli dei?

Dove gli dei sono, in fondo, ciò da cui costitutivamente dipendiamo. 

In realtà la “peggio storia” non ha fatto che quello: privatizzare Dio. Appropriarsene, anteponendogli un bel possessivo: nostro.

E l’esclusiva: monoteismo. 

Non c’è guerra che non schieri Dio tra gli ufficiali del proprio esercito.

In quest’ordine di pensieri ancora una volta Talete sembra avere ragione, se è vero che oggi ci sono guerre per l’acqua e ancor più ve ne saranno. 

Ma  apprezzo il politeismo, ovunque si manifesti.

Propendo per il pluralismo e la distribuzione perfino quando si tratta della divinità.

Per questo dopo aver fatto parlare Talete, do volentieri la parola ad Empedocle e alle sue quattro radici, che  accanto all’acqua, prima che lo faccia Aristotele, riconoscono la primarietà dell’aria, della terra e del fuoco.  

 Così l’affascinante  quesito “si possono privatizzare gli dei?” diventa impegnativo, oltre che per le politiche dell’acqua, anche per quelle ambientali, edilizie, destinate a incombere irreversibilmente sulle generazioni future. 

E’ vero che la terra è da sempre oggetto di privatizzazione ma è necessario ribadire che questa deve avvenire nell’ambito di scelte generali condivise, dove l’interesse pubblico risulti prevalente. 

Allo stesso modo “il fuoco”, elemento carico di significanza, logos secondo Eraclito, rubato agli dei da Prometeo secondo il mito, per donarlo agli uomini: simbolo dell’energia, della tecnologia e quindi dell’intelligenza applicata, delle capacità manipolatorie.

E le energie vanno soppesate rispetto al futuro, rispetto alla “sostenibilità”.

 Anche qui le scelte vanno condivise ma non senza una condivisione delle conoscenze, che consenta  orientamento nelle scelte stesse, senza mitizzazioni e senza demonizzazioni preconcette.

Urge una giustizia distributiva applicata al conoscere.

  Empedocle riteneva che i quattro elementi fossero coinvolti in un ciclo di andata e ritorno, verso lo Sfero e verso il Caos, governate da Amore e Odio, aggregazione e disgregazione.

Il cosmo, cioè il nostro dove, rappresenta nei due percorsi la fase intermedia.

 Sta a noi comprendere se stiamo avviandoci verso lo Sfero, il regno della concordia, o verso l’entropico regno della Discordia.

 Ma non si tratta solo di “comprendere”, come  ci dice Empedocle: noi siamo volenti o nolenti dei “post” e sta a noi dirigere la navicella o la carovana, comunque la si pensi, senza contare su forze cui scaricare la colpa di un caos che è tutto e solamente nostro.  

 E vale la pena di chiudere evocando il mito che Platone fa narrare a Protagora:

non era sufficiente il fuoco donato da Prometeo per assicurare all’uomo, indifeso e inerme, la possibilità di sopravvivere perché l’umanità avrebbe usato la competenza tecnologica contro se stessa, forgiando armi e altri ordigni di guerra, incapace di gestire in modo condiviso e solidale i propri strumenti.

Intervenne Zeus in persona, il bos, per salvare la specie, facendoci dono dell’ARTE POLITICA, ovvero l’arte della comunanza, indispensabile alla salvezza di tutti e di ciascuno.

 Insomma, non so Empedocle, ma Talete senz’altro firmerebbe.

Gloria Bardi

   www.gloriabardi.blogspot.com

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