MA
Romanzo in dieci racconti di
Gloria Bardi
alle prese con le faccende domestiche, o con il quotidiano riassetto del manomesso, Matilde Agosti in Campochiesa, da intellettuale di buona scuola si sentiva un pò sprecatella
Matilde Agosti fu chiamata Matilde in onore della nonna materna, madre di Ernesta Franzone in Agosti, sua madre.
Ma, e questo è il fatto, a quanto Matilde ebbe modo di udire e di sapere, l'ava, che peraltro lei mai conobbe essendo passata a miglior vita poco prima della sua nascita, si chiamava Tilde e non Matilde, per l'esattezza nonna Tilde, detta la Generala.
Matilde Agosti non si limitò all'onde siccome suole, ma consultò i documenti anagrafici, nell'intento di rintracciarvi quel prefisso probabilmente atrofizzato, come spesso avviene per ragioni di economia vocale: ne sanno qualcosa i Nini e i Tonini, le Tine e le Pine d'Italia, nella cui schiera Matilde sarebbe stata ben felice di collocare la Generala.
Ma così non era, i documenti, scritti con grafìa tremolante e puntuta, non offrivano appigli: Tilde Luisa Magnazzi, nata a Bologna il 6 settembre 1896 da Augusto Magnazzi e Assunta Panarmi in Magnazzi, coniugata nel 1914 con Sigismondo Franzone.
Ma forse chi legge vorrà capire le ragioni di un simile zelo da parte di colei che, meglio dirlo subito, sarà la protagonista delle pagine che seguono, nel corso delle quali imparerà a prevederne autonomamente le frenesie interiori.
Ma non ora. Ora occorre un minimo di spiegazione.
Matilde Agosti in Campochiesa, figlia di Renato Agosti, commerciante di stoffe, e di Ernesta Franzone in Agosti, casalinga da combattimento, e problematica moglie di Stefano Campochiesa La Loubatière, avvocato civilista, è, e tale vi si rivelerà, una donna in bilico, affetta da una tendenza a problematizzare e ruminare le proprie scelte, che la rende nel contempo grande e infelice, o meglio: abbastanza grande e abbastanza infelice. Non è il caso di esagerare.
Ma: in questa fatale congiunzione avversativa, contraddittoria per definizione, preposta al familiare Tilde di nonna-Tilde Magnazzi in Franzone la Generala, e che, per sovrappiù le fa da monogramma (Matilde Agosti), sta racchiusa la destinazione esistenziale della nostra eroina, e la deviazione biologica dal ceppo trionfante dei Magnazzi-Franzone. Sta racchiusa, cioè, la ragion seminale del tormentato rapporto con Ernesta Franzone in Agosti, sua madre, e con gli altri a seguire. Tanto più che l'augusta genitrice, forse per un raffinamento di perfidia istintivo, perché in fondo era e restava una brava crista, prese da sempre, ab origine, a chiamarla utilizzando soltanto il fatal prefisso: Ma! Che, almeno per un certo periodo, Matilde non mancò di rilanciarle: "ehi, Ma".
Ma Ernesta non colse. Era e restava, si diceva, una brava crista.
Matilde Agosti, ovvero Ma più Tilde, così contratta dentro quel Ma, non poteva che ritenersi la personificazione, l'incarnazione, l'epifania di un'infima, monosillabica eppure molestissima congiunzione avversativa.
Ma, del resto, come avrebbe potuto la materialissima Ernesta sottrarsi ad una regola di economia quantunque vocale?
Ma potrebbe aver sbagliato a trascrivere l'impiegato comunale!: questo pensiero, suffragato da una copiosa e colorita aneddotica, fu l'ultimo sostegno cui Matilde Agosti si aggrappò, pur nella consapevolezza che, così basata, la sua latente positività era destinata a rimanere per lei materia di fede, non già di ragione.
Ebbene (ma il Ma...?), la storia che segue, è e deve essere considerata la storia di un "Ma".
Ma di quel "Ma".
Il topless di Matilde Agosti
Il mare in realtà la stancava e le toglieva l'appetito, eppure per nulla al mondo avrebbe rinunciato alla annuale settimana a Monterosso: sola, lontana da ogni domesticità figlio-marito, immersa nella folla epidermica dei bagnanti d'agosto. Magari in topless. Matilde Agosti si riproponeva ogni anno di liquidare il reggiseno del costume, e ciò per due ordini di motivi, convergenti quanto all'effetto ma intrinsecamente opposti.
Da una parte stava infatti un certo retaggio generazionale, i trascorsi garibaldini del sessantotto, femministi ed iconoclasti, di cui quella settimana rimaneva un feticcio diacronico. Matilde si sentiva in qualche modo umiliata dalla disinvoltura con cui le figlie del riflusso esponevano al sole i loro seni acerbi, incapaci, lei insegnante conosceva bene l'odierna adolescenza, di comprendere la portata storica di quel gesto.
C'era poi l'altro motivo, tutto del presente, ed era che malgrado appena un sospetto di cellulite, che infatti più non era, sapeva di essere bella e si sentiva in difetto verso la stessa propria bellezza, che per anni non aveva degnato di alcun riguardo. Bene, questa del 1985 sarebbe stata l'estate del suo seno nudo, anche perché a trentadue anni certe decisioni bisogna prenderle o abbandonarle, rinviarle in nessun caso.
Il primo giorno, dopo aver un po' tergiversato se partire senza o toglierlo in spiaggia, decise per la seconda soluzione, perché solo così avrebbe potuto dare a quel gesto quel che di rituale che lei vi vedeva. Però già per strada si rese conto che sfilarlo aveva anche molto di volgare, spogliarellistico, malizioso, del tutto contrario alle sue intenzioni. Il suo avrebbe dovuto essere soprattutto un topless di libertà e non ridursi a un semplice topless di vanità.
Matilde Agosti giaceva supina sul bell' asciugamano blu di spugna americana, studiando mentalmente i gesti da farsi per sfilare l'indumento evitando lo spogliarellistico: decise di farlo con aria insofferente, esattamente come se le desse un gran fastidio e già aveva contratto le labbra in una espressione quasi di dolore, mentre le dita percorrevano la schiena alla ricerca del fettuccino penzolante, quando una secchiellata d'acqua, maldestramente gettata da un ragazzino verso un amico, la colpì in pieno, privandola di quella serenità da aspetto che riteneva necessaria al momento.
Del resto, a ben pensarci, fingere fastidio sarebbe stato un’ imperdonabile ipocrisia: se lo si fa lo si deve fare con risolutezza, senza altri fini che il volerlo fare. Matilde Agosti ringraziò tra sé il secchio d'acqua che le aveva impedito di fare male quello che avrebbe fatto bene il giorno dopo.
Le cose proseguirono più o meno allo stesso modo per i giorni seguenti, nell'antagonismo tra intenzioni e fattori esterni, una volta il maltempo, una volta l'incontro imprevisto con un suo vecchio professore di università, che la indusse a cercarsi addosso con sguardo d'apprensione il reggiseno e a ringraziarlo di trovarsi disciplinatamente al proprio posto.
Il quarto giorno Matilde Agosti maledisse la sua dannata carnagione olivastra, così facile ad abbronzare che in poco tempo si era ritrovata il corpo marchiato da un vistoso segno del costume, che mandava all'aria i suoi progetti: sarebbe stata ridicola tutta nera con quei due occhielli bianchi, ridicola da entrambi i punti di vista, e da quello dell'audacia, scopertamente tardiva, e da quello dell'estetica.
Il quinto, con un certo anticipo sui tempi soliti che la registravano nella serata tra il sesto e il settimo, fu il giorno della crisi, della messa in discussione di se stessa: la sua era una sciocca, irrazionale eppure inscalzabile pudibonderia: l'educazione tradizionalista, la famiglia cattolica lasciano strascichi profondi nel subconscio, che se non hanno presa a livello critico, certo ne hanno, e potentissima, a livello emozionale. In serata, seduta al bar dell'Hotel, con davanti il suo bravo "ond the rocks", il discorso le prese una piega dotta, citò a se stessa la Bibbia, Bacone, Locke, Rousseau, Bergson, Nietzsche, per approdare infine a Pirandello e alla faccenda di chi si guarda vivere, e comprese la differenza di atteggiamento tra lei e le ventenni, capì che le sue reticenze a compiere quello sciocco gesto derivavano dall'eccessivo teorizzarlo, dal non sapersi andare al desiderio del momento, e la sua crisi raggiunse per questa via il proprio fondo.
Il giorno seguente Matilde Agosti si svegliò ritemprata e fece il suo ingresso in spiaggia in un costume nuovo, tutto oriente e luccichii, rigorosamente intero. Sì, forse è vera la questione del pudore ecc. ma è anche vero che il topless rappresenta una falsa libertà, è ostentazione di quell'audacia di costumi che, Boccaccio docet, è caratteristica di un certo strato sociale, a cui non era il caso di rafforzare i segni di appartenenza. Matilde Agosti si rimproverava bonaria, aveva travestito idealmente la pura e semplice vanità, la voglia di farsi vedere seminuda e magari di concedersi qualche diversivo alla sessualità coniugale, nulla di male beninteso, ma certo da non radicalizzare.
L'ultimo giorno, dopo una bella nuotata, si soffermò a guardare la folla d'agosto giocare nel bagnasciuga, a scrutarne il linguaggio, tentando di soppesarne la cultura; mentre osservava due cicaleccianti decerebrate su venti-venticinque, a ben vedere una poteva averne anche più di trenta, a seno nudo con stupida quanto ipocrita disinvoltura, a Matilde Agosti fu in definitiva evidente come il topless sia in realtà solo una borghesissima arma di seduzione, ben lontana dalla franchezza epidermica delle donne indigene, loro sì al di là dei pregiudizi della vecchia Europa.
E soprattutto c'è che il topless manca di radicalità, il nudismo ad esempio è un'altra cosa. Matilde lavò le stuoie in acqua dolce e le mise ad asciugare al sole; mentre attendeva per poi ripiegarle e congedarne la funzione fino all'altra estate, ricordò di essere giunta anche l'anno precedente a simili conclusioni, magari con minore determinazione. Uscì dalla spiaggia decisa a trascorrere la settimana balneare ottantasei al campo nudisti. Ma mentre faceva la valigia già si domandava se però l'idea di un campo nudisti non contenga un'insidia di fondo, finché, estenuata nello spirito, decise di rinviare l' analisi al lungo inverno della sua Torino.
Matilde Agosti, malgrado si fermasse una sola settimina all'anno, era ben nota ai bagnanti degli ombrelloni vicini anch'essi sempre i soliti, perché lei sì era una donna che un marito poteva permettersi di lasciare sola al mare: schiva riservata, non dava confidenza a nessuno, la vera mogliemadre modello, immersa nelle sue preoccupazioni familiari. Forse soffriva di apprensività, forse di gelosia: si vedeva che quella settimana di lontananza, probabilmente subita, magari per motivi di salute, le pesava moltissimo.
La casa di Matilde Agosti
La casa di Matilde Agosti, quella dove aveva preso alloggio in seguito al matrimonio con Stefano Campochiesa, avvocato civilista, era sistemata in quello che lei chiamava onesto disordine ma che gli altri definivano altrimenti, chi dantescamente bolgia, chi, più classico, caos, chi, più popolare, casino, o, popolar-saputo, bordello, chi, sua madre, festa a Napoli.
E a lei l'ordine sarebbe piaciuto ma non le riusciva mai di realizzarlo o, per lo meno, non del tutto. Il fatto è che alle prese con le faccende domestiche, o con il quotidiano riassetto del manomesso (anche questa è una sua espressione), Matilde Agosti, in Campochiesa, da intellettuale di buona scuola si sentiva un po' sprecatella.
Così accadeva che, mentre era intenta a stirare, le venisse in mente il suo Huizinga, iniziato dieci giorni prima e non ancora finito, oppure di non conoscere nulla del pensiero teologico irlandese o del rapporto esistente tra medicina omeopatica e filosofia orientale. Allora, avvinta nel pensiero di queste e di più allarmanti omissioni, oppure trainata lontano da vari collegamenti di idee, finiva ogni volta per bruciare qualcosa; anzi, chissà per quale motivo, si trattava sempre di una camicia di Stefano Campochiesa avvocato civilista, suo marito. Allora si innervosiva, strappava dalla presa la spina del ferro, si gettava bocconi sul letto e mandava al diavolo la sua distrazione, i lavori domestici, le camicie dei mariti, e in ultimo lui, e Stefano Campochiesa, l'insipiente integratissimo.
Quando poi si trattava di riassettare, non faceva che spostare le cose per la casa, senza trovarvi mai definitivo ricovero. Probabilmente cercava così un compromesso tra le sue omissioni. Tra quella di ordine pratico, che sarebbe nata dal lasciare, ad esempio, sul tavolino del salotto la bottiglia del Martini e i bicchieri sporchi, e quella di ordine teorico, che sarebbe derivata dal concentrarsi troppo su quelle faccende, dimenticandosi di pascolare la mente.
Per cui Matilde Agosti, se non metteva a posto la bottiglia, o ciò di cui si trattava, nemmeno la lasciava dov'era: la spostava da un luogo all'altro, riservando a un non meglio determinato "dopo" ulteriore collocazione. Sì, perché di tappe ne erano prevedibili almeno ancora un paio, variamente distribuite nel tempo, prima che gli oggetti riuscissero a riguadagnare il proprio convenzionale rifugio, ciò che poi non accadeva pressoché mai, perché nel frattempo il Martini, tanto per mantenere l'esempio, faceva in tempo a servire nuovamente e quindi a ritornare alla partenza come nel gioco dell'oca.
Anzi, la casa di Matilde Agosti, segnata da un progressivo dinamismo degli oggetti, che la percorrevano avantindietro con scarsissime speranze di traguardo, era propriamente un grande gioco dell'oca.
E lo erano anche, per converso, le sue letture; infatti il tempo risparmiato sulla collocazione degli oggetti, Matilde lo spendeva nell'aprire un libro e leggerne qualche pagina, sempre in fretta e senza mai giungere alla fine di un capitolo, quando non di una pagina o di un capoverso. Perché a quel punto, all'improvviso le veniva in mente di dover finire di stirare il collo della camicia, o di annaffiare le piante oramai avvezze ad una stato di semimorte costante o, semplicemente, che forse il Martini sul coperchio del water era un'esagerazione. Allora sospendeva la lettura per tornarvi poco dopo allo stesso modo e con pari sequenze. Insomma, anche qui, prima della fine capitolo, Matilde si accorgeva di aver letto distrattamente e di non aver ritenuto nulla e che, allora, sarebbe stato meglio riprendere da capo, per capire almeno qualcosina in più.
Alla fine di una giornata spesa tutta in simili singulti, Matilde Agosti era stremata di fatica. Letteralmente accasciata sui cuscini, rosa dall'insoddisfazione, diceva con un filo di voce,
tanta gliene consentiva l'energia superstite, a mo' di pensierino della sera: "matrimonio e vocazione intellettuale sono inconciliabili".
Lo diceva un po' tra sé, un po' al marito, il Campochiesa, che ogni volta le tastava il polso e le saggiava la fronte senza riuscire a capire come potesse sua moglie, una donna giovane e in generale di buona salute, essere così sfinita, e che lo fosse non vi era alcun dubbio, per aver stirato tre quarti di camicia, aver spostato di due metri e mezzo una bottiglia, aver lavato un quinto del pavimento di cucina e aver letto due pagine di Francesco Alberoni, lei che un tempo affrontava ore di Kant senza battere ciglio. E tutto ciò in un’ intera giornata!
Va detto, per essere giusti, che il pover’ uomo, quando spegneva la luce e si voltava sul fianco destro, era sinceramente preoccupato e ogni volta si riprometteva di consultare uno specialista e, intento a studiare il modo per farlo senza allarmare Matilde, finiva per addormentarsi, mentre lei, Matilde, preventivava l'indomani più o meno così: "devo stirare i pantaloni, lucidare i pavimenti, sbrinare il frigorifero. Però, dovrei proprio rileggermi Il lupo della steppa". Allora accendeva la luce del suo comodino, si alzava, andava alla libreria, prendeva il libro, tornava a letto e cominciava a leggere. Poi pensava che forse era meglio limitarsi a rileggere il passaggio che la interessava, ma mentre era intenta a cercarlo, considerava che se non si fosse concessa un buon riposo, le camicie e il resto l'avrebbero trovata l'indomani priva di energia. Allora posava il libro, che veniva così introdotto nel gioco dell'oca generale, e spegneva la luce per poi ripensarci ecceteraecceteraeccetera. Insomma, chi avesse guardato la camera dei Campochiesa dall'esterno, da quanto ne poteva filtrare dalle fessure delle tapparelle, avrebbe di certo pensato che l'illuminazione vi fosse regolata da un sistema ad intermittenza come quelli dell'albero di Natale
Matilde Agosti: confronto generazionale su tema.
Ma che cosa significa, infine, "timidezza"? Cercherò di spiegarmi con un esempio che mi deriva da antica incistata esperienza: ammettiamo che, dopo che abbiamo parlato, non occorre aver pronunciato aforismi chissaquali ma basta una banale considerazione sul tempo di quelle che si fanno coi compagni di ascensore, un nostro interlocutore, sfoderando per intero la mimica del non ho capito, e per "capito" intendo il livello sensoriale della faccenda ovvero la recezione uditiva, ci domandi: "cosa?", ebbene, se apparteniamo alla schiera dei timidi, penseremo: "oddio, non so parlare!". Se invece il nostro pensiero sarà il seguente: " ‘sto qui è sordo", allora significa che non siamo timidi, ovvero, per adeguarci linguisticamente all'epoca del "non finito" e del "non vedente", che siamo dei "non timidi", ovvero ancora, se vogliamo esprimerci al positivo, come conviene al nostro temperamento, che siamo dei guardadritto.
Viceversa, se il nostro ruolo è quello del tizio che non ha capito, se siamo timidi penseremo, impantanati nella mimica del povero me, "oddio, sono sordo!", se guardadritto: "ma come parla 'sto qui?".
Se poi vogliamo fare un esempio più generico e meno settorialmente sensoriale, possiamo considerare una donna che non incontra sguardi maschili, non si dice mai ma in un determinato giorno o periodo, se è timida, penserà: "oddio (pare che questa interiezione sia un vero e proprio idioletto della timidezza, così come l'apostrofe 'sto/a/i/e qui lo è della spigliatezza), sono proprio una cesso!"; in caso contrario il suo pensiero sarà invece il seguente: "che uomini, 'sti qui, non ne ho incontrato uno che s'intenda di donne".
Ebbene, Matilde Agosti apparteneva alla categoria dei timidi, mentre sua madre, la signora Ernesta Franzone in Agosti, a quella dei guardadritto e va da sé che Matilde Agosti, data la premessa, non ebbe una giovinezza delle più facili.
La toilette
La differenza di cui ho detto segnava lo scandirsi del loro quotidiano, ad iniziare dal momento del risveglio o, per meglio dire, della frequentazione mattutina dello specchio. Ad Ernesta Franzone in Agosti era sufficiente una breve sosta, il tempo di confermare la propria immagine, pur coi dovuti ritocchi: due spazzolate, un po' di rossetto sulle labbra e sulle guance, un'innaffiatina di colonia classica. L'operazione veniva consumata con tale fretta e pressappochismo, che in genere l'ultima immagine che Ernesta Franzone in Agosti prestava allo specchio era molto peggiore della prima. Matilde Agosti invece vi giungeva davanti con gli occhi ancora zeppi di sonno, vi lanciava un primo sguardo di disgusto, si lavava la faccia in punta di dita come i gatti, -sua madre quando si era lavata la faccia lo aveva fatto a piene mani con bell' effetto quasi alpestre di sciacquio-, poi riprendeva a guardarsi, questa volta con attenzione. Certo così, con addosso il turgore del sonno, non poteva dirsi al massimo della forma, ma lei non poteva fare a meno di dubitare che quella fosse natura mentre l'aspetto che di lì a poco avrebbe guadagnato con l'igiene puntuale e il trucco sapiente, mistificazione.
L'essere e il non essere -Matilde Agosti era molto colta-, il noumeno e il fenomeno, la struttura e la sovrastruttura, la maschera e il volto, il volto e la maschera: al diavolo!
Talvolta una sorta di autolesionismo estetico la conduceva a farsi boccacce, fare l'imitazione della scimmia, deformarsi le palpebre, senza cessare di guardarsi negli occhi con sfida sprezzante. Nel bagno Matilde Agosti sostava a lungo; man mano che il suo aspetto rinveniva, lei riprendeva vigore ed euforia e iniziava a canticchiare, poi a cantare con grande impegno mimando a se stessa espressioni da diva tra i riflettori. Fino a che Ernesta Franzone in Agosti, spazientita, prendeva a bussare, non tanto perché avesse bisogno del bagno quanto per principio, perché riteneva moralmente inconcepibile perdere tanto tempo lì dentro, a cantare poi.
Allora avveniva il primo scontro della giornata tra la madre e la figlia. Matilde Agosti, truccata con fine maestria, non mancava di rimarcare aspramente l'impastrocchiamento della madre, concludendo ogni volta con le parole: "Io al posto tuo avrei vergogna a farmi vedere in giro". Ma intanto Ernesta Franzone in Agosti quando usciva incedeva sicura e quasi trionfale, disdegnando del tutto quei finestrini, vetrine, specchi, insomma tutte quelle superfici riflettenti in cui la figlia, come il Vitangelo Moscarda di pirandelliana memoria, cercava, ogni volta con ansia, la propria immagine.
Nichilismo e capelli
Matilde Agosti impersonava quello che si può dire un'intellettuale, laureata com'era in filosofia del religioso con una tesi dal titolo "Nulla, morte, silenzio: la trilogia del nichilismo universale". E certo Matilde era molto incline alla sofferenza teoretica. Aveva un profondissimo senso del "malum mundi" e della "vanitas vanitatum", che di tanto in tanto raggiungeva il livello di vera e propria angoscia esistenziale. Matilde Agosti aveva fatto qualche tentativo per trasmettere tale disperazione, che lei riteneva vera e propria chicca dell'intelligenza, a sua madre, argomentando, inferendo, citando. Ma Ernesta Franzone in Agosti rimaneva del tutto ottusa dinanzi a tanto ed ogni volta tirava fuori la più disperante delle risposte: "tu hai bisogno di una bella cura di ricostituenti, figlia mia". Oppure, quando il suo sgomento era tale da sbarrare pro tempore la dimensione futura: "lo dicevo io che sarebbe stato meglio che tu avessi studiato da ragioniere, adesso lavoreresti già nell'ufficio dello zio Guglielmo e non avresti tanti grilli per la testa”. In quei casi Matilde Agosti faceva davvero esperienza di una solitudine profonda, di un privilegio scomodo e di quanto fosse bestiona sua madre.
Con gli anni però il pessimismo di Matilde Agosti andò smorzandosi e, anzi, le sue crisi di angoscia si diradarono fin quasi a sparire. Ciò avvenne non perché avesse trovato una risposta alle eterne domande, né per rassegnazione, e nemmeno per un cambio di scuola filosofica. Ciò avvenne perché Matilde Agosti aveva capito, con l'esperienza, che esisteva una puntuale concomitanza tra le crisi di nichilismo e i capelli sporchi.
I capelli: dai tempi di Sansone la fanno da protagonisti sugli umani destini! Il dolore universale di Matilde era sì universale ma diventava tale a partire dalla consapevolezza di avere i capelli sporchi, sebacei, ribelli. In realtà li lavava ogni quattro giorni ma erano capelli difficili, non fortifoltiebelli come quelli di Ernesta Franzone in Agosti, sua madre.
Matilde Agosti con la tendenza a generalizzare che costituiva il suo specifico culturale, concluse che doveva certo esistere una correlazione tra la tendenza a valutare il mondo e la situazione dei capelli e che, certo, gli shampo al PH neutro, quelli da usare ogni giorno, i baby shampo avrebbero mutato la generale visione della vita, prodotto un'umanità più positiva e ridotto l'incomprensione tra lei e la madre.
E Matilde Agosti trovò anche il modo di tranquillizzare la sua vocazione intellettuale, sì perché far risalire ad una banale produzione sebacea il grande pensiero rischiava di farne precipitare il senso, considerando l'intera faccenda come un passo dal platonismo verso l'aristotelismo.
Ma lei, Ernesta Franzone in Agosti, si dimostrò anche in quel frangente di un' intolleranza assoluta e, incapace di cogliere il nesso tra i capelli e senso della vita, e anche solo capire il chimismo dei nuovi shampo, continuò a sostenere che i capelli a lavarli troppo si rovinano e a bussare ogni mattina con sempre più vigore alla porta del bagno, nel quale Matilde, ora che lavava anche i capelli, sostava ancora più a lungo.
Il figlio di Matilde Agosti. La scelta del nome.La prole di Matilde Agosti fu oggetto di conflitti psicoculturali a partire dalla scelta del nome.
Stefano Campochiesa era per un nome di famiglia, che ricordasse un congiunto di chiaro merito, Ciro, ad esempio, come suo padre, uomo retto e generoso; Felice, come il fratello di suo padre, ovvero suo zio, che gli somigliava fisicamente; oppure Enea, il fratello di sua madre, un po' scavezzacollo ma intelligente ed arguto; o Ambrogio, nome del suo nonno materno, che gli aveva voluto tanto bene; o Luigino, quello del nonno paterno, che si era distinto in guerra e nel lavoro.
La lista si allungava fino ad abbracciare i trisavoli, i prozìi e qualche cugino in seconda dei genitori, andando dai Remigio ai Poldo, dai Leonida ai Filippo Maria, con un paio di svirgolate su Giangiò e Toti, forme contratte i cui nomi d'origine erano pressoché irrintracciabili.
Quanto a Ernesta Franzone in Agosti, conformemente al suo "spirto guerrier", amava i nomi maschi, con bei suoni gutturali o con tante erre, meglio se le due cose insieme, come Gherardo, da preferirsi a Gerardo, Goffredo, Riccardo, Corrado, Ruggero, Ermanno, Tancredi ecc. Siccome poi Ernesta Franzone in Agosti era sì "guerrier" ma era anche mediterraneamente mamma, per ognuno di quei nomi aveva previsto un vezzeggiativo da usarsi per i primi dieci-undici anni. Così Gherardo sarebbe stato Gerry, Goffredo Dido, Riccardo Riki, Corrado Dodo, Ruggero Geigi, Ermanno Manno, Tancredi Tatan ecc.
Quanto a Matilde Agosti, la futura mamma era contraria ai nomi di famiglia, ai nomi con suono guerriero in odore di maschilismo, e soprattutto alla erre, che aveva moscia.
Era invece per nomi di ascendenza dotta: Emanuele, come Kant, Eugenio, come Montale, Dante come Dante, Tiziano come Tiziano, Giorgio come Giorgio Luzi Garofano, il professore col quale si era laureata.
Chi invece non aveva ancora proposto nulla, nemmeno un nomignolo, era il signor Renato Agosti, commerciante di stoffe in pensione e padre di Matilde, tanto sapeva bene che qualsiasi cosa avesse azzardato dire, il genero si sarebbe voltato verso l'alto, la figlia verso il basso e la moglie avrebbe esclamato: "per piacere, Renato, ci manca solo che ti ci metta tu!".
Era questa una frase ricorrente, che per di più trovava, e in questo c'era dello straordinario, il tacito ma sicuro consenso dell'intera famiglia, e ogni volta veniva pronunciata con un tale allarme, detto e mimato, come se il mite commerciante di stoffe in pensione possedesse una qualche misteriosa e dirompente energia catastrofistica, assolutamente da scongiurarsi, pena chissà quali cataclismi naturali ed artificiali. Gli veniva detta un po' come un mingherlino, impegnato allo spasimo nel tiro alla fune con un antagonista di pari forza, , questione di vita o di morte, l'avrebbe, disperatamente e con tutto il pathos del dramma, rivolta a Maciste in procinto di dare man forte all' avversario.
Tutto ciò non mancava di sconcertare Renato Agosti, che non sapeva se lusingarsene sentendosi, appunto, il Maciste della situazione, offendersene, sentendosi il Silvestrogattomaldestro, o amareggiarsene, traducendo il tutto in un volgarissimo "taci tu che sei scemo". Nel dubbio, e in attesa di ulteriori indizi, riprendeva la lettura del suo eterno Corriere dove l'aveva incautamente interrotta.
Ma la posizione del signor Renato Agosti era anche più sfumata e complessa: capitava talvolta, quando la tenzone anziché risolversi si inaspriva al parossismo, che alla fin fine i tre si rivolgessero a lui, il genero con un "lei, signor suocero...", frase a conclusione gestuale, in un perentorio gesto a forbice delle mani in parallelo tra loro e col pavimento, a significare: "niente di niente"; la figlia con un semplice sguardo la cui ostilità non era certo dozzinale come quella del marito, ma profonda, sofisticata, filosofica, a esprimere una sofferenza di tipo ontologico, a significare qualcosa come: "perché esisti?", "perché in questo arcano e terribile dell'esistenza universale c'è posto per un lumacone quale tu sei?". Quanto alla moglie, le parole di rito erano sempre le stesse: "tu naturalmente che fai? Taci!" seguite, con improvviso cambio di pronome e di interlocutore, dal solito finale di gusto catastrofistico: "Potrebbe cadere il mondo che lui non alza nemmeno ma nemmeno gli occhi da quel maledetto giornale" e, con altrettanto improvviso ritorno del "tu": "beato menefreghismo! Camperai mille anni, Renato!".
Per evitare tutto questo lui, pur con gli occhi al giornale, non mancava mai di stare sornionamente all' erta, pronto a scattare nel momento in cui avesse colto nell'aria il precipitare di questa seconda evenienza che, nella circostanza del nome, si verificò il giorno dello scontro cruciale, a cui i tre contendenti erano giunti agguerriti e molto preparati, ben decisi a non cedere. Determinazione che venne mantenuta anche quando la stanchezza di dieci ore aveva fatto subentrare il desiderio del compromesso o, meglio, ciascuno auspicava un compromesso che in realtà soddisfacesse soprattutto le proprie condizioni, gettando fumo negli occhi agli avversari. Anche questo sembrava però impossibile, dal momento, ed era qui il vero ostacolo, che nessuno in casa Campochiesa pareva possedere nomi virili dal suono maschio e gutturale. Fu a questo punto che il signor Renato Agosti, commerciante di stoffe in pensione, drizzò le orecchie cogliendo imminente il pericolo e, con sperimentata maestria, mentre i tre sguardi, sfatti dalla fatica e abbruttiti dal dispetto, stavano lentamente percorrendo la traiettoria che portava a lui, uscì con la sua fragrante opinione: "non vi piace Agostino? Tanto bello!" E assolto il suo compito, si ricalò nella lettura del Corriere. In realtà, Agostino lo aveva colto al volo allo scattare dell'emergenza, dalle pagine della cronaca nera, e precisamente da un articolo riguardante certo Agostino Mulenà detto Mulino, strangolatore e maniaco sessuale. Va detto, a sua scusante, che Renato Agosti non lo aveva fatto per irriverenza ma per disperazione; del resto, il poveruomo mai avrebbe presagito quello che seguì alla sua sortita. Sì, perché nella migliore delle ipotesi, se proprio il momento scelto per l'intervento fosse stato quello giusto, ma proprio quello giusto, cosa di difficilissima individuazione, Renato Agosti poteva sperare che quanto da lui proferito cadesse nel vuoto e i tre tornassero a dimenticare del tutto la sua presenza per rituffarsi nel loro affaticante confronto. E questa era la migliore delle ipotesi, che si articolavano poi in una smilza gamma di possibilità negative, all'altro cui estremo stava il "se tacevi era meglio" di Ernesta Franzone in Agosti, sua moglie, con sfumature di tono articolate secondo la gravità del caso.
Comunque, lui era ben riparato dalla sua già rimarcata capacità di immergersi repentinamente nella lettura del giornale, con totale estraneazione da quanto gli avveniva intorno,capacità che aveva via via affinato per ragioni darwiniane nel corso della sua vita matrimoniale e della sua esperienza di padre, e ciò fece anche in quella circostanza, così che, dopo circa un'ora, tempo da lui giudicato di sicurezza, quando tornò a prestare, con ben calibrata gradualità di attenzione, ascolto al diverbio, fu sorpreso nel trovare un'atmosfera ben diversa da quella in cui lo aveva lasciato: pacata, rasserenata, addirittura giuliva, nella quale il nome Agostino rimbalzava, cullato coccolato vezzeggiato, dall'una all'altra bocca.
Quasi si spaventò quando sua moglie gli porse un "flute" di spumante semi vuoto, si erano infatti ricordati di lui con un po' di ritardo sui tempi del brindisi, cinguettandogli: "cin cin per il nostro vecchione che ha trovato il nome per il suo nipotino", e tutti che lo guardavano sfigurati dalla stanchezza ma felici e riconoscenti.
Senza che lui avesse potuto minimamente presentirlo, quello era il nome.
Esisteva infatti per Matilde un richiamo filosofico, a Sant'Agostino, esponente massimo della Patristica medievale e fonte ispiratrice di tanta meditazione contemporanea. Nella famiglia Campochiesa figurava poi un Agostino, fratello della moglie dello zio paterno di Stefano, uomo che, se non altro, almeno sapeva stare al suo posto. Più difficile era stato far incassare a Ernesta Franzone in Agosti la assenza di erre e, soprattutto, quell' ino finale, e ci si era riusciti solo calcando quel ben gutturale Agos, che le si consentì di raddoppiare nel nomignolo Agosgos.
Del resto, Agostino portava nel nome del piccolo Campochiesa qualcosa del cognome materno, cosa che piacque quanto mai alla nonna e che portò una ventata di riabilitazione nei confronti della pudica furbizia del commerciante di stoffe in pensione, che lei credeva l'avesse scelto proprio in ragione di quella parentela linguistica ma che, in realtà, come già detto, lo aveva letteralmente "scippato", al precipitare della situazione, a un maniaco sessuale stupratore e assassino, Agostino Mulenà detto Mulino, ciò che il poveruomo mai poté né dimenticare né perdonarsi, e questo dramma, vissuto in solitudine, dal momento che a confidarlo se ne sarebbe ben guardato, era destinato ad opprimergli la coscienza per tutta la vita.
Certo, quello che i suoi familiari non sarebbero mai riusciti a capire, anche se avrebbero finito per attribuirlo alla sua stramberia, è il motivo per cui, dopo aver in maniera tanto brillante scelto il nome del nipote, per tutta la vita sarebbe stato l'unico della famiglia a evitare di pronunciarlo, quasi ne avesse orrore, chiamando il piccolo talvolta bimbo, talaltra piccolo, qualche volta, in vena di particolare tenerezza, pissipissi e, ciò che poi avrebbe finito per diventare definitivo, compromettendo irrimediabilmente il suo grado di familiarità col nipotino, Campochiesino, che con gli anni si sarebbe abbreviato nel meno
infantile ma non meno grottesco Campochì: “ poi tuo padre si stupisce che non gli si dà retta “. E non è il caso di riferire la citazione
Il cane di Matilde Agosti
N
eppure l'ingresso di un cane, in casa Agosti-Campochiesa, fu immune da travagli psicologici: sulla povera bestia si proiettarono simbologie socio-culturali con valenze biografiche e ascendenze filosofiche e persino psicoanalitiche complesse e soprattutto sofferte. Per fortuna però lui, l'animale, sia detto con leopardiana riserva, non ne fu mai consapevole e visse con la giocosa innocenza di un cane normale.Per la verità faccenda del cane era già all'origine impostata all'insegna del conflitto, dal momento che a decidere per esso fu l'allora non ancora marito, ma già avvocato civilista, Stefano Campochiesa, proprio il giorno in cui Matilde accettò di fissare la data del matrimonio.
L'animale era cioè stato chiamato dal Campochiesa a fungere da elemento rappresentativo: un pegno, una promessa nuziale o, più ancora, un simbolo vivente ancorché tangibile, un frammento anticipato insomma della loro realtà matrimoniale, dal momento che l'avrebbe condivisa con loro "nellabuonaenellacattiva".
Fissare quella data era stato per Matilde lo sbocco di un profondo travaglio interiore che travalicava i confini personali per ribaltarsi in un crocevia storico-generazionale, dove sessantotto e dintorni cedevano il passo al riflusso e dove la voglia di rivoluzione si incanalava nei più logori desiderata borghesi in una sorta di venefica consustanzialità. Matilde Agosti, in barba ai trascorsi egualitaristi marxisti femministi, avrebbe sposato un rampollo della Torino bene, di origini addirittura aristocratiche, dal momento che vantava ascendenze sabaude, del ramo Campochiesa-La Loubatière.
Ma, riflettendo, Matilde Agosti si scagionava: che colpa poteva averne lei? Si era semplicemente innamorata di un bel giovanotto con gli occhi neri senza minimamente conoscerne le referenze socio-genetiche. Del resto, i pregiudizi alla rovescia sono altrettanto ingiusti e disonesti quanto quelli contro cui tanto si era lottato, e se non li si era potuti evitare in una prima fase della presa di coscienza, lo si doveva fare in fase matura.
Ma la riflessione di Matilde Agosti non poteva fermarsi a questo modesto livello di complicazione, mancando di considerare come, a ben pensare, Stefano rivelasse immediatamente nella figura, nel linguaggio e nei modi il suo status sociale che quindi, con tutta probabilità stava, luciferino, all'origine della fatale attrazione. Un paio di occhi neri, infatti, non era certo sufficiente -Matilde non poteva sottovalutarsi a tal punto- anche perché, a ben guardare, gli occhi di Stefano erano sì neri ma anziché esoticamente affusolati sporgevano con un accenno di bombatura che vi sottraeva profondità e talvolta perfino intelligenza. Ma la riflessione cominciava ad attorcigliarsi: che cosa c'era poi di male in tale attrazione per un individuo tanto diverso dal proprio modo di essere? A monte stava la diatriba filosofica tra Empedocle e Anassagora o, più semplicemente, l'alternativa tra due proverbi del nutrito repertorio di Ernesta Franzone in Agosti: "chi si somiglia si piglia" e "il mare tira il monte e il bianco il nero". Nel primo caso l'attrazione testimonierebbe dinamiche di somiglianza, nel secondo di complementarietà e, quindi, il fatto di essersi innamorata di Stefano Campochiesa de la Loubatière, avvocato civilista dal sicuro avvenire, avrebbe rappresentato, sempre che valga la seconda ipotesi, una verifica di coerenza.
Comunque stessero le cose, in attesa di lumi interiori, Matilde Agosti aveva nascosto per mesi l'identità dell'amato-bene alle compagne barricadiere di un tempo, fino a che qualcuna non l'aveva smascherata mettendola alla berlina di se stessa.
In realtà, tutte si erano dimostrate molto tolleranti, nessuna le aveva fatto pesare la defezione, anzi, per consolarla, Romana Albini aveva annunciato le sue prossime nozze col figlio di un orefice;
Stefania Melis quelle con un ex play-boy di Cattolica; Annarita Luperini confessato di aver avuto, proprio nei tempi eroici, una relazione con un bancario sposato e Paola Arnaud di essere incinta di un carabiniere. In effetti -si dissero con qualche circonvoluzione linguistica in più- il mondo si può, anzi “si deve” cambiare per via evolutiva e riconoscerlo è salutare autocritica storica. Vale la pena, anche quando è moralmente gravoso, di penetrare all'interno del sistema, per correggerlo educativamente fino a trasformarlo. Il matrimonio Agosti-Campochiesa andava letto in quell' ottica, non come tradimento e nemmeno come abbandono.
Fu così che, più serena nei confronti di se stessa, anche se non del tutto tranquilla, Matilde, all'indomani di quel faccia a faccia fissò la data delle nozze e fidanzata il fatidico cane, per Matilde Agosti il primo cimento concreto nella nuova direzione, la prima resa dei conti: che cane avrebbe dovuto essere il cane di Matilde Campochiesa?
Il cane di Matilde Agosti, infatti, non avrebbe potuto essere che un meticcio, possibilmente prelevato dal canile municipale, e possibilmente sulla soglia della camera a gas. Ma il cane che stava per arrivare sarebbe stato un cane Campochiesa e in casa Campochiesa il piccolo meticcio provato dalla vita avrebbe avuto notevoli difficoltà di inserimento tra l'afgano dello zio Gianandrea e i tre Airedale terrier della cugina Beatrice. Nella casa del futuro marito sarebbe stato ben accetto solo un animale di prestigio, di buona razza, esso stesso status-symbol e non era buona politica traumatizzare così da subito la famiglia con una scelta anticonformista, in odor di comunismo, che avrebbe guastato la progressiva influenza che Matilde si era ripromessa di esercitarvi.
In ogni caso, le proposte di Stefano Campochiesa: un barboncino toy o uno yorkshire, da far giungere dall'Inghilterra o dall'Irlanda, razze culturalmente evocatrici di una femminilità tradizionale, furono rifiutate da Matilde Agosti; il giovane ma promettente avvocato civilista non ne afferrò fino in fondo i motivi ma convenne nel ritenere entrambi i cani da lui proposti quantitativamente deprivati e, nella considerazione che per la figlia di un commerciante le quantità dovessero giustamente contare, concesse alla fidanzata il tempo di consultare con attenzione -così lei intendeva fare- un libro sulle razze canine e le loro caratteristiche.
Dopo qualche giorno di analisi e confronto, Matilde Agosti, futura signora Campochiesa, nella circostanza ufficiale della prima visita in casa dei suoceri, annunciò solennemente la propria scelta che lasciò interdetta l'intera famiglia Campochiesa: "un podenco ibicenco, segugio spagnolo per piccola selvaggina". All'osservazione di Stefano che nessuno dei due era cacciatore, Matilde replicò lapidaria: "non esistono cani da caccia ma esistono uomini da caccia che fanno cacciatori i loro cani". Né l'immagine fotografata del cane valse a scuotere il fidanzato e i di lui genitori dalla perplessità e, anzi, Ines La Rocca Campochiesa, la futura suocera, si rivelò la più spontanea, nell'osservare: "a vederlo così, non sembrerebbe un cane di razza". Matilde, in realtà compiaciuta dell'effetto che il suo podenco ibicenco avrebbe fatto su molti, esclamò con tono quanto basta scandalizzato, che fece arrossire donna Ines: "a chi non se ne intende, forse".
In effetti era proprio come Matilde diceva e Stefano Campochiesa convenne che quello era un cane da amatori, che i veri cinofili avrebbero certo apprezzato, orgoglioso davanti ai suoi che la donna prescelta si confermasse non comune, dai gusti raffinati e, comunque, non certo volgari, scrupolosa in qualsiasi sua scelta.
A Stefano Campochiesa La Loubatière, avvocato civilista di sicuro avvenire, quel cane da amatori costò moltissimo, dal momento che si trattava di una specie rara, poco allevata e molto protetta. Quanto a lui, o meglio a lei, arrivò con volo della linea Iberia, accompagnata da certificati e assicurazioni e col nome pomposo di Esmeraldina de la Sierra Grande, che solo Stefano e la madre di Stefano si ostinarono a mantenerle, mentre Matilde lo banalizzò ed antropomorfizzò col finale Dina, Renato Agosti, il commerciante di stoffe in pensione, la chiamò Podenco e Tomaso Campochiesa, il padre di Stefano, uomo dotato di un certo humor, che viveva la situazione di consuocero all'insegna di una cordiale complementarietà: Ibicenco. Mentre Ernesta Franzone in Agosti, che di humor non ne aveva affatto, non cessò di chiamarla el cagnas e non arrivò mai a capire per quale caspita di motivo a suo genero fosse frullato in mente di spendere tanti soldi per un cane del genere e da lì le fu chiaro che nemmeno quel matrimonio avrebbe potuto recuperare sua figlia dallo stato di stramberia in cui con gli anni era scivolata sempre più.
Matilde Agosti: un 'avventura ovvero "la dilatazione del possìbile"
Matilde Agosti era uno di quelli individui che si ritrovano sprovvisti di un saldo criterio di distinzione tra il possibile e l'impossibile, nel senso che la prima tra le due categorie si trovava in lei notevolmente dilatata rispetto a quella, se non di altri, certo del torinese medio. Accadeva sovente che le suonasse se non normale quasi tale, ciò che per altri era inusitato. Pronunciare un giudizio di incredibilità non era, insomma, immediato per Matilde Agosti o, per usare l'espressione di Ernesta Franzone in Agosti, "se le dicono che un asino vola, ci crede". E questo commento da parte della madre valse anche in occasione di un'avventura occorsa a Matilde che esemplifica in pieno il tratto del suo carattere di cui ci stiamo occupando.
Era un giorno di pioggia e Matilde Agosti, allora al terzo anno di università, doveva attendere un'ora tra una lezione e la successiva, siccome era turbata da alcune preoccupazioni, preferì lasciare l'Ateneo alla ricerca di un po' di solitudine, di quel tipo mistico e profondo che solo i templi sanno offrire anche a un'agnostica quale lei era, tra gente che prega o perpetua antiche sacralità che posseggono comunque un qualche respiro dell'universalmente umano.
Matilde fu quasi divertita nel sorprendersi seduta dentro alla Chiesa della Gran Madre tra le pie donne, intente a recitare il rosario con espressione variante tra contrito, devoto e ispirato, e pensò alla vecchia zia Marianina e alla coroncina simil diamante che le abitava in tasca, a zavorra della sua sana e prorompente vitalità.
Passò poi a considerare in generale il problema della fede e la questione della confessionalità, ad operare distinguo e confronti che vedevano via via, da un lato la zia Marianina e dall'altro la Conferenza episcopale, da un lato i postulati della kantiana Ragion pratica e dall'altro l'Inquisizione spagnola, e Dostoevskji e la mentalità gesuita e via discorrendo.
Mentre era intenta a questi pensieri, notò un magro giovanotto che aveva preso posto al capo estremo della sua fila, precisamente a otto sedie da lei. Lo notò per l'aria ispirata e perché era l'unico individuo di sesso maschile e l'unico, oltre a lei, di età inferiore ai quaranta. Pur procedendo nei suoi pensieri, Matilde Agosti si accorse che la distanza tra lei e il giovanotto era misteriosamente diminuita di due sedie. Non ne pensò niente di particolare ma decise di tener d'occhio l'avvicinato vicino. Ne notò così il viso lungo e scarno, i grandi occhi febbricitanti e un'aria imbarazzata e agitatissima, di un’agitazione tutta interiore e comunque visibile, come Matilde immaginava dovessero avere i grandi attentatori quando, mescolati alla folla, sono sul punto di estrarre l'arma e colpire, concedendosi un ultimo istante di titubanza.
Matilde si agitò, comprese che qualcosa stava per accadere, qualcosa di grave, forse un attentato al sagrestano, unico rappresentante visibile in quel momento del potere temporale dei papi, e pur rendendosi conto che la cosa migliore sarebbe stata urlare, fermare il tizio, fare qualcosa, restò, come paralizzata, in fatalistica attesa degli eventi.
Il giovane si avvicinò ancora di due sedie, così da ridurre a quattro quelle che li separavano, che percorse una dopo l'altra mentre Matilde si sentiva precipitare addosso carichi insostenibili di omissione morale e di responsabilità storica, che minacciavano di sfogare nell'urlo, per Matilde simbolicamente suicida: "voglio la mamma!".
Ed ecco quello che accadde: il tizio, giunto all'ultima sedia, si gettò ai piedi della futura signora Campochiesa, e con febbricitante concitazione produsse la seguente domanda: "signorina, posso baciarle i piedi?". Allo sbigottimento di Matilde, si spiegò: "Mi sono appena confessato e il prete me lo ha dato per penitenza. Sia buona, mi lasci espiare".
Matilde Agosti, in una frazione di secondo intensificò il ritmo delle sue pensate, giungendo a concludere che pur nell'assurdità del concetto di perdono che stava a monte, non era suo diritto mancare di rispetto alle esigenze spirituali altrui e negare a quel poverocristo ciò in cui pareva disperatamente credere. Perché, e qui sta il fatto che ci interessa allo scopo di capire il nostro personaggio, Matilde Agosti non dubitò un solo istante di quanto il tizio le aveva detto e interpretò quella richiesta non come follia ma come l'applicazione fanatica e oscurantista della concezione cattolica a proposito del rapporto peccato-pena. Matilde, cioè, non interruppe il corso dei suoi pensieri precedenti ma li riprese specificandone la direzione argomentativa.
E mentre nella sua mente risaliva secoli di Tomismo e operava confronti con Agostino, senza trascurare Lutero né la questione delle indulgenze, mentre considerava l'ideologia sottesa alla tortura medievale, mentre le giostravano nel pensiero passi di Kung e di Rhaner, di S. Paolo e di Guglielmo di Ockam, mentre rievocava con antipatia encicliche papali e ottusità di teologi ufficiali, e confrontava tanta saccertà con l'ingenua fede della zia Marianina, trovò la voce per dare al penitente giovanotto la risposta che attendeva: "e va bene, ma una volta sola". E questo nella considerazione che, pur nel rispetto per le esigenze spirituali altrui, non è comunque bene assecondare il fanatismo.
Ma il fanatismo è tale proprio perché non sa darsi dei limiti e il giovane brancò una caviglia di Matilde, e prese a tempestare di baci la punta dello stivale che lei, la prescelta, cercava di ritirare dicendo: "Adesso basta. Non esageri. Sia razionale" e cose simili. Tutto ciò mentre le pie donne cominciavano a essere attirate dalla concitazione dell'ultima fila e a lanciarvi sguardi di fuoco, immediatamente ritirati e immediatamente espiati, pronti ad essere lanciati di nuovo.
Quando finalmente Matilde con uno strattone ridivenne padrona del proprio piede e il giovanotto, guardandola con espressione di deluso rimprovero, si allontanò, le donne riguadagnarono, poco a poco, il ritmo solito del rosario.
Matilde tossicchiò, si ricompose, raccolse i pensieri e poi si alzò, risoluta, alla volta del confessionale, con la ferma intenzione di discutere col mandante, ovverosia il medievale che aveva ordinato quella bella penitenza, la legittimità di una tale prescrizione, argomentando e dal punto di vista religioso e da quello filosofico, senza trascurare neppure notazioni psicologiche e antropologiche.
Matilde si inginocchiò e, al "sia lodato Gesù Cristo" del prete, avvertì subito, per onestà, di essere lì non come penitente ma come antagonista dialettica, e procedette sciorinando pari pari i pensieri messi assieme nel corso di quella sosta in Chiesa.
Fu interrotta dalla voce baritonale dell'ecclesiastico che, anziché rispondere alle sue osservazioni, esclamò alla volta del sagrestano: "Tutti qui vengono a parare i matti! Non bastava il baciapiedi." Matilde arrossì, borbottò qualcosa come: "mi scusi", ma poi ritenne doverosa una maggiore sintonia con lo spirito del luogo e recitò così, per quanto poteva ricordarselo quale la zia Marianina glielo aveva insegnato da bambina, incespicando più volte, l'atto di dolore. Non ricevendo alcuna risposta, precipitò a rinforzo, alcune parole che le piovvero nella memoria: "o Gesù d'amore acceso non ti avessi mai offeso, o mio caro e buon Gesù non ti voglio offender più".
E senza più attendere nulla si allontanò di corsa e guadagnò la porta dopo aver urtato due sedie e abbracciato, per non cadere, l'acquasantiera.
Mentre scendeva la gradinata, chissà perché, la selva dei suoi pensieri si dileguò per lasciare emergere alla sua mente un'immagine familiare, rassicurante e indisponente assieme: il volto di Ernesta Franzone in Agosti, sua madre, e la celebre, già citata frase: "se ti dicono che un asino vola...".
Matilde ebbe un vero e proprio sbocco di dispetto e, nel bel mezzo di una folla frettolosa ed umidiccia, proruppe in un urlo che serbava, nel tono, tutto il pathos disperatamente trasgressivo della peggior bestemmia: " stramaledetto asino!".
Ma dato uno sguardo all' espressione di chi le stava passando accanto, pensò bene che per quella giornata aveva davvero parlato abbastanza.
Il figlio di Matilde Agosti
M
atilde Agosti, come ci si poteva ben attendere dati i presupposti culturali, fu una madre attenta, molto attenta. Troppo attenta.Si premurò in grande anticipo di comunicare al figlio i valori universali, la profondità del meditare e le gioie del pensiero astratto.
Già durante la vita intrauterina, dopo la malaugurata scoperta da parte di sua madre che il nascituro ci sente, Agostino Campochiesa si buscò una cura intensiva di musica classica e di testi poetici indiani, rispondenti al nobile compito di introdurlo nella sfera della bellezza e dello spirito.
In culla dovette sciropparsi versi e armonie in tutte le lingue del mondo, musica che andava dal canto gregoriano al bolero di Ravel, dai suoni dell'oriente buddista a Strauss.
Questo per coltivare la propensione alle lingue e alla musica, l'apertura mentale, la disponibilità a comprendere le culture diverse.
Dopo un periodo di schizofrenia da Matilde opportunamente somatizzato ("sono i denti"), il piccolo Campochiesa si trasformò in una carta assorbente pronta a ingollare tutto quanto la grande anima della madre metteva a sua disposizione.
A due anni sapeva riconoscere De Chirico e Van Gogh, a tre Chopin, Beethoven, Bach alla sesta nota, a quattro anni recitava a memoria il primo canto della Divina Commedia, a cinque i sonetti foscoliani, a sei era risultato primo assoluto al premio Italia-Giappone per giovani pianisti, a sette era in grado di citare correttamente le Upanishad, a otto i suoi riferimenti cinematografici andavano da Bergman ad Antonioni passando per Visconti, a nove accadde quello che queste pagine si accingono a raccontare.
Alle sollecitudini culturali di Matilde si aggiungevano poi quelle aristocratiche di donna Ines, sua suocera, volte a plasmare un vero rampollo Campochiesa-La Loubatière, educato nei comportamenti, raffinato nei gusti, elegante nei gesti, compito da lei colpevolmente trascurato nei confronti dei figli, riusciti così poco Savoia, e che si presentava tanto più indifferibile data l'origine crasso borghese e i trascorsi anarcoidi della madre, per fare del piccolo Augustin, così aveva preso a chiamare il nipote, un vero giovin signore.
Ogni giovedì un'auto tirata a lucido veniva a prelevare il piccolo per condurlo negli opachi paradisi artificiali di un mondo Savoia del quale la nobilnonna era la sacerdotessa e le sue blasonate amiche la blasonata comparseria, dove pianoforti ottuagenari si sdilinquivano in artritiche toccate e fughe e dove crepuscolari pinacoteche si aprivano per offrire al neofita ghigni sabaudi e sabaude estasi, mistiche ma non troppo.
Siccome poi in casa del figlio il piccolo veniva crescendo come un libero pensatore, senza radici nella sana tradizione cattolica, ogni Giovedì si apriva con la Santa Messa, celebrata nella cappella di famiglia da certo fra Antimo Bartolommei, un tempo spasimante della giovane Ines e monacatosi a seguito del suo rifiuto. “Cappella di famiglia”era il nome con cui Ines chiamava una specie di ripostiglio da cui in fretta e furia un bel giorno aveva fatto sgombrare zappe e zappette del marito e fatto affrescare, come viene viene, dalla figlia dell'autista che era al secondo anno della scuola d'arte.
Quanto agli altri membri della famiglia, le loro posizioni erano differenziate e ininfluenti: Stefano Campochiesa era costernato e non sapeva come interpretare gli sforzi congiunti della moglie e della madre, ma siccome tutto avveniva in un'apparente reciproca tolleranza preferiva non indagare e, da buon avvocato, rinviava ogni valutazione circa il progetto educativo della moglie a quando ne sarebbero stati visibili gli effetti.
In realtà solo a un'anima candida come la sua poteva sfuggire il marasma ideologico che quella strana concordia serpentinamente covava.
Al conte Tomaso gli zeli pedagogici della moglie procuravano insperati spazi di libertà da dedicare al vitigno e anche, solito lupo con quello che perde e quello che non perde, a una sciantosetta tutto pepe che recitava nella compagnia dialettale "Bella Turin", lui che era stato amante di una cugina della bella Otero e per i cui begli occhi monache si erano smonacate e contesse si erano scontessate. Fatto sta che grazie alla faccenda che Augustin doveva diventare un giovin sabaudo, la compagnia "Bella Turin" col sostegno di tanto mecenate riuscì ad organizzare una tournée nelle valli monregalesi e a recitare perfino a Mondovì: eterno mistero dell'incrociarsi delle umane cose ovvero insostenibile leggerezza dell'essere.
Quanto ad Ernesta Franzone in Agosti, era invece diventata una furia e, dopo aver inutilmente tentato di comunicare il suo dispetto a figlia, genero e consuocero, aveva finito per riservare i suoi sfoghi venefici a lui, Renato Agosti, commerciante di stoffe in pensione nonché suo marito, che a ogni attacco rispondeva: "porta pazienza, Ernesta, vedrai che tutto si aggiusta" e si buscava la solita replica con cambio di interlocutore centrale, ritorno ed epilogo profetico: "Porta pazienza? Tutto si aggiusta? Sempre il solito lui, cadesse il mondo non muoverebbe un dito! Beata paciura, camperai cent'anni".
Aveva da pochi giorni compiuto il nono anno Agostino Campochiesa, quando, alla mamma che tutta agitata lo invitava a far presto perché il concerto sarebbe iniziato alle nove in punto ed erano già le otto e ventiduequasiventitrè, senza volgere il capo, immobile come una statua rispose: "ffanculo stronza".
Matilde si arrestò dal suo affaccendamento come se l'avesse colpita un giavellotto proprio nel centro della schiena, poi pensò di aver sicuramente frainteso, che suo figlio doveva aver detto: "Cucùlo o Mozart?".
“Il lamento del cuculo” era infatti l'operina polifonica di un anonimo del settecento che Matilde amava moltissimo perché, così lei diceva, vi ritrovava tutto il respiro esistenziale della sua adolescenza.
"Né uno né l'altro, tesoro -si affrettò a rispondere Matilde-, stasera Bizet, come hai potuto dimenticartene?".
Agostino non si mosse, non si voltò.
Matilde ebbe appena il tempo di notare la stranezza di quella sua immobilità di statua quando nuovo sentì quel colpo di giavellotto, stavolta, siccome era voltata, in pieno petto: "ffanculo stronza".
Aveva proprio detto "ffanculo stronza", altro che lamento del cuculo.
A Matilde scivolò di mano il piccolo binocolo in madreperla con impresse le iniziali ILRC, destinata reliquia di donna Ines che invece, in barba agli umani propositi, si rottamò in cento pezzi proprio come sarebbe accaduto ad un normale binocolo di bachelite: e per le famiglie Agosti Campochiesa ebbero inizio tredici mesi di guai.
Agostino quella volta rimase otto ore in stato di immobilità, con lo sguardo fisso innanzi a sé: "proiettato nell'infinito" secondo il linguaggio di Matilde, "smarrito nel vuoto" secondo quello di Ines La Rocca, "occhi da matto" secondo Ernesta Franzone in Agosti, "in effetti è strano" secondo Stefano Campochiesa, avvocato civilista, "mi ricorda il tenente Colonnello Gianfranco Manzi del decimo lancieri di Novara" secondo il conte Tomaso Agosti, "che gli sia rimasto il polpettone sullo stomaco? Ha mangiato il polpettone, no?" secondo Renato Agosti, commerciante di stoffe in pensione.
A intervalli regolari di sedici primi e otto secondi tuttavia, da quelle labbra schiuse "come un bocciolo di rosa", secondo la descrizione di donna Ines, prendeva corpo il solito osceno giavellotto "ffanculo stronza" . "E’ un grido di dolore" diceva Matilde, "ma che gente frequenta tuo figlio?" diceva Ernesta Franzone in Agosti, "in effetti è strano" era il commento di Stefano Campochiesa, avvocato civilista, "mi ricorda il soldato semplice Gaetano Locascio di corvée al quinto fanteria" quello del conte Tomaso Campochiesa La Loubatière. "Ha mangiato il polpettone, no?" diceva invece Renato Agosti, commerciante di stoffe in pensione, ma lui intanto non lo ascoltava nessuno e se il polpettone suo nipote lo avesse mangiato o no non lo sa nemmeno adesso che pure sono passati alcuni anni.
Quanto a donna Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière non diceva niente e, malgrado un'inevitabile smorfia della bocca come quella che produce il gesso stridente sulla lavagna, fingeva di non aver udito quella che era l'espressione del naufragio più indecente del suo virgulto sabaudo, solo si premurava di scongiurare l'intervento di qualsivoglia medico per non mostrare in pubblico quella immeritata vergogna, cosa che per circa quattro ore le riuscì, nella speranza che quella situazione svanisse così come era nata, con il risveglio da un incubo.
Matilde invece voleva chiamarlo il medico, ma non sapeva quale medico, se un pediatra o un neurologo o un infettivologo o, forse, un allergologo. Donna Ines prendeva sollievo da quell'incertezza e tentava anzi di alimentarla, ma dopo quattro ore di quell' andazzo, durante le quali le sue nobili orecchie erano state crudamente dilaniate dal volgare ritornello, fu lei stessa a proporre chi far intervenire: mons. Ildebrando Navarro y Gonzales, taumaturgo ed esorcista.
E Matilde Agosti vide tra lei e la suocera spalancarsi l'abisso, l'infinita distanza tra due universi culturali incommensurabili, Illuminismo e Medioevo, Roma dei Cesari e Roma dei papi.
Durante tutti quegli anni aveva tollerato e lo aveva fatto perché voleva essere tollerante. Nel contempo, Matilde Agosti era pur sempre Matilde Agosti, voleva essere tollerante perché aveva tollerato.
Traduzione: non aveva ostacolato l'azione della suocera perché riteneva proficuo che il figlio venisse a contatto con messaggi differenti e persino contrapposti, tra i quali avrebbe dovuto abituarsi a distinguere e valutare, maturando il senso della non assolutezza del vero. Su tutto ciò gravava tuttavia il sospetto di essere soltanto una cavillosa giustificazione del senso di soggezione che la suocera le incuteva e che le rendeva difficile vietare e giustificare il vietato.
Tanto più che Ernesta Franzone in Agosti, sua madre, non provava nulla di simile nei confronti della Savoiarda e manifestava disprezzo per la vigliaccheria della figlia, vigliaccheria che, Matilde rifletteva, proprio lei, sua madre, aveva prodotto con la sua dogmatica vitalità. Matilde era infatti troppo solerte nell'indagare se stessa per sfuggire alla consapevolezza del suo opportunismo.
Alla diatriba storico ideologica si aggiungeva fino a prevalere il conflitto psicologico tra Matilde Agosti e donna Ines, sua suocera, e tra Matilde Agosti ed Ernesta Franzone in Agosti, sua madre, tra Matilde Agosti e se stessa. Solo dinanzi all'altare di un figlio pietrificato Matilde avrebbe potuto, da madre straziata, trovare il coraggio per urlare a donna Ines: "Lei e la sua villa di cariatidi e le sue schifose poesie e i suoi schifosi pastrocchi di colore che ci vuole la sua facciaccia tosta a definire 'quadri' e le sue strimpellate al pianoforte che ci vuole il suo coraggio a definire 'petites divertissement'!"
Matilde avrebbe potuto trovare il coraggio per dire tutto questo ma non lo trovò o forse semplicemente preferì qualcosa di più conciso, meno definito, più allusivo e anche un tantino più popolaresco: "ma ci faccia il piacere!", così Matilde diede espressione ad un conflitto storico-ideologico-psicologioco, e ciò di per sé avrebbe costituito un incidente grave ma col tempo rimediabile se Ernesta Franzone in Agosti non fosse intervenuta a completare la frase della figlia con un bel "Savoiarda!" dove era riconoscibile tutta la soddisfazione di un piacere pregustato da anni e che finalmente si era potuta concedere.
Ora la frase nella sua interezza suonava così: "ma ci faccia il piacere, Savoiarda!" e mai e poi mai Ines La Rocca si era sentita tanto offesa in vita sua. Ma anche in lei, pure in quelle condizioni depressive, si accese una lucina, la possibilità di veder realizzato un antico desiderio, e guardò il conte Tomaso, quel marito che aveva sposato per ragioni di blasone ma che non aveva mai amato e dal quale era stata tante volte tradita, che si era giocato persino i gioielli di famiglia, che anche nella raggiunta pace dei sensi dimostrava più dedizione a un vitigno che a lei. Ma tutto questo sarebbe stato niente se quel marito avesse dimostrato nel corso della sua vita un minimo di orgoglio sabaudo. In donna Ines si accese la stessa lucina che si era accesa in Ernesta Frantone: guardò suo marito che vagava nelle sue memorie di guerra e con solenne alterigia gli disse: "hai udito, Tomaso? In casa di mio figlio, il maggiore, mi si è chiamata "savoiarda", adesso non è il momento -e donna Ines si volse a guardare il piccolo che proprio in quell’istante pronunciò il suo refrain e, ancor più sconvolta ripetè: -adesso non è il momento ma –aggiunse-, un giorno ti chiederò di ricordartene".
Intanto Matilde aveva chiamato il medico di famiglia che, sconcertato dinanzi al caso inusitato, prescrisse spugnature sulle tempie e tanta tranquillità, consigliando alla famiglia di consultare il giorno successivo uno psichiatra o, con intimo giubilo di donna Ines, divenuta lei stessa un monumento all'orgoglio ferito, e con orrore più che manifesto di Matilde, un esorcista.
Per farla breve, se quella prima volta il fenomeno durò quattro ore, in seguito si ripresentò per tempi sempre più lunghi come sempre più lunghi furono i pellegrinaggi medici delle famiglie Agosti-Campochiesa. Non di donna Ines, che si era chiusa in villa Campochiesa La Loubatière in un dignitoso silenzio e aveva intrapreso con monsignor Navarro y Gonzales, taumaturgo ed esorcista, pratiche esorcistiche per corrispondenza.
Illustri cattedratici esaminarono Agostino, formulando tesi contrapposte e prescrivendo cure inefficaci. Matilde, che gli evidenti insuccessi della medicina e il senso della hybris commessa nei confronti delle gerarchie familiari rendevano distratta, svagata verso quanto le accadeva attorno, con il pensiero turbinante nei gironi infernali dove, tra diavoli dai volti orrendi, suo figlio con piede caprino e forcone ringhiava "ffanculo stronza", mentre il ghigno terrificante di mons. "Navarro y Ramirez sgangherava l'Inferno. Matilde, si diceva, fu davvero sul punto di chiamare l'esorcista quando si presentò uno smunto e crinito dottorino di Settimo torinese, consigliato dalla lattaia di Ernesta Franzone in Agosti e chiamato con lo spirito del "tantounopiuunomeno".
Dopo aver esaminato il bambino, osservato la casa e soprattutto la nutrita biblioteca, dopo aver interrogato tutti quanti, anche il postino, il dottorino formulò con grande sicurezza la sola diagnosi sensata che Matilde avesse udito sulla situazione del suo unico e amatissimo figlio: "si tratta di un raro fenomeno di reificazione e volgarizzazione per eccesso di stimoli contrari".
Insomma, le gioie del pensiero astratto erano state davvero troppe e nel piccolo qualcosa si era ribellato rispondendo a quell' overdose di spirito col diventare cosa, oggetto inanimato, pietra senza pensiero; e all'altra indigestione, quella di raffinatezze tardo-sabaude propinata da donna Ines, liberando quel fondo un po' animalesco presente in ognuno e non impunemente soffocabile a quel modo.
"Bisogna che tua moglie e tua madre si diano una calmata -così disse a Stefano Campochiesa, avvocato civilista, il chiomato dottore che dava, anch'egli per ragioni compensative, del tu a tutti tranne che al suo cane-, e la smettano con queste pompe che gli fanno -anche il linguaggio scurrilotto, che peraltro usava solo parlando con gli uomini, aveva a che fare col suo Edipo e la sua Elettra-, e mandale a ffanculo tu se non lo capiscono da sole perché altrimenti questo -ed indicò Agostino che nel frattempo si era risvegliato e, immemore dell'accaduto, lo guardava inorridito da tanto frasario-, te lo ritrovi a fare da fermacarte sulla scrivania".
Quando il dottore uscì Matilde era costernata, umiliata, in piena crisi esistenziale: lei aveva speso tutta se stessa per coltivare come un fiore di serra l'intelligenza di quel figlio e si ritrovava in mano un foglio dove erano contenute prescrizioni che imponevano la somministrazione di due cartoni animati al giorno, rigorosamente giapponesi, per poi arrivare, col tempo, a tre cartoni più una telenovela; la progressiva sostituzione di Bach e Chopin con "Heydi Heydi, le caprette ti fanno ciao", l'adozione da parte dei familiari di un linguaggio più popolare, dove si citassero proverbi e ogni tanto una parolaccina, una bestemmiuccina, magari di quelle eufemizzate, così da non preparare al piccolo un'adolescenza da disadattato
Donna Ines
Non so se qualcuno di voi ha mai provato a immaginare una nobildonna sabauda, non so come l'immaginerebbe ma so che, in un modo o nell'altro, Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière sarebbe quella donna. Sì perché Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière era, si considerava, esprimeva l'idea stessa di nobildonna sabauda, e di tale testimonianza aveva fatto lo scopo della propria esistenza e di quella della sua famiglia.C'è chi si dedica a salvare la foca monaca e chi la nobildonna sabauda.
La sua casa era stipata di ritratti dei vari Vittorio Emanuele e Umberto, con baffi e senza baffi, con elmo e senza elmo, con spada e senza spada.Aveva chiamato i figli: Vittorio Emanuele, Emanuele Vittorio, Umberto, Amedeo. Solo l'ultimo, Stefano, il marito di Matilde Agosti, non portava un nome sabaudo, per assecondare un capriccio del marito.
Sì, perché Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière viveva come se ci fosse ancora la monarchia o come se il ritorno di essa fosse questione di giorni.Con un paio di amiche aveva fondato il G.F.S.M. (gruppo femminile spiritiste monarchiche) che si dava un gran daffare a conferire con i capi coronati defunti, ricevendo dritte per orientarsi nel presente, dal voto politico al concorso lavatrix 200.
Inutile dire che tra Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière ed Ernesta Franzone in Agosti, figlia di un capofabbrica Fiat, partigiano e socialista, gli interessi comuni erano pochissimi, praticamente nessuno.Le due donne non si piacevano e se Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière, avvezza per educazione a mitigare ogni moto dell'anima, non dava corso, né fuori né dentro, all'antipatia per la consuocera, Ernesta Franzone in Agosti, che in vita sua non aveva mai mitigato alcunché, dava sfogo totale al proprio sarcasmo, sia in assenza che in presenza della nobildonna sabauda e dell'altrettanto sabauda famiglia.
In questi casi a farne le spese era lei, Matilde Agosti in Campochiesa, nel difficile ruolo di nuora e di figlia, che le imponeva di tradurre in termini socialmente accettabili le frecciate velenose di sua madre.Del resto, le due famiglie si frequentavano pochissimo e Matilde si guardava bene dall'intensificare le occasioni d'incontro, giungendo a lasciare unico suo figlio, Agostino, per evitare i raduni di famiglia che una nascita sempre comporta.
Tuttavia, malgrado la buona volontà di Matilde Agosti, si verificò un evento che mise una di fronte all'altra le due donne e, quel ch'è peggio, assieme a tante tante altre persone stile sabaudo.Bisogna sapere che, tra le altre velleità, Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière, da sempre si cimentava con la poesia, scrivendo versi dei quali era difficile immaginarne di peggiori.
In casa tutti erano vittime di quella smania, a iniziare dal conte Tomaso, vero tipo di menefreghista sabaudo che nella sua vita aveva avuto tre grandi passioni: le donne, il gioco e la viticultura. A sessantasei suonati, le donne gliele aveva proibite il cardiologo, il gioco il commercialista. Gli restava la viticultura e a quella dedicava tutto il proprio tempo, a provare riprovare innesti nei due filari sperimentali impiantati dietro villa La Loubatière, nell'ambizioso proposito di creare un nuovo vitigno: il Campochiesa La Loubatière.Il conte Tomaso, ex dongiovanni sabaudo noto a Sanremo come il falco della roulette, doveva quotidianamente sobbarcarsi da due o tre liriche composte da Ines La Rocca, sua moglie, dilazionate nel corso della giornata.
Il conte Tomaso si sottometteva di buon grado, e, memore di quanto aveva da farsi perdonare da quella che dopo tutto non era stata una cattiva consorte, fingeva di gradire e talvolta dava anche consigli sugli accenti tonici e sui calcoli metrici. In cambio Ines la Rocca La Loubatière non disdegnava di assaggiare qualche acido d'uva dei vitigni sperimentali, per lo più aspri e cattivi come le sue poesie, fingendo di trovarli se non proprio gradevoli, il palato è palato, almeno non troppo ributtanti.Va da sé che comunque la vittima preferita della nobilpoetessa fosse la nuora, quella intellettuale, quella che conosceva a memoria tutto Leopardi: Matilde Agosti, moglie di Stefano e figlia di Ernesta Franzone in Agosti.
Matilde, per ragioni di politica familiare, aveva dovuto sobbarcarsi pomeriggi interi di declamazioni ispirate. Se si considera che donna Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière, oltre cha una pessima poetessa era un' orribile dicitrice, si avrà la temperatura dell'animo dell'unica prole di Ernesta Franzone in Agosti, nei pomeriggi di visita alla suocera.Un giorno donna Ines, non si sa bene con chi parlò non si sa bene con chi non parlò, diede alla famiglia un annuncio tragico: qualcuno -sicuramente un pazzo o forse uno psichiatra in cerca di follia documentata o, i familiari le pensarono tutte, un Savonarola che aveva scorto nella lettura di quei versi un efficace sistema di contrizione-, avrebbe pubblicato le sue poesie e i diritti d'autore sarebbero stati devoluti in beneficenza agli orfani degli ex dipendenti di casa Savoia.
Il testo era già in corso di stampa, col titolo: "Diario di un'anima tremula", e la presentazione si sarebbe fatta nel giardino di Villa La Loubatière il mese successivo.Se donna Ines aveva voluto sorprendere ci era riuscita: calò un silenzio tragico e i vari membri della famiglia si guardarono l'un l'altro smarriti, speranzosi che qualcuno esclamasse: "scherzo scherzetto". Siccome però nessuno lo esclamò, a Victor venne in mente che tra un mese si sarebbe trovato ai Carabi per delle ricerche scientifiche, ad Emanuele che avrebbe dovuto essere operato di appendicite a Città del Capo, a Umberto che proprio quel giorno lì gli sarebbe nato un figlio a Parigi, da una ballerina del Lido, ad Amedeo che aveva un appuntamento indifferibile dal notaio per la lettura di un testamento che lo voleva erede universale. E a Stefano, marito di Matilde Agosti, non venne in mente niente.
"Bene" esclamò donna Ines all'indirizzo dell'ultimogenito dal nome un po' repubblicano, "la famiglia è ben rappresentata" e poi, forse presa dall'ansia di far numero, aggiunse rivolta a Matilde: "avvisa anche i tuoi genitori, cara, non mi faranno certo lo sgarbo di mancare in un giorno tanto importante?"."Non mancheranno di certo, maman" rispose Matilde come chi sente imminente la catastrofe familiare.
Matilde comunque non perse tempo ed intraprese un'opera educativo preventiva su Ernesta Franzone in Agosti, sua madre. Si raccomandò, minacciò, supplicò di evitare sarcasmi e frecciatine per donna Ines, anzi di non parlare affatto e sorridere cordiale tutto il tempo del ricevimento. In cambio promise di dare ripetizioni al cuginetto Pierpaolino che non capiva un'acca, di trascorrere due o tre giorni madre e figlia assieme in Val di Fiemme. Di mettersi almeno quattro volte l'orribile golfino d'angorella fatto con le sue mani dalla cara signorina Agatina Bonfigliolo vedova Tapparelli, pessima maglierista ma ottima vicina di casa.Venne il giorno fatidico e fino a un certo punto si svolse secondo programma: l'editore fece un discorso introduttivo, in realtà più che un editore sembrava un venditore di prosciutti, poi la poetessa lesse alcuni versi, e quello fu il momento più tragico, passato il quale Matilde Agosti si credeva in salvo, lei e la famiglia, dal momento che anche sua madre aveva tenuto un atteggiamento più che corretto.
A un certo punto però accadde quello che non avrebbe dovuto accadere: Ernesta Franzone in Agosti, non si sa se per bontà o per perfidia, prese da una parte il sedicente editore e gli mostrò un libricino dal titolo: "cose di casa", una specie di rassegna di consigli domestici in versi, scritti durante tutta la sua vita da Agatina Bonfigliolo vedova Tapparelli sua vicina di casa, che oltre che pessima maglierista si rivelava così insostenibile poetessa.Ernesta Franzone in Agosti non aveva intenzione, così poi disse, di "fare le scarpe" alla consuocera ma solo di creare una possibilità alla vicina di casa, nella convinzione che un editore tanto pazzo da pubblicare versi come quelli non si potesse trovare mai più e che, comunque, avrebbe potuto pubblicare entrambe le raccolte, e magari inaugurare una collana.
Se non che quell'editore, se non era un negoziante di salumi, era però un commerciante di vini che, per incomprensibili misteri fiscali, doveva investire dei soldi in qualcosa di culturale e siccome lui in questioni del genere non andava tanto per il sottile, aveva deciso di finanziare, senza nemmeno leggerlo, la pubblicazione del "Diario di un'anima tremula", segnalatogli dalla propria madre, simpatizzante del G.F.S.M., che sperava così di potervi essere accolta, a prescindere dal blasone, e magari inviarlo ai clienti come strenna natalizia.Purtroppo però, il piccolo saggio di poesie fornito da donna Ines gli aveva creato molte perplessità, dal momento che quelle liriche sembravano più adatte come condoglianze che come strenna augurale, mentre "Cose di casa" gli piacque decisamente di più, ad iniziare dal titolo e a giudicare dalla freschezza dei versi, piuttosto ruspanti, contro i preziosismi lugubri di donna Ines.
L'incidente diplomatico era bell'e confezionato e subito Ernesta Franzone in Agosti, consapevole di averla fatta grossa, avvertì Matilde, sua figlia, la quale si sentì dapprima impallidire il cuore e poi, rotta per rotta, incominciò ad accarezzare l'idea di toccare il fondo, e dire in faccia alla suocera cosa pensava delle sue poesie, dei suoi fantasmi e della monarchia.Afferrò "Cose di casa" e si diresse a testa alta e occhi spavaldi verso donna Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière che, ignara, sorseggiava un the alla viola mammola assieme a due spiritiste monarchiche. Matilde aveva già esordito: "maman, ho qualcosa da dirvi", quando alle sue spalle si udì un urlo: "eccolo, è lui, la mia creatura". Era il conte Tomaso che aveva finalmente partorito il vitigno, il tanto atteso Campochiesa La Loubatière.
Il conte Tomaso mostrò, guardandolo con tenerezza, un ignaro grappoluzzo ai presenti e persino, con grande strazio interiore, ne fece assaggiare alcuni acini. Rimaneva un certo asprognolo di fondo ma il sapore riusciva gradevole, con un certo retrogusto, di gelsomino secondo alcuni, di carciofo secondo altri, che ne rendeva singolare l'impatto palatale. L'editore era entusiasta, già vedeva una fila di bottiglie etichettate Campochiesa La Loubatière, nome che faceva il suo effetto e che compensava asprezze e carciofi.Immediatamente "l'editore" contattò il consulente fiscale e quello legale, nonché la propria madre, e, appreso che anche la promozione di un vino, corredato di dati storici circa un' antica e nobile famiglia, poteva ritenersi operazione culturale, baciò la mano a donna Ines e le consigliò di provare con la Mondadori.
Donna Ines La Rocca Campochiesa La Loubatière per un po' tenne il broncio a quel garibaldino di suo marito, ma poi si gettò a capofitto nella gratificante impresa di descrivere la sua famiglia per il libello che, appeso al collo della bottiglia, avrebbe accompagnato il Campochiesa La Loubatière nella sua avventura commerciale.Quanto ad Ernesta Franzone in Agosti, non solo aveva dovuto assistere impotente alla bocciatura del cugino Pierpaolino, non solo in Val di Fiemme aveva dovuto andarci da sola, non solo si era vista togliere il saluto da Agatina Bonfigliolo vedova Tapparelli, non solo doveva ai compleanni di Agostino sciropparsi le citazioni dal libretto di donna Ines, ma ad ogni riunione di famiglia doveva trangugiare quel repellente vino al carciofo di cui il conte Tomaso era troppo generoso dispensatore. E il colmo era che a suo marito piaceva, “ spiritaccio di contraddizione”
L'amante
Matilde Agosti era sconcertata nel constatare come l'abbandono o anche solo l'adulterio gettassero in uno stato di completa prostrazione le donne che li subivano, perlomeno tra le sue conoscenze.
Sia che si abbandonassero al vittimismo, ai singhiozzi e ai sensi di colpa, sia che si lanciassero nella più selvaggia aggressività con tanto di improperi, persecuzioni telefoniche e graffiate a destra e a manca, tutte le sue parenti ed amiche avevano dato comunque in tale circostanza prova di scarsa razionalità.
Persino una ragazza bella e fiera come l'Annabella Ferramont, manager e socia di maggioranza della ditta Ferramont & Ferramont, materiali per l'edilizia, e presidente della squadra di pallanuoto Ferramont & Ferramont, aveva smarrito il suo equilibrio e si era lasciata andare a scenatacce davanti a tutti, persino ai panchinari della Ferramont & Ferramont.
Mentre un’ ex femminista ed ex coordinatrice nazionale di autonomia coma Paola Arnaud si era gettata ai piedi del suo carabiniere implorandolo di tornare da lei che da sola non poteva più vivere.
E cosa dire di sua cognata, Eliana Bonavira in Campochiesa, che aveva tentato tre volte il suicidio da quando aveva scoperto che suo marito Umberto Campochiesa La Loubatière, degno figlio di tanto padre, aveva una storia con una hostes della compagnia Iberia e che per lei andava e tornava in volo da Barcellona, lui che aveva fatto saltare il viaggio di nozze ai Caraibi perché all'ultimo momento gli era presa la paura dell'aereo ?
E di Gabriellina Manzo, la sua colf ? Da quando aveva trovato una giarrettiera rossa nella valigia del marito camionista non faceva che piangere e minacciare, minacciare e piangere fino a quando non scagliava a terra la prima cosa frangibile che le capitava tra le mani in casa Agosti-Campochiesa: ora il pappagallino in vetro di Murano dono di Agostino per la festa della mamma, ora l'anforetta faentina antica, quella dove Stefano nascondeva i gemelli d'oro, ora l'ampollina di terracotta spagnola portata da Umberto Campochiesa, l'adultero, in uno dei tanti andirivieni, giusto per darsi un tono. In quelle occasioni Matilde si sentiva davvero fortunata a non possedere il famoso vaso cinese e ne deduceva che la ragione dell'umana felicità è piuttosto nel non essere che in una qualche fantomatica positività.
Per di più Matilde aveva preso a frequentare un gruppo femminile che, in autogestione, operava una sorta di psicoterapia di gruppo, dove, salvo qualche svirgolata sul rapporto coi figli, coi padri e col mito di Marilyn Monroe, l'argomento fisso era proprio quello: il tradimento e le diverse reazioni. Sia in questa sede che nei lunghi colloqui telefonici con le amiche in singhiozzi, Matilde faceva appello alla ragione e alla salvaguardia della propria dignità, sosteneva la naturale precarietà delle passioni umane e la necessità di pensare una coppia non come una realtà pietrificata ma come ad un organismo vivente e quindi evolvibile. Sosteneva che in quel casi bisognava assolutamente razionalizzare, parlare col partner e insieme cercare una verifica al rapporto di coppia, giungendo, se il caso, a metterne in discussione l'esistenza stessa. E non mancava Matilde di perorare la causa dell'antagonista, quella che generalmente viene apostrofata come "la sgualdrina" e peggio, lei stessa persona pensante e pulsante e come tale degna di essere ascoltata e considerata.
In ultimo Matilde ribadiva che non stava certo nel rapporto sessuale strictu sensu l'essenza dell'adulterio, quello era l'aspetto più trascurabile e meno allarmante, da leggersi caso mai come conseguenza e non come essenza del guasto all'interno della coppia.
Aveva un bel dire Matilde, ma prima o poi qualcuno finiva per risponderle: "parli perché non ci sei mai passata, vorrei vederti se venissi a sapere che Stefano ha un'amante". L'affermazione era inoppugnabile e Matilde ne era conscia. A lei, tanto ricca dal punto di vista teorico, faceva difetto l'empiria, e l'ottuso pragmatismo imperante, incapace di riconoscere il privilegio della ragion pura, le toglieva diritto di replica.
Comunque sia, Matilde si sentiva umiliata da quella elementare constatazione che tacciava di vaniloquenza le sue tesi e rischiava di farla sentire sempre più emarginata dal momento che, a quanto pareva, l'unico uomo fedele a questo mondo se l’era beccato lei.
"Beata te" le dicevano le amiche e l'abbandonavano lì, nella sua presunta beatitudine, come si fa talvolta con le persone sane da parte di quelli che, malati, ritengono che l'unico argomento serio al mondo siano le malattie. "Comunque sia" concludeva Matilde giusto per trarsi d'impaccio "una cosa è certa, non agirei d'impulso, infatti è vero che non posso scommettere sui miei impulsi, ma per prima cosa porterei qui nel gruppo psicoterapeutico la mia esperienza e sottoporrei all'analisi collettiva la mia condizione psicologica per cercare una decantazione terapeutica del dato istintivo ed una razionalizzazione comparativa che guidi poi i miei propositi d'azione".
Tornando a casa dalle sedute, Matilde si sentiva piena di dispetto verso se stessa, che ancora una volta aveva provocato con i suoi interventi l'espressione della solita condanna al silenzio, da parte delle compagne, che si rivelavano intellettualmente ottuse e umanamente poco delicate nei suoi confronti, e di Stefano Campochiesa avvocato civilista, suo marito, che non c'aveva mai neppure provato a farsi un'amante, mettendola così alla berlina del mondo esperiente.
Matilde Agosti finì così per non rispondere più se non a monosillabi alle amiche telefonanti, e per non andare più al gruppo di psicanalisi autogestita, dal momento che l'argomento trattato, giragira, era sempre quello.
Senza le riunioni le serate di Matilde erano lunghe e noiose, talvolta si immergeva nella lettura di qualche libro ma con sempre maggior distrazione, talvolta addirittura guardava la televisione, mentre Agostino dormiva e Stefano era chiuso nel suo studio a riordinare le carte ma, inutile dirlo, era molto insoddisfatta di se stessa e soprattutto si sentiva sprecata ed improduttiva.
E fu proprio durante una di tali serate televisive che Matilde Agosti in Campochiesa fece l'inusitata scoperta che Stefano Campochiesa, avvocato civilista, suo marito, aveva un'amante o giù di lì.
Matilde si era alzata per andare ad avvertire Stefano che stava per iniziare un documentario sulla vita e gli amori del lumacone di mare striato, Stefano era un divoratore di cose del genere, ma, avvicinandosi allo studio, fu sorpresa nell'udire suo marito parlare concitatamente a bassa voce. Siccome era passata la mezzanotte, Matilde si stupì e fece quello che pensava non avrebbe mai fatto: origliò. Riuscì a capire ben poco ma tanto bastava per fugare qualsiasi dubbio: Stefano aveva un'amante che si chiamava Maria Pia e in quel momento aveva il mal di denti. Era molto tenero il tono con cui Stefano le consigliava un analgesico, lo stesso di cui lei, la moglie, faceva uso in simili circostanze, e le diceva: "se solo potessi esserti vicino in questo momento!".
Matilde barcollò e, sostenendosi alla parete, arretrò fino a riguadagnare il suo posto in poltrona davanti al teleschermo che fissò inconsapevolmente con occhi sbarrati e bocca aperta, tanto che Stefano, sopraggiunto per verificare se per caso avesse udito qualcosa, non riuscì proprio a spiegarsi cosa sua moglie trovasse di travolgente nei titoli di testa del lumacone.
Quella sera, mentre Stefano dormiva Matilde continuava a rigirarsi nel letto, combattuta tra due forze contrapposte, quella della disperazione e quella della soddisfazione. Tra due se stessa contrapposte: la Matilde moglie mediterranea o la Matilde "femme savente".
Prevalse la seconda, e lei si addormentò alle sette del mattino pregustando il rientro trionfale per quella stessa serata nel gruppo psicoterapeutico autogestito, con diritto di parola per consumata esperienza.
Matilde, accolta festosamente, si sentì subito e finalmente a proprio agio ma non ebbe per quella volta occasione di parlare perché il discorso si incanalò sull'incidenza degli status symbol nell'immaginario maschile e si finì per parlare della Ferrari e del Rally di Montecarlo.
Del resto Matilde non voleva farsi vedere troppo impaziente di raccontare e si compiacque delle circostanze che glielo avevano impedito consentendole di farlo più distaccatamente la volta successiva.
Ma nemmeno la volta successiva fu quella buona perché si parlò delle pubblicità degli assorbenti igienici e del senso di imbarazzo che producono in famiglia, segno evidente di come sul ciclo femminile perdurino ancestrali tabù.
Dovettero passare ben due settimane prima che il discorso tornasse all'adulterio, tanto che Matilde aveva cominciato a credere che il solito inadeguato di suo marito avesse cominciato a tradirla quando il resto del mondo aveva scoperto la fedeltà.
Il discorso, si diceva, tornò dopo due settimane, riproposto da Fulvia Percivale, tecnica di laboratorio, che aveva sorpreso il marito in flagrante con la sua segretaria, certa Deborah D'Andreis, ed immediatamente le fecero eco analoghe storie raccontate da altre, ma neppure in quel caso Matilde parlò, e per il semplice fatto che alle varie Deborah D'Andreis, Melissa Smith, Pamela Avogadro, c'erano perfino un paio di Luane e una Samantha, non aveva da contrapporre che una inadeguatissima Maria Pia, della quale nel frattempo Matilde aveva scoperto anche il cognome: Santogervaso. Il nome completo della sua rivale avrebbe prodotto solo ilarità e sottovalutazione.
E così anche quella sera dovette sentirsi dire: "Tu te ne stai zitta, vero? Fai bene. Beata te. Salutami Stefano".
E anche quella sera rincasò indispettita contro tutti e soprattutto contro Stefano che già che si era fatto un'amante almeno se la fosse fatta col nome giusto.
Matilde si ripropose di raccogliere altri dati sull'antagonista, ma quanto riusciva a sapere era a dir poco sconfortante. Anziché fare mestieri come la hostes, la fotomodella o, semplicemente, la segretaria, il mondo è pieno di segretarie, faceva la maestra d'appoggio. Anziché avere capelli rossi o biondi o nero corvino li aveva castan-cinerino. Come se non bastasse, Matilde seppe che la storia tra i due era iniziata presso il C.A.D.M., centro appassionati documentari marini, dove l'avvocato Campochiesa, civilista, si era recato per rintracciare un filmato dal titolo: "la flora sottomarina delle Galapagos".
E si può immaginare l'effetto che avrebbe fatto la conversazione galeotta sul molare dolente, con Stefano che offriva all'amante l'analgesico della moglie. Non il profumo, l'analgesico!
Insomma, per l'ennesima volta Matilde fece ritorno dalla seduta di gruppo carica di frustrazioni e risentimento ma questa volta, giunta a casa, sfogò tutta ma proprio tutta se stessa contro quel marito che si era rivelato di un egoismo intrinseco senza limiti e che era riuscito a farsi un'amante incapace di riscattarla intellettualmente.
E Matide, varcata la porta di casa sua, si precipitò nello studio di Stefano, il civilista fedigrafo, e sfoderò tutto il campionario in parole e gesti della tradita tipo, quella di stampo isterico apocalittico, gridando frasi quali: "brutto porco, tu e la tua puttana", "gli uomini sono tutti maiali", "mia madre lo ha sempre detto che sei un povero scemo", giungendo perfino alle maledizioni dirette: "a quella sgualdrina vorrei che cadessero tutti i denti e che restasse sdentata per tutti gli anni a venire". Il tutto pronunciato, rompendo piatti e soprammobili, e meno male che il vaso cinese non c'era. Ma non solo, alla rabbia tipica si aggiungeva una rabbia non tipica, che si esprimeva in una parola più e più volte urlata: "inadeguato".
Ora, Stefano Campochiesa, avvocato civilista, poteva ben attendersi di sentirsi definire "porco" e "maiale" dalla moglie tradita ma l'appellativo "inadeguato" gli risultava davvero inatteso e, come tutte le cose che ci sorprendono, gli metteva paura e nel contempo riproponeva la natura eccezionale della donna che lui aveva sposato e che ora, per una qualunque Maria Pia Santogervaso, rischiava di perdere.
Infine Matilde si abbandonò ad un pianto dirotto e al vittimismo: "e pensare che la scorsa estate, quando ero a Monterosso, se avessi voluto... e invece nemmeno in topless mi sono messa per riguardo verso di te", chi ha letto queste pagine si sarà accorto che Matilde era diventata un tantino bugiarda.
E concluse come nella peggiore cinematografia con le parole: "Torno da mia madre", e la sbattuta di porta, e mancò poco che non ci tornasse davvero, il che, data la natura di Ernesta Franzone in Agosti, sua madre, sarebbe stata la catastrofe.
In conclusione, la lezione per Stefano fu dura e dopo aver troncato di netto con Maria Pia Santogervaso, maestra di appoggio, abbandonata impietosamente ai dolori dei suoi molari, per di più senza analgesico, e ai piaceri degli abissi delle Galapagos e foss'anche di Praia a mare, dovette giurare e rigiurare che con "la sgualdrinaccia" aveva avuto qualche paroluccia, un paio di bacetti ma a letto non c'era andato mai e nemmeno lo aveva pensato.
Da allora accaddero diverse cose: Annabella Ferramont della Ferramont & Ferramont, a furia di fargli scenate davanti, finì per mettere su casa con uno dei panchinari della Ferramont & Ferramont U.S.; Matilde cessò di frequentare il gruppo psicoterapeutico autogestito; Stefano scoprì l'ineguagliabile bellezza dei documentari sulla montagna; Maria Pia Santogervaso si sposò con il dentista. Inoltre, la coppia Agosti-Campochiesa, al fine di pronunciare un simbolico atto di fede in se stessa, voltando pagina e ricominciando come dal primo giorno, acquistò il vaso cinese. E Matilde raccomandò alla colf di pulirlo solo in quei giorni gioiosi e pacificati che succedono alle notti d'amore coniugale, il che con i ritmi, le assenze, l'irruenza e l'infedeltà del marito camionista, per il povero vaso cinese significò alternare periodi di lucentezza a periodi di crassa sporcizia e divenire così davvero un simbolo dell'alternarsi delle umane cose.
C'è orecchio e orecchio, ovvero: dall'assoluto al relativo
All'epoca dei fatti di seguito narrati, Matilde Agosti Campochiesa La Loubatière non era ancora né Campochiesa né La Loubatière, dal momento che Stefano Campochiesa la Loubatière, figlio di donna Ines La Rocca, nobildonna sabauda, e del conte Tomaso, non era ancora comparso all’orizzonte.
Ora, la futura signora Campochiesa , nel corso della pensosa infanzia e della meditabonda adolescenza, aveva dimostrato spiccate inclinazioni musicali, cui i genitori, prosaici com’ erano, non avevano dato adeguato rilievo.
Renato Agosti , essendo mercante, non poteva che fare orecchie da mercante, e in ciò bisogna comunque riconoscere che l'onesto padre di famiglia aveva sviluppato una singolare e cimentata abilità, che ne faceva non solo l'esecutore delle orecchie da mercante, non solo il possessore delle orecchie da mercante, a sventola per sovrappeso, ma l'incarnazione dell'idea stessa, platonicamente parlando, delle orecchie da mercante. E ciò non solo in quanto esercitava il mestiere di mercante ma in quanto esercitava quello di “marito dell’ Ernesta”. Quanto a costei, per fare orecchie da mercante alle immateriali aspirazioni della figlia non occorreva affatto essere mercante o altro, le era sufficiente essere naturalmente e semplicemente ciò che era: Ernesta Franzone in Agosti, sua madre.
Eppure Matilde bambina, Matildina, aveva più volte espresso attitudini musicali. Va detto che in casa Agosti troneggiava un pianoforte lasciato dai precedenti proprietari in quanto, in seguito a varie ristrutturazioni dell'appartamento, non aveva più potuto passare dalla porta. Matilde adolescente, Matildente, aveva chiesto espressamente di iscriversi a una scuola di musica ottenendo per tutta risposta da sua madre: "ma va via che sei stonata come una campana!", frase che le era risuonata come un'umiliazione cocente, che condensava tutta la disistima dei suoi verso le sue potenzialità. Il senso di tale umiliazione accompagnò tutta la sua giovinezza, fino ai vent'anni.
A quell'età, infatti, mentre percorreva la strada che dalla fermata del bus conduceva all'università, le accadde di scorgere la solita targa sul solito portone con la solita scritta insolita, in questo caso: "Aloisi Enrichetta. Soprano drammatico e maestra di canto".
Matilde ebbe un'illuminazione e vide in quella scritta sbiadita la luce della propria rivincita esistenziale e salì quelle scale proiettata in un sfida a sua madre e al mondo: "ve la do io la campana!"
Fu cosi che, nel corso di quelle lezioni, emerse una sconvolgente realtà: Matilde Agosti era tra i pochi a possedere l'orecchio assoluto. Era in grado cioè di identificare una nota al primo suono e presto imparò a trascriverla sul pentagramma, ritrovandosi così collega di Strauss.
Matilde Agosti, in meno di un anno, imparò a suonare accettabilmente il pianoforte, a cantare, diaframma e muscoli obliqui compresi, e soprattutto scrisse canzoni, ballate, brevi intermezzi, ninna-nanne. Piccole cose ma bisogna pur tener conto del fatto che Strauss aveva alle spalle ben altra famiglia!
Ora, chi tra coloro che non sanno suonare, in vista di un pianoforte, meglio se a coda, non si è per un istante lasciato andare al sogno impossibile di essere in realtà, all'insaputa perfino dei più intimi, un perfetto Chopin e di poter sorprendere il mondo sedendosi allo strumento e liberando agilissime dita su un'empatica tastiera in arabeschi di virtuosismi?
Chi non lo ha mai sognato? In ogni caso, se non lo ha mai sognato nessuno, Matilde sì. Spesso. Per poi dover ogni volta riconoscere che il tempo è irreversibile e non è possibile modificare le premesse. Insomma se avesse messo mano alla tastiera, avrebbe rimediato la solita figura da scema, con la solita sottolineatura materna!
Ebbene, già alle prime lezioni, grazie ai gridolini entusiasti che Aloisi Enrichetta, soprano drammatico e maestra di canto, emetteva a ogni suo minimo progresso, a Matilde fu chiaro che il suo sogno poteva diventare realtà: la figlia di Ernesta Franzone in Agosti e di Renato Agosti, commerciante di stoffe, avrebbe potuto sedersi a quel beato pianoforte e prendersi una rivincita su chi non aveva creduto in lei e non aveva raccolto il suo talento musicale.
Badò che nulla trapelasse dei suoi esercizi, dei suoi progressi e soprattutto del suo ineguagliabile dono: l'orecchio assoluto, e attese un'occasione ufficiale, pubblica, di famiglia, perché era la famiglia in quanto realtà biologica storica e pedagogica, a essere chiamata in causa da lei.
Certo, all'attenta Ernesta Franzone in Agosti non erano sfuggiti gli strani traffici della sua unica prole, dietro ai quali credette di individuare una qualche tresca sentimentale con un certo Aristotele, più volte nominato su una specie di diario (gli appunti universitari di filosofia teoretica) che la volpona aveva scritto in codice. Aveva perfino allertato il consorte: "stiamo all'occhio, Renato, qui gatta ci cova", fornendogli in realtà una preziosa occasione per esercitare la raffinata arte del fare orecchie da mercante. Infatti l'appello di Ernesta, rivolgendosi all'occhio, lasciava piena libertà di coscienza (leggi: incoscienza) alle orecchie.
Nel frattempo, mentre il tempo scorreva sotto lo sguardo vigile degli Agosti, l'occasione tanto attesa da Matilde si presentò a sorpresa con le nozze impreviste di Francesco Franzone, detto Franzo, suo cugino, con Conny Cosenza, detta Conza, sua ex-compagna di liceo e prima della classe, particolare da non trascurarsi nell'ottica revanchista di Matilde.
Per la verità, il piano rischiò più volte il naufragio, a causa di una intermittente crisi di coscienza di Franzo, incerto se sposare Conza o fondare un movimento politico di estrema sinistra, e una grippe spirituale di Conza, incerta se sposare Franzo o entrare nell'ordine delle Carmelitane scalze.
Alla fine tutto si sistemò, anche grazie ad un proprio intervento opportunisticamente pacificatore, di cui Matilde non avrebbe mai cessato di sentirsi in colpa, visto com’è andata a finire.
Ma non anticipiamo: come che fu come che non fu, il "sì" venne pronunciato alla bellemeglio da un Franzo frangibile, trovandosi inginocchiato come un diacono dinanzi alla Roma dei papi, lui che era un materialista storico, e da una Conza scalza ma inscalzabile nel pretendere il rito religioso. In quel preciso istante, Matilde Agosti con solennità da teatro si avvicinò all'armonium, pose le mani sui tasti e, accompagnandosi, intonò un canto non ben identificato, secondo alcuni aveva dell' “Ave Maria”, secondo altri de "La montanara uè si sente cantare".
Qualunque cosa fosse, matilde l’ eseguì con una voce forse non ancora del tutto messa a punto ma non priva di una sua particolare armonica dolcezza, che forse non si può proprio definire 'dolcezza'. E forse nemmeno 'armonica'. A questo punto non resta che un aggettivo: 'particolare', e lo era senz'altro tanto che, strano ma vero, piacque, sissignori, forse non a Franzo che la trovò troppo calda e forse non a Conza, che la trovò troppo fredda - con buona pace di Matilde quei due non erano fatti per intendersi. Piacque a lei: Ernesta Franzone in Agosti, sua madre, che, letteralmente rapita dai vocalizzi, un tantino fuori tempo, della sua unica e tanto a lungo incompresa figlia, elaborò, per la prima volta in vita sua e con uno sforzo lodevole -non le veniva affatto naturale - uno sguardo complicatissimo: interrogativo, ammirativo e in aggiunta autocritico.
Lo elaborò e lo ruotò, lentamente per non perderlo, fino a incontrare quello di Renato Agosti, suo marito, che, manco a dirlo, stava facendo orecchie da mercante e non aveva udito nulla, tutto intento a navigare mentalmente tra le pezzature di velluto, che stavano per subire un nuovo rincaro dell'IVA, col viso preimpostato al sorriso commosso e un po' allocchito dell'invitato tipo al matrimonio tipo.
"Ma sei proprio un bel tipo, Renato!": il pover'uomo, sentendosi così apostrofare da Ernesta Franzone in Agosti -il calcione ricevuto nello stinco gli rese impossibile fare orecchie d. m.-, temette di non essere abbastanza entrato nel personaggio. Aggravò allora la sua posizione mimico-facciale sforzandosi di entrarvi maggiormente, commuovendo ed allocchendo ulteriormente il suo sorriso,già insuperabile, e finendo per deformarlo in una sorta di ghigno arcigno, che ottenne per tutta risposta da una colpevolizzante Ernesta una frase davvero sibillina, pronunciata con crescendo drammatico dalla prima all'ultima parola: "e pensare che tu (sic!) l'hai sempre ritenuta stonata come una campana". E su "campana" giù lacrime. Al che il buon commerciante di stoffe osservò bonario: "Via, Ernesta, se fai così per un nipote cosa farai quando si sposerà tua figlia? Ti farai venire un coccolone?".
Tutto ciò mentre la cerimonia nuziale era stata interrotta, col prete che era riuscito a stento a trattenere la benedizione rombante al box di partenza, Franzo e Conza tutti presi da una discussione che, partita dal carattere caldo o freddo della voce di Matilde, era scivolata sul significato del caldo e freddo in generale, sulle relative valenze metaforiche, e quindi sul confronto tra passione e raziocinio ecc ecc ecc.
Non dimentichiamo che Franzo era cugino di Matilde e Conza ne era stata compagna di banco al liceo: certe sindromi non si improvvisano!
All'ultima nota emessa da Matilde, che stava cantando da dieci minuti dieci, una parte della chiesa era intenta a dormire, una parte a gridare "forza Franzo", una parte "forza Conza". Allora vi fu chi rispose: "Amen", e chi invece: "cantiam la montanara per chi non la sa", ed era il ramo bergamasco della famiglia.
"Coccolone? Se sposerà un allocco come suo padre sì", fu, in tanto marasma, la lucida risposta di Ernesta Franzoni alla domanda di Renato Agosti, suo marito, che se non altro, e se l'ornitologia non è un'opinione (del resto se non lo è la matematica non si vede perché dovrebbe esserlo l'ornitologia) lo rinfrancò nella consapevolezza che quello che lui stava facendo poco prima era proprio il sorriso giusto.
Le nozze andarono al diavolo, nel momento in cui la discussione su freddo e caldo, dopo varie svirgole dialettiche, fece loro scoprire che uno dormiva con piumone e termosifone acceso laddove l'altra praticava la libera finestra dicembrina. Quell’episodio rimase però negli annali di famiglia come il momento della rivelazione, e da allora Matilde fu gettonatissima, soprattutto nelle famiglie degli Alpini, come esecutrice di Ave Marie montanare ai matrimoni.
Strano destino per un'agnostica anarchica anticlericale e antimilitarista, ma tale da consentirle di guadagnare due soldi per pagarsi l'abbonamento al Manifesto e dare il proprio personale contributo al travaso di risorse finanziarie dall'una parte politica all'altra.
Quanto ai coniugi Agosti, contrariamente alla loro abitudine e attitudine, meditarono e rifletterono sull'episodio, ciascuno per proprio conto e senza lasciar trapelare nulla all'altro e tanto meno a Matilde, loro sorprendente risultante genetica.
Il fatto è che mamma Ernesta e papà Renato erano due brave persone e per le brave persone arriva prima o poi il momento in cui ci si rende conto di non poter essere superficiali e di doversi guardare dentro. Siccome poi, in genere, le brave persone godono di una naturale predisposizione a un candido egocentrismo, fu più verso se stessi che verso Matilde che riuscirono a sentirsi in colpa.
Insomma, il rovello era il seguente: "come può Matilde, l'artista Matilde, essere nostra figlia?"
Renato Agosti escluse a priori la possibilità che sua figlia potesse non essere sua figlia, e ciò non solo per l’indubitabile fedeltà di Ernesta, ma soprattutto per l'ancora più impercorribile ipotesi che la ruspante consorte potesse avvertire attrazioni fatali per artisti o simili. Escluse poi, e a maggior ragione, la possibilità che Matilde potesse aver ereditato dall’ Ernesta stessa qualsivoglia predisposizione al sublime. Gli rimase una sola ipotesi: se la genetica non è un'opinione (e se non lo sono la matematica e l'ornitologia non si vede perché dovrebbe esserlo la genetica) era da lui, il padre, che Matilde aveva ereditato quello spirito musicale che lui tuttavia non si era mai accorto di possedere.
Non parlava mica a vanvera Nietzsche quando allo spirito della musica faceva risalire la nascita della tragedia, perlomeno quella personale non tanto di Renato Agosti, non tanto della famiglia Agosti, quanto dei suoi vicini di casa.
Il brav'uomo si convinse di avere grandi e inespresse potenzialità musicali e di avere il dovere verso se stesso verso il Buon Dio che tali doni gli aveva fatto, di darvi adeguato sviluppo.
Così, non appena gli riusciva di ritrovarsi solo in casa, quatto quatto Renato si sedeva al pianoforte e posava le tozze dita sulla tastiera, nella speranza che qualcosa accadesse. Siccome però non accadeva nulla, si procurò un libricino dal titolo "pianisti in un mese" e prese a fare quotidianamente ripetuti esercizi. Intanto, che non avesse l'orecchio assoluto fu subito evidente, ma, Renato osservò, ciò di per sé non escludeva niente, dal momento che anche l'orecchio più assolutamente assoluto (Dio, se la logica Matilde avesse potuto leggergli nel pensiero!) subisce danni irreversibili a venir usato da anni come orecchio da mercante. Non escludeva ma era sufficiente a ridimensionare gli obiettivi e far scendere dal piano dell'assoluto a quello del relativo.
Ciò che invece rimaneva assoluto era il fastidio cui venivano sottoposti i già citati vicini di casa, incapaci di cogliere il peso delle omissioni della famiglia Agosti, tanto più che non appena a uscire di casa era Renato, le cose invece di migliorare peggioravano perché al pianoforte si fiondava Ernesta Franzone in Agosti, sua moglie, mossa dalle sue identiche valutazioni a proposito dell'orecchio assoluto della propria prole, ma con esito deduttivo contrario: "non l'avrà certo ereditato da quel rinsordito di suo padre!" Ergo: se non era lui doveva trattarsi di lei!
Ernesta Franzone affrontava la tastiera come si affronta un grizzly: solo se il verbo "suonare" viene preso nell'accezione figurata, corrispondente a: "malmenare, prendere a botte", si può dire di lei che suonasse il pianoforte. Diversamente andrebbe meglio: "stuprare". Quanto all'orecchio assoluto, lei era convinta di averlo senz'altro e che fossero le note a essere sbagliate!
Nel domestico universo cacofonico degli Agosti si aggiravano con discrezione senile due tenere figure di nonna: Sabatella Franzone, detta nonna Sabata, zia di Ernesta, e Domenichina Dominici in Agosti, detta nonna Domenica, madre di Renato, da qualche tempo accolte tra le mura figliali di casa Agosti, che tuttavia furono risparmiate dal destino, perché entrambe godevano del beneficio della sordità, a riprova ulteriore che a questo mondo tutto è relativo. Comunque, per non correre rischi avevano aiutato la natura con dei tappi di ovatta, perché un conto è sentici male un conto è volersene!
E le due nonnine, opportunamente stappate e interrogate, negarono risolutamente di aver notato, nel corso dell'infanzia dei loro malassortiti discendenti, una qualche predisposizione musicale, nemmeno un tamburo improvvisato nemmeno due coperchi di pentola suonati con sentimento. Ma ciò ottenne solamente l'effetto che Renato ed Ernesta si sentirono appartenenti al sottoinsieme umano "con infanzia difficile", dove raggiunsero, una volta nella vita, la propria troppo impegnativa figliola.
Alla fine, Matilde fu affrontata dagli esasperati vicini di casa, i quali la credevano unica e sola colpevole di una simile purga sonora che produceva perfino effetti collaterali, nel senso che si manifestavano contemporaneamente sui vicini del lato destro e sui vicini del lato sinistro. Si trattava di nausee, cefalee, secchezza delle fauci, sbalzi i pressione, attacchi di schizofrenia, innescarsi di dinamiche suicide.
Matilde, costernata, si precipitò in casa e capì. Un'assurda successione di note raggiunse, ahi, dolore!, il suo orecchio assoluto e le si appiccicò come vischio moschicida nel sistema timpanico. Lei non arretrò e, stile Indiana Jones, si inoltrò verso il salotto, fino al mattino “il caro buon salotto”, dove lo vide: al pianoforte, fino al mattino “il caro buon pianoforte”, sedeva suo padre e suonava re mi fa mi sol la cantando la fa mi sol mi re: e quello era stato fino al mattino “il caro buon papà”.
Il resto della storia emerse grazie alla testimonianza di nonna Sabata e nonna Domenica, che messe assieme facevano "weekend", e non mancò di suscitare emozioni contrastanti in Matilde, che quella sera stessa decise di parlare col cuore in mano ai suoi genitori pieni di insospettate risorse. Ma anche in quell'occasione Matilde Agosti si riconfermò Matilde Agosti e tra le tante cose che avrebbe voluto potuto dovuto dire, riuscì a dire solo questo: "come avete fatto a pensare di poter risalire dall'atto alla potenza? Ma, dico, Aristotele sarà pure qualcuno!". E se ne andò sbattendo la porta.
Solo Ernesta Franzone in Agosti si degnò di rispondere, gridandole dietro: "da un po' di tempo tu frequenti ragazzi che non mi piacciono!". Intanto Renato Agosti aveva ripreso, riconciliato con se stesso e il mondo, a fare orecchie da mercante, immerso nel giornale, anche quando sua moglie rincalzò, con il solito stile: "il ganzo di sua figlia vuole passare dalla potenza all'atto e lui che fa? L'occhio da allocco".
Stavolta l'occhio? Questa, se la signora permette, è un'altra storia e forse addirittura un altro libro.